Gli Etruschi - Le cicogne dardaniche - Sapienza misterica

Sapienza Misterica
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Gli Etruschi - Le cicogne dardaniche

Stirpe Dardanica
I DARDANIDI
 
 
Vi sono varie tradizioni sulle origini di Dardano (Dárdanos) il progenitore dei Dardanidi e del popolo troiano. Varrone e Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, I, 61), narrano che la nascita di Dardano e Iasio era avvenuta in Arcadia. Si narra che Zeus e la Pleiade Elettra ebbero in Arcadia due gemelli, Dardano e Iasione o Iasio. Elettra madre di Dardano era figlia di Atlante e nata in Arcadia. Secondo una differente versione, conosciuta già da Mnasea di Patera (III sec. a.C.), stando al frammento rimasto, Dardano non era autoctono di Samotracia, ma vi era giunto da un luogo che Mnasea non precisa. Secondo la tradizione ateniese il capostipite dei Dardanidi, abbandonò in seguito a un diluvio l’Arcadia, per recarsi in Troade. Iasone viceversa si trasferì in Samotracia.
 
I miti narrano due versioni del viaggio di Dardano apparentemente in contraddizione tra loro.
 
  • Il mito greco narra che il viaggio inizia in Arcadia, per terminare in Troade. L’Arcadia per gli storici è una regione dell’antica Grecia, corrispondente al Peloponneso centrale. Questo è vero per il nome dato a una regione in ricordo di un antico mito. La stessa cosa è avvenuta con la fondazione di città. L’antica usanza di dare nomi alle città che si riferiscono a vicende mitiche o misteriche era in uso nell’antichità e in qualche misura è continuata anche nel nostro tempo, si pensi a quante città è stato dato il nome di Troia. In realtà Arcadia è nome dato dai Greci alla Terra o Continente Primordiale, quello della Terza Generazione.
  • Nel mito italico, viceversa, il viaggio di Dardano inizia in Etruria, cioè in Italia. Secondo la tradizione latina, il padre di Iasione era il re dei Tirreni, Corito; e il suo gemello, Dardano, era figlio di Zeus e di Elettra. Corito fondò la città di Cortona, da cui Iasione e Dardano emigrarono, dopo aver diviso tra loro le sacre immagini. Iasione andò a Samotracia e Dardano nella Troade.     
 
Le due tradizioni, quella che si riferisce all’Arcadia e quella che si riferisce all’Etruria sono entrambe vere, soltanto che si riferiscono a due tempi diversi e molto lontani tra loro.                                                  
Figura 1. Anfora con uccelli palustri[1]
 
 
Il viaggio di Dardano e della sua famiglia e dei suoi sudditi appare come una migrazione di un popolo che probabilmente era noto col nome di Cicogne o Gru, sia perché Dardano era figlio di Zeus che all’inizio della creazione appare sotto forma di Cigno, e sia perché i Troiani discendenti da Dardano, venivano da Omero[2] associati alle cicogne, infatti, nell’Iliade, aveva associato le grida di battaglia dei Troiani alle grida e richiami delle gru. Virgilio nel Libro X dell’Eneide narra che mentre continua l’assalto dei Rutuli al campo troiano, Enea ottenuto l’alleanza degli Etruschi, parte dal porto di Cere al comando di una flotta etrusca accompagnato da una flotta di trenta navi. Non appena in vista del campo, Enea sale sulla poppa ed inalbera lo scudo fiammeggiante. Da lontano gli assediati lo vedono e levano un grido esultante di gioia. I Troiani nell’Iliade Omero, aveva associato le grida di battaglia dei Troiani alle grida e richiami delle gru. Virgilio quando narra l’episodio dell’arrivo della nave di Enea con la flotta con i rinforzi[3], paragona il clamore che accompagna il volo delle gru: “Fan le strimonie gru schiamazzo e rombo”.
 
Elettra, la madre del futuro signore di Dardano progenitore di Troia, era una delle Sette figlie di Atlante e si dice che viveva in Samotracia, dove fu amata da Zeus, con il quale generò Dardano e Iasone. Il mito narra che Elettra dopo la caduta di Troia, per disperazione volle essere trasformata da Zeus in una delle Pleiadi. G. de Santillana - H. von Dechend ci informano che:
 
... negli scolii (annotazioni) di Arato, ove si dice che Elettra, madre di Dardano lasciò il proprio posto fra le Pleiadi dalla disperazione per la caduta di Ilio e si ritirò sopra la seconda stella del timone ... altri chiamano questa stella Volpe... Proclo ci informa che la stella Volpe rosicchia continuamente la correggia del giogo che tiene uniti cielo e terra; il folklore tedesco aggiunge che quando la volpe riusciva nel suo intento, verrà la fine del mondo ... Questa volpe non è altro che Alcor, la piccola stella di tipo z  presso Ursae Maioris...
 
G. de Santillana - H. von Dechend precisano che questa piccola testimonianza, si può dedurre due cose:
 
  1. Che la caduta di Troia significa la fine di una vera e propria età del mondo (per il momento riteniamo che s’intendesse la fine dell’età delle Pleiadi e ciò, fra l’altro, perché Dardano giunse a Troia dopo il Terzo Diluvio, secondo quanto dice Nonno);
  2. Che l’Orsa Maggiore e le Pleiadi raffigurate sullo scudo di Achille, distruttore di Troia, hanno un significato preciso e non sono da vedersi come prova dell’incredibile ignoranza di Omero... In verità sono troppe le tradizioni che collegano l’Orsa Maggiore e le Pleiadi con questa o quella catastrofe perché le si possa esaminare tutte[4].
   
Nel 1696 nelle campagne vicino a Roma venne ritrovato un vaso, raffigurante il diluvio con trentacinque figure umane e venti coppie di animali e animali che riparavano in una nave, utilizzato per le celebrazioni delle “idroforie”, delle festività comuni a tutto il bacino Mediterraneo in cui si rievocava la grande inondazione[5]. Le iscrizioni geroglifiche rinvenute in Egitto parlano più volte dei Twrw.s, Tursha, il cui significato è: ”Coloro i quali corrono il mare” che gli Egizi conoscevano almeno dal XIV sec. a.C.  Secondo Platone, il nome Pelagus significa grande mare, e pertanto i Pelasgi, gli antichi Etruschi, sono gli uomini provenienti dal grande mare o oceano, il cui viaggio è simboleggiato dal volo delle cicogne o gru, entrambi uccelli acquatici.  

[1] Anfora venuta alla luce durante gli scavi dell’Agora di Atene (da Kritikos & Papadaki, 1963, fig. 36, p. 119)
[2] Omero narra che i Pelasgi aiutarono militarmente i Troiani i loro cugini cicogne.
[3] Eneide, X, 262 - 266.
[4] G. de Santillana - H. von Dechend, Il Mulino di Amleto, Adelphi.
[5] Conferenze sopra la connessione delle scienze con la religione ... Volume 2- Nicola Wiseman 1842.
I PELASGI
 
I Fratelli Dardano e Iasone sono figli di Elettra e nipoti di Atlante. I Pelasgi erano considerati discendenti di Iasione, e venivano anche chiamati Pelargi o cicogne. Pausania afferma che Pelasgo il primo uomo vivente, progenitore dei Pelasgi, emerse dal suolo dell’Arcadia[1], subito seguito da altri uomini ai quali Pelasgo come un Kabiro insegnò a costruire capanne e nutrirsi di ghiande e cucire tuniche di pelle. Il popolo Pelasgo era considerato un eterno vagabondo, un popolo errante che proveniva dalla favolosa Arcadia.
 
Secondo gli storici, i Pelasgi erano un popolo che abitava la Grecia prima degli Elleni. Erodoto sosteneva che gli abitanti di Atene erano di stirpe pelasgica, lentamente e faticosamente ellenizzatosi[2]. Secondo altri si trattava di un popolo venuto dall’Oriente, il primo ad abitare la Samotracia. Spiegava  Erodoto:
 
“Chi è iniziato ai Misteri dei Kabiri, che i Samotraci celebrano per averli appresi dai Pelasgi, sa quel che intendo dire, Infatti, quei Pelasgi che erano venuti a convivere con gli Ateniesi, andarono poi ad abitare a Samotracia; e da costoro i Samotraci appresero e conservano l’uso di quei Misteri[3].”
 
Secondo Euripide e il geografo Strabone le mura poligonali ciclopiche sarebbero state costruite dai ciclopi, poi attribuite ai mitici popoli Pelasgi che avrebbero costruito le mura simili delle città micenee di Tirinto, Micene e Argo. La leggenda racconta che i Pelasgi siano stati istruiti nell’arte della costruzione dai Ciclopi, o dai Giganti, cioè uomini della Quarta Generazione, che La Genesi ebraica abitavano la terra prima del Diluvio di Noè. Si ritiene che i Pelasgi siano stati i primi Costruttori. Molti resti ciclopici delle opere dei Pelasgi si trovano sia in Grecia che in Italia; essi assomigliano molto alle rovine della civiltà Inca. Ai Pelasgi pare siano da attribuire anche i tumuli ed i dolmen. Platone farebbe derivare il loro nome da “pelagus”, il grande mare, ovvero l’oceano. È da lì dovevano esser venuti.
 
Dionigi d’Alicarnasso scrive che i Pelasgi arrivarono in Italia dalla Tessaglia sette generazioni prima della guerra di Troia.
 
Nell’antico Lazio, su un’estensione maggiore di quella dell’attuale regione amministrativa, esiste un certo numero d’acropoli cinte da mura “poligonali”, fatte di grossi blocchi accuratamente sagomati, ma non parallelepipedi, bensì con angoli inconsueti, pur con precise corrispondenze tra i vari blocchi, sovrapposti l’uno sull’altro, che s’incastrano a perfezione. È uso comune indicare come romani i lunghi tratti di mura ciclopiche o poligonali che si trovano in molte antiche località dell’Italia centrale, ma si tratta di opere sicuramente più antiche dell’unificazione della penisola italiana sotto il potere dei Romani. La tradizione, appoggiata alla mitologia greca ed agli scritti degli storici antichi, le attribuisce al popolo dei Pelasgi.
 
Pausania (I sec. d.C.) afferma che gli ingegneri costruttori del muro di Atene erano stati Agrola ed Iperbio i quali erano Pelasgi di origine sicula[4]. Eschilo, ne “I Sette a Tebe” narra che Iperbio è figlio di Enopione. Enopione vuol dire “colui che ha il colore del vino” il colore rosso dei buoi di Gerione. Lattanzio Placido lo chiama una volta Pelasgus o Pelasgo e un’altra “Enopione detto Pelargus”[5]. Apollonio Rodio nelle Argonautiche scrive che Eponione ed altri erano pelasgo-traci insediati nelle isole kabiriche di Chio e Lemno, nel Chersoneso tracio. Orfeo viveva «tra i selvaggi Cauconi» presso la casa di Enopione. Secondo Pausania, Orfeo era venerato dai Pelasgi e la terminazione in -eus di un nome greco è sempre indice di antichità. «Orfeo», come pure «Èrebo», il nome del mondo infero su cui regnava la Dea Bianca, è fatto derivare dai grammatici dalla radice ereph, che significa «coprire» o «nascondere». Era la dea-Luna, e non il dio-Sole, che in origine ispirava Orfeo[6].
 
La più grandiosa e imponente opera muraria della storia è detta “opera poligonale” (opus poligonalis) o mura ciclopiche, antica tecnica di costruzione presente in tutti in continenti ma in Italia diffusasi tra il VI ed il I secolo a.C. ed applicata anche in altre epoche storiche. Esempi di mura ciclopiche sono rintracciabili in numerosi siti del centro Italia tra cui l'Umbria, dove famose sono le mura di Amelia e Perugia e il Lazio cui si trovano le città di Alatri, Ferentino, San Felice al Circeo, Cori, Norma, Palestrina, Sezze e Segni. Non mancano però neanche in Campania, Lucania, Puglia e Molise. Questa antica tecnica consiste nella sovrapposizione di massi in pietra, spesso lavorati, di notevoli dimensioni senza l'ausilio della malta (posati a secco) e le porte che segnano questi sistemi difensivi presentano architravi costituiti da monoliti che giungono a pesare fino a tre tonnellate.
 
 

Figura 1. Costruzioni pelasgiche, San Felice al Circeo (Latina, Lazio) - Alatri Porta maggiore (Frosinone)
 
In una delle venticinquemila tavolette di argilla scritte in cuneiformi sepolte sotto le rovine di Mari, nell'attuale Siria, si trova un riferimento alla città di Alatri ed alle sue possenti mura; si osservi che il nome e le caratteristiche della città, ritenuta dagli accademici siriana per il semplice fatto che il ritrovamento delle tavolette è avvenuto in Siria, coincidono perfettamente con la nota città del centro Italia. In questa tavoletta, che faceva parte di un carteggio tra il signore di Mari e suo figlio, il re comunicava al principe, rimasto evidentemente in città per reggere il regno in assenza del padre, che le mura di Alatri erano possenti ed inespugnabili, “ciclopiche”, motivo per cui egli rinunciava al tentativo di conquistarla. Questa lettera, datata 1700 a.C., che descrive una città fortificata, conferma quanto sostenuto dal geografo greco Pausania circa l’arte di costruire città fortificate, attribuita ai Ciclopi.
 
Le mura della città siciliana di Adrano, le uniche sopravvissute, siano più antiche o almeno contemporanee rispetto a quelle che circoscrivono le cinque città saturnie del Lazio. Si consideri, inoltre, che il culto del dio Adrano era già millenario quando arrivarono i coloni greci in Sicilia. L’opinione secondo la quale Adrano sarebbe stata fondata da Dionigi nel 400 a.C., attribuibile allo storico Diodoro, è improponibile in realtà la città che in precedenza era denominata Inessa e poi Etna, fu conquistata e rinominata dal tiranno di Siracusa. Le mura ciclopiche di Adrano poggiano su una solida base, e utilizzano blocchi basaltici perfettamente squadrati. Secondo Pausania, proprio i Ciclopi di Sicilia furono chiamati in Grecia per costruire le mura di Micene, Tirinto ed Argo. Questo significa che, in Sicilia, si costruivano mura poligonali o Ciclopiche o Pelasgiche. Il filosofo Empedocle afferma che “in molte caverne siciliane furono ritrovati fossili di una stirpe di uomini giganteschi oggi scomparsa”.
 
Il monumentale complesso urbano di Caere, con una necropoli che copre 360 ettari, era anticamente il porto più potente del Mediterraneo, insieme ad Hatria, e da innumerevoli altri sulla costa Tirrenica. Uno dei più antichi insediamenti è Vetulonia, che superava Atene con oltre centomila abitanti. Le sue pietre megalitiche un tempo si stagliavano sulla collina–tumulo, ugualmente a Ollantaytambo sulle Ande. Le mura ciclopiche di  Cosa (Ansedonia), la cinta muraria di Volterra lunga 8 km simile a quella di Pisaq in Perù, come pure i blocchi poligonali di Alatri e Amelia, pesanti centinaia di tonnellate.
 
Figura 2. Skyphos con la rapresentazione di un Gigante e della dea Atena[7]
 
In tarde figurazioni l’eco di giganti Pelasgi che venuti dal mare abitarono l’Argentario. Sul lato anteriore di uno skyphos (una tazza per bere profonda a due manici usata dai Greci nei banchetti) di terracotta rinvenuto a Nola un uomo barbuto porta una roccia sulla spalla sinistra, protetta da una lunga quantità di materiale, e avanza verso la dea Atena. È nudo e il prepuzio è legato come era la pratica con gli atleti. Il suo nome è inscritto nella scena, “Gigas” significa Gigante. Atena è raffigurata disarmata, con indosso un chitone (tunica), un himation (mantello) e un elmo crestato. Indica con la mano dove il gigante dovrebbe posizionare la roccia. Una linea verticale separa la scena a metà.
 
È stato fatto notare che le costruzioni pelasgiche  ricordano quelle dell’America Centrale. Il manoscritto messicano di Pedro de los Rios narra che: ”… prima del diluvio … la Terra di Anahuac era abitata dai Giganti Tzocuillexo … ”. Fernando de Alba Ixtilxochitl uno storico del periodo della conquista spagnola del Nuovo Mondo, narrava che: “... resti dei Giganti abitanti nella Nuova Spagna (Messico) si potevano trovare ovunque. Gli storici Toltechi li chiamano Quinametzin e narrano che contro di loro sono state combattute molte guerre e che hanno causato grande dolore in questa terra”.  Nella Bibbia, nel sesto capitolo della Genesi, quello che precede il Diluvio si narra dell’esistenza dei Giganti, ma quel capitolo è considerato mito e favola.
 
Secondo le tradizioni, l’isola di Rodi località dei Telchini i primi ad erigere statue agli Dèi, a fornire loro armi come Efesto-Vulcano, è emersa improvvisamente dal mare, dopo essere stata precedentemente inghiottita dall’oceano. I Telchini come i Kabiri erano i servitori della Grande Madre. Come la Samotracia dei Kabiri, la memoria degli uomini la collega con le leggende del Diluvio. La mitologia greca ci presenta i Telchini come figli del mare e della terra, sarebbero stati i primi abitatori dell’isola di Rodi, da dove, presentendo la catastrofe del diluvio, si sarebbero poi allontanati disperdendosi nel mondo. Karóly Kerényi descrive i Telchini come un popolo primordiale. I miti narrano che la ninfa Kabeira figlia di Proteus, metà uomo e metà pesce era nutrice di Poseidone. Kabeira fu la prima a diffondere i misteri della Grande Dea Cibele, essa rivelò un giorno questi misteri al re Dardano. I sacerdoti di Kabeira furono chiamati Kabiri.
 
Le gigantesche statue dell’isola di Pasqua, come quelle trovate ai margini del deserto del Gobi, sono alte dai 3,5 a 20 metri e raffigurano uomini che secondo gli archeologi risalgono a qualche migliaio ‘'anni fa. Queste opere sono la testimonianza dei rappresentanti delle ultime razze gigantesche e si riferiscono alla fine della Quarta Generazione. Il muro di sarcasmo eretto da parte della scienza intorno al mito dell’Atlantide si sta incrinando, un docente universitario ordinario di Fisica stellare Vittorio Castellani, in un suo libro Quando il mare sommerse l’Europa rivaluta il racconto di Platone intervistato dal giornale Focus fa le seguenti affermazioni:
  
“Quando ho iniziato la mia indagine ero convinto che una grande civiltà avrebbe comunque lasciare tracce archeologiche. Ebbene io penso di averle trovate. Se andiamo a vedere che cosa c’è sulle coste atlantiche dell’Europa, dobbiamo ammettere che sono evidenti: si tratta solo di riconoscerle. Sono i resti della cosiddetta civiltà megalitica: dolmen monoliti e serie di megaliti, come Stonehenge. E sembra che siano stati messi lì da un popolo venuto dall’Atlantico. Via terra da una terra emersa che non c’è più che ora si trova sotto l’oceano assieme ai resti di chissà quanti altri monumenti”[8].
 
In Bretagna, a Kermic, un cerchio di menhir si trova quattro metri sott’acqua. Anche a Malta si ritrovano tracce atlantidee, antiche carreggiate megalitiche finiscono sott’acqua hanno dato origine alla leggenda che tali strade sottomarine arrivano fino in Sicilia. Si ritrovano resti megalitici a Malta, in Puglia, in Sardegna. A Malta si ritrova il solito tempio megalitico a forma circolare, noto come il tempio di Mnadjra. Tanto gli antichi Fenici quanto i loro contemporanei Greci e Micenei, erigevano mura ciclopiche. Delfi, Micene e Tirinto furono tutte costruite, originariamente, con enormi blocchi di pietra di dimensione e peso enormi. A. Collins riporta in un suo libro un disegno ottocentesco di un muro in pietra gigante appartenente alla città-stato fenicia oggi scomparsa dell’isola di Arados, di fronte alla costa siriana mostra massicci blocchi di pietra, alcuni lunghi fino a 3 metri e pesanti dalle 15 alle 20 tonnellate ciascuno. La città era inoltre protetta da grandi dighe costruite con massi ciclopici.
 
Le prove a sostegno della tesi di Castellani sono i campioni provenienti dalle tombe megalitiche trattati con il carbonio 14 sono risultati molto più antichi almeno di 2.000 anni rispetto alla presunta data della costruzione della piramide di Cheope, costringendo così a cambiare le ipotesi sulla civiltà megalitica. Le mura di Tirinto e di Micene furono costruite per la tradizione greca dai Ciclopi, i Costruttori che iniziarono i Pelasgi[9] alla loro scienza.
 
Figura 3. Disegno ciclopiche mura di Arados
 
I Pelasgi, gli Eroi della tradizione greca sono gli appartenenti alla Quarta Generazione, quella dei Giganti, Ulisse e Enea ne facevano parte. La regione cui spetta il titolo di “popolazione gigante” è la Sardegna, che custodisce ossa di uomini enormi e tombe che non hanno nulla di “normale” come quelle di Iloi – Sedilo.

[1] Gli Arcadi si vantano di essere più antichi della Luna.
[2] Erodoto, Storie, I, 56; 57.
[3] Erodoto, op. cit. II, 51. Diversamente da noi, alcuni traducono questo passo nel senso che i Pelasgi prima abitarono nell’isola di Samotracia, e poi andarono ad Atene. In questo caso Erodoto non avrebbe taciuto la provenienza dei Pelasgi.
[4]Pausania, La Grecia: Attica e Megarite, XXXVIII, 3.
[5] Pelargus (Mitografo Vaticano, II, 129); Pelasgus (Scolio a Stat. Tb. 7, 256).
[6] Robert Graves, La Dea Bianca.
[7] Skyphos a figure rosse attribuito al pittore di Penelope Circa 440-430 a.C. Trovato in Nola (Italia) ex collezione Campana in terracotta, acquisita dal Louvre nel 1863.
[8] Focus, n. 95 settembre 2.000.
[9] I Pelasgi, sono la chiave per comprendere il Ciclo mitico delle vicende di Troia.
LA PRIMA MIGRAZIONE DELLE CICOGNE TROIANE

Vi furono due ondate migratorie legate alle due distruzioni di Troia o Ilio. La prima migrazione fu una conseguenza della rovina di Troia dovuta a un doppio spergiuro di Laomedonte, che promise e poi negò, prima ai due divini muratori, Apollo e Poseidone i Due Cavalli Divini e poi ad Ercole, che distrusse Troia, Diodoro Siculo e Apollodoro non dicono cosa fece Ercole dei due il cosmos di Troia era protetto, con la liberazione dei cavalli fu liberata l’energia tellurica che sconvolse il piccolo cosmos. Il poeta greco Ibico (VI sec. a. C.) nel carme encomiastico dedicato a Policrate di Samo, il più ampio in nostro possesso, definisce la città di Troia hippotrophon, «nutrice di cavalli»; narrando poi la morte dei figli di Molione per mano di Ercole, il poeta li ricorda come «due giovinetti dai bianchi cavalli».
 
Poseidone creò il cavallo dalle onde del mare e simbolicamente ne rappresenta la forza. La coppia di Cavalli, in possesso a Laomedonte, rappresenta la polarità elettromagnetica, la forza creatrice e distruttrice nello stesso tempo, il misterioso Fuoco Elettrico[1]. In India troviamo i Gemelli Asvin, gli Dèi dalla testa di cavallo, figli del Sole Surya (il potere elettromagnetico).
 
Poseidone il Signore degli oceani, irritato per non aver avuto da Laomedonte i Due cavalli divini, inviò un mostro marino e le acque (dell’oceano) contro Troia, provocando un’alluvione. Apollo inviò la peste che decimò i Troiani. Laomedonte chiese l’aiuto di Ercole in cambio dei due cavalli alati, e per la seconda volta non mantenne la promessa. Ercole scaricò la sua ira sulla città. Egli uccise il re e i suoi figli, cioè distrusse i popoli che essi rappresentavano, lasciando in vita solo Podarce che in seguito fu chiamato Priamo, simbolicamente il progenitore di un nuovo ceppo razziale.
 
La seconda distruzione avvenne all’epoca mitica di Priamo che si concluse con l’entrata nella città di Troia del cavallo fatale. I racconti mitici collegati alle vicende di Troia c’informano che Due Cavalli Alati, furono la causa della prima distruzione di Ilio al tempo di Laomedonte, altri due cavalli due cavalli immortali Balio e Xanthos, affidati ad Achille, e quando egli uccise Ettore il protettore di Troia, ne legò il cadavere al proprio cocchio trascinato dai suoi due cavalli Balio e Xanthos. Alle nozze di Peleo con Teti la dea dell’oceano, Poseidone, re dei mari e degli oceani, donò i cavalli immortali Balio e Xanthos, nati da Zefiro il vento dell'Ovest e dall’Arpia Podarge. Balio e Xanthos sono collegati a due divinità oceaniche Teti e Poseidone, e ne rappresentano le forze. In un frammento di Stesicoro, Giochi per Pelia, descrive così i cavalli dei Dioscuri: “Hermes donò Flogeo e Arpago, veloci figli di Podarge, ed Era (donò) Xanto e Cillaro (Xanthus e Cyllarus)”. Hera li conferì ai Dioscuri Castore e Polluce per usarli come cavalli in battaglia. Stesicoro chiama Poseidone “Signore di cavalli dalle unghie cave”.
 
Ed infine un cavallo di legno, portato dentro le mura della città attraverso l’abbattimento dell’architrave della Porta di Scee fu la causa della seconda e definitiva caduta di Troia.
 
Il mito è storia velata e la sua interpretazione può essere fatta solo conoscendo il linguaggio simbolico e allegorico. Nel racconto di Apollodoro e Diodoro Siculo, Ercole distrusse di Troia. Innumerevoli e a volte contradditori sono i miti legati alla figura di Ercole. La figura di Ercole rappresenta qualcosa che va oltre ad un personaggio storico. I miti legati ad Eracle sono una miniera preziosa d’informazioni, ma in ogni caso è bene ricordarsi che la chiave d’interpretazione per comprendere il linguaggio misterico va girata sette volte, perciò il personaggio mitico rappresenta:
 
1. Il Potere Magnetico Cosmico, lo Spirito della Luce o Luce del Logos.
2. La Forza Duale elettromagnetica, il Dipolo Magnetico cosmico.
3. Il Sole serbatoio fisico di forze elettromagnetiche, e generatore del tempo.
4. Una divinità, uno dei Dodici Dei, secondo quanto ci riferisce Erodoto.
5. Il potere psichico nella personalità, l’anima, il sole incarnato.
6. Un Kabiro, un Istruttore antidiluviano[2] dell’umanità.
7. L’Eroe, l’Iniziato che ripete le gesta del modello celeste in mezzo agli uomini.             
 
Il poeta Nonno di Panopoli designa il Dio-Sole adorato dai Tiri (Fenici) col nome di Ercole Astrochyton, cioè Ercole dal manto di stelle. I miti legati ad Eracle sono una miniera preziosa d’informazioni. Ercole-Sole designa un particolare aspetto del mito, quello che è in relazione ai corpi celesti. L’autore degli Inni Orfici[3], nell’Inno XII descrive Ercole come il Sole, “Padre di tutte le cose, nato da se stesso, Dio generatore del Tempo... valoroso Titano”. Il nome Eracle, gloria di Era, allude allo scorrere del tempo, l’Era dei o ciclo. Ercole, il Sole è anche la Luce Magnetica, il serbatoio delle Forze elettromagnetiche.
 
Secondo i Celti, Eracle era un Dattilo Ideo, cioè un Kabiro (sesto aspetto del mito), che essi chiamavano Ogmio e rappresentava la prima lettera dell’alfabeto arboreo degli Iperborei, cioè la betulla. I Celti onoravano Eracle come patrono delle lettere e delle arti, in quanto su una betulla fu inciso il primo messaggio o scrittura. Un aspetto delle mitiche vicende di Ercole, quello kabirico, riguarda le vicende di Eracle in relazione con popoli e razze. Diodoro Siculo  narra di tre Eroi chiamati Ercole: un Egiziano, un Dattilo Cretese, e il figlio di Alcmena, la madre terrena dell’eroe che compie le dodici fatiche (settimo aspetto del mito).
 
Nella decima fatica di Ercole si narra di una emigrazione di buoi condotti dall’Eroe nel continente europeo, dall’Isola nota ai greci sotto il nome di Eritia (Erizia o Eritheia). Ercole o Eracle, fu mandato all’estremo Occidente a catturare dei buoi di Gerione dal colore rosso scarlatto e dovette attraversare l’oceano per giungere ad Eritia (la rossa), isola del sole calante. Il bue è simbolo di generazione ed è tanto sacro in Egitto quanto in India. Questa Isola, figlia dell’Oceano, è descritta come posta all’Occidente con il sole che tramonta ai piedi della sua montagna cioè il picco di Tenerife. Erodoto racconta che Gerione viveva fuori dal Ponto (il Mediterraneo Orientale), su un’isola posta oltre le Colonne d’Ercole, sulle rive dell’Oceano. Eritia dei greci e la Daitya della mitologia indù. Il poeta greco Stesicoro definisce la posizione dell’isola Eritia quasi esattamente di fronte a quel fiume chiamato anticamente Tartesso La distanza fino ad Eritia non era tanta, quanta la strada che il sole deve compiere per giungere fino all’Etiopia orientale[4]. Giunto a Tartesso dopo aver attraversato l’Africa Settentrionale, Ercole eresse un paio di colonne una di fronte all’altra, una in Europa, l’altra in Africa, in memoria del suo passaggio. Le Colonne di Ercole chiamate anche Colonne di Crono, sono di solito identificate con il monte Calpe in Europa e Abila in Africa. Alcuni raccontano che i due continenti dapprima erano uniti[5] e che Ercole - Eracle li separò, creando così un canale, l’attuale stretto di Gibilterra[6]. Le colonne in realtà non erano che i resti dei monti Calpe a Gibilterra e Abila a Ceuta, all’origine della separazione tra Europa e Africa, distrutti da Ercole.
 
I buoi rossi di Gerione sono simbolicamente una parte di umanità che viveva sull’isola atlantidea Eritia, del sole calante, denominata Daitya dalla tradizione indù.  la Troade, la regione di Troia, situata nell’Iliade lungo l’Ellesponto, sistematicamente descritto come un mare “largo” o addirittura “sconfinato” è un’isola. Le mura di Troia costruite dal Signore dell’Oceano sono omologate alle acque dell’oceano. La fondazione di una città ripete in miniatura il mito della Creazione del Mondo, la costruzione di un cosmo ordinato, circondato dalle acque dello spazio non ordinato o caotico[7]. La città diviene così l’immagine di un continente, di un pianeta, di un piccolo cosmos. Ed ecco che Troia è una permutazione di Eritia la rossa, e i suoi abitanti sono simbolicamente i buoi rossi condotti via da Ercole.
 
Il colore rosso de buoi è molto significativo, sia perché il rosso è simbolo di generazione[8] e sia perché era il colore con cui sia Egizi, Etruschi e Fenici, che i popoli dell’America Centrale si dipingevano il viso. I Fenici, i diretti discendenti dei giganti scampati al diluvio, si chiamavano così perché il nome phoinix significa rosso, pellerossa. Al tempo di Omero i Greci chiamavano Phoinix gli emigranti dell’isola di Creta, dove abitavano i Pelasgi, gli Eteocretesi. Le pitture murali egizie e quelle della Creta di Minosse rappresentano uomini pellirosse, di colore rosso-bronzeo, senza peli, come i Toltechi e gli Aztechi del Messico. I Fenici, il cui nome significa gente dalla pelle di fuoco, il popolo di navigatori utilizzavano il colore rosso come segno di nobiltà, si consideravano discendenti dei Tirreni, in altre parole degli Etruschi.
 

 
Figura 1. Ercole e i buoi di gerione[9]
 
I racconti mitici descrivono Gerione in duplice modo come un mostro a tre teste, e come un re.
 
  • Gerione descritto con tre teste, sei braccia e tre busti che si riunivano nel tronco, era nipote di Poseidone e di Medusa e figlio dell’oceanina Calliroe, e sotto questo aspetto, rappresenta una terra che emerge dall’oceano, e per questo motivo non è rappresentato in forma umana, ma come un mostro con tre teste, tre corpi[10] e sei mani.
  • Gerione secondo Diodoro Siculo, era uno dei tre figli di re Crisaore. Sotto questo aspetto egli era un uomo, un personaggio storico.   
 
Come re Gerione ebbe una figlia, Erizia (Eritia), che concepì dal dio Ermes un figlio: Norace, che guidò un gruppo di coloni in Sardegna e fondò la cittadina marittima Nora. Questo fatto testimonia un’ondata migratoria o la formazione di un determinato gruppo razziale che prese dimora in Sardegna. Questa ondata emigratoria risale ad un’epoca ancora più remota, in quanto avvenne prima dell’uccisione di Gerione, prima del rapimento da parte di Ercole dei buoi rossi. Il mito di Gerione è ricco d’informazioni, perché collega Erizia-Atlantide con la Sardegna, che secondo la tradizione faceva parte dell’impero di Atlantide, la dimora di una potente sottorazza atlantidea (Quarta Generazione).
 
Una leggenda parla di nove dormienti sardi in una grotta dove nessuno poteva morire, cioè situata al di fuori del tempo. Questi dormienti erano i 9 Eroi, figli di Ercole e delle Figlie di Thespio. Nelle sue lezioni di Fisica, Aristotele cita dei racconti su certa gente che in Sardegna dormiva presso gli Eroi:
 
Quando il corso vario dei nostri pensieri non procede, oppure noi non ci accorgiamo del suo procedere, ci sembra come se il tempo non esistesse: come sembrava a coloro di cui si racconta che, in Sardegna, dormissero vicino agli Eroi.[11]
 
Simplicio, commentando queste lezioni, specifica che gli Eroi erano nove e sarebbero stati i figli di Ercole e delle cinquanta Thespiadi. Venuti con Iolao, morirono sul posto, ma i loro corpi sarebbero rimasti intatti dalla decomposizione, come se giacessero addormentati. Nell’Iliade, Omero lascia per nove giorni insepolti i figli di Niobe pietrificati: il poeta racconta che solo alla fine del nono giorno, all’inizio del decimo, gli Dei seppellirono i figli di Niobe. Nove è anche il numero della circonferenza, che caratterizza il ciclo temporale, in questo caso il periodo di esistenza concesso a questo particolare gruppo etnico.
 
A Cuma situata di fronte alla Sardegna, presso Napoli, si sarebbero trasferiti dalla Sardegna, secondo quanto afferma Diodoro, i Thespiadi rimasti in vita. Cuma, situata di fronte alla Sardegna, era una città che aveva rapporti con la Beozia, terra dei misteriosi Kabiri. Gli antichi Tirreni, gli Etruschi erano legati al culto Kabirico. La lingua degli Etruschi è simile ad un’iscrizione trovata a Lemno, un’isola kabirica. Secondo il mito dei Figli delle Tesphiadi, i Tirreni e gli Etruschi, o almeno una parte di essi, provenivano dalla Sardegna che a sua volta in quel tempo remoto faceva parte di Eritia-Atlantide. Nel libro VI dell’Eneide, Virgilio narra l’incontro di Enea con la Sibilla Cumana.
 
Secondo Diodoro, il cui racconto si fonda sul Timeo[12], Eracle si sposò in Beozia con 50 figlie di Thespio, le Thespiadi, ma la cinquantesima s’oppose divenendo sacerdotessa di Ercole, per cui ne fecondò 49. Ercole si unì in una notte con le 49 figlie di Thespio Il numero 49=7x7 rappresenta i rinnovamenti della Fenice. Dalle nozze sarebbero nati 50 figli, perché la maggiore partorì due gemelli. I figli rappresentano un ciclo di 50 settimane per l’anno lunare. Le fanciulle lunari generano dei figli, delle unità di tempo minori. Sette di questi 50 Figli rimasero a Thespio, Tre furono inviati a Tebe, Quaranta partirono con Iolao a colonizzare la Sardegna, dove sconfissero gli indigeni. Sette, Tre e Quaranta sono numeri sacri. Quaranta è il numero usato dai Semiti per indicare un periodo completo composto da quattro tempi. Quaranta sono i giorni del Diluvio di Noè. Tutti questi numeri sono legati ai conteggi segreti dei cicli temporali. Diodoro afferma che sarebbe stato Eracle stesso a mandare con Iolao i suoi figli nati dalle Thespiadi rimasti in vita a colonizzare la Sardegna[13].
 
Secondo l’Insegnamento Tradizionale, i Nuraghi al pari delle Piramidi erano un luogo sacro dove si svolgevano i Misteri del Fuoco (Misteri Kabirici), e pertanto sono da considerarsi centri di Iniziazione. A Thespiai, in Beozia, si venerava Sette di questi Figli come Eroi. In Beozia si veneravano i Kabiri, Eroi divini che erano equivalenti ai Titani. Secondo i Celti, Eracle era un Dattilo Ideo, cioè un Kabiro.
 
Ai Thespiadi viene attribuita espressamente la fondazione di Olbia. Altre due città sarde - Eraclea e Tespie - purtroppo mai individuate ma menzionate da Stefano di Bisanzio (Ethnica 303, 17; 310, 17-18) sono legate a queste vicende.
 
Iolao era il nipote (il figlio del fratello gemello) prediletto di Ercole lo seguì in numerose imprese fra le quali la conquista di Troia, il rapimento dei buoi di Gerione. Iolao sposò la prima moglie di Ercole, assistette alla morte dell’Eroe, ed accompagnò i figli di Ercole (un popolo, una sottorazza) a colonizzare la Sardegna. Secondo un’altra tradizione narrata da Diodoro Siculo (IV 30, 1); Dedalo sarebbe giunto in Sardegna chiamatovi da Iolao, e nell’isola avrebbe edificato erga polla megala («numerose e grandi opere») chiamate Daidaleia secondo il nome del costruttore, opere visibili ancora al tempo di Diodoro Siculo.
 
La Sardegna, dicono i geologi, è una terra antica, la più antica, geologicamente, d’Italia. Una terra di pietra e vento, con migliaia di monumenti del passato glorioso: infatti, in Sardegna si conservano ancora circa 7.500 monumenti di età nuragica. Si tratta dunque di una vera civiltà architettonica, costituita da grandi costruttori; di cui non si conosce con certezza quale fosse il nome del popolo che costruì i nuraghi, così che vennero chiamati Nuragici prendendo il nome dalle loro costruzioni. Si suppone che circa 150.000 anni fa, durante il periodo paleolitico, un popolo approdò sull’isola.
 
Negli scritti sia di H.P. Blavatsky e sia in “Storia dell’Atlantide” di Scott-Elliot, si afferma che la sesta sottorazza atlantiana, quella degli Akkadi comparve stabilmente 200.000 anni fa stabilendosi 100.000 anni fa nel Nord Africa e nell’Europa emersa.
 
L’attuale isola della Sardegna fu la loro principale dimora. Da lì mossero verso oriente… I primi Etruschi, i Fenici, i Cartaginesi e i Sumero-Akkadiani erano rami di questa razza, e i Baschi (attuali) hanno probabilmente nelle vene sangue akkadiano … Fu all’inizio dell’epoca Akkadiana, circa 100.000 anni fa.
 
Gli Etruschi, i Fenici erano dunque imparentati con i Sardi. Se le affermazioni di Scott-Elliot sono vere si dovrà trovare riscontro sia nelle tracce lasciate da costruzioni ciclopiche e sia nelle narrazioni mitiche, anche in quelle che non si studiano mai sui banchi scolastici.
 
È indubbio che la civiltà nuragica sia, fra le civiltà antiche, una delle più misteriose ed ancora quasi sconosciuta. È recente il ritrovamento di un nuraghe in Persia Ma quale fu il ceppo originario, quello che edificò i nuraghe, i pozzi sacri, le tombe dei giganti? Autoctono o venuto dal mare? Innanzi tutto gli antichi Sardi sono da annoverarsi fra i costruttori ciclopici, fra i Giganti: molto famose sono in Sardegna le Tombe dei Giganti. I monumenti sardi quanto a varietà comprendono oltre al classico Nuraghe (una torre di pietre conica), anche recinti megalitici, tombe a lungo corridoio, dette Tombe dei Giganti. La tecnica muraria delle costruzioni è soprattutto quella ciclopica, cioè a blocchi poligonali con pietre poco o nulla lavorate e con notevole uso di zeppe. Ciò che conquista nelle costruzioni di età nuragica oltre alla mole dei massi impiegati in opera anche tutta la costruzione nel suo insieme e in particolare l'altezza originaria e la complessità di alcune di tali costruzioni.
 
Aristotele  in De mirabilibus auscultationibus descrive quegli edifici come opera mirabile per le proporzioni e per la fattura. Il Nuraghe primitivo ha caratteristiche costruttive e di funzione completamente diverse dal nuraghe complesso. Un esempio è il Nuraghe Arrubiu di Orroli: al centro dell’ampia architettura di quello che appare come un luogo di difesa, è inserito un elemento perfetto nelle sue proporzioni, con tecnica costruttiva raffinata e mancante di quegli elementi che possano farlo intendere come fortezza. Guardando il nuraghe, non si ha l’impressione che sia una fortezza, ma si ha l’impressione che sia piuttosto un tempio, un luogo dove si celebravano gli antichi misteri, un luogo sacro! Non solo ma le sue pietre, così finemente lavorate sembrano dirci che furono innalzate in epoca molto più antica rispetto a tutto ciò che gli sta attorno. Secondo l’Insegnamento Tradizionale, al pari delle Piramidi i Nuraghi erano un luogo sacro dove si svolgevano i Misteri del Fuoco (Misteri Kabirici), e pertanto sono da considerarsi centri di Iniziazione.
 
Prima di giungere in Italia Ercole con i buoi rossi di Eritia giunse fino alle Alpi Liguri dove l’Eroe tagliò una strada dove potessero passare i suoi protetti. Ercole giunse in Liguria dove Ialebione e Dercino figli di Poseidone cercarono di portargli via i buoi: li uccise e proseguì attraverso la Tirrenia. Il mito racconta che egli combatté contro due figli di Poseidone e gli abitanti del luogo sconfiggendoli con il lancio di pietre che Zeus aveva fatto piovere dal cielo, e a tale ricordo rimase la larga pianura sassosa che da Marsiglia si estende sino alle bocche del fiume Rodano. Ercole è nuovamente descritto come una forza tellurica capace di modificare il territorio e contemporaneamente seppellire sotto le pietre gli antichi Liguri. I figli di Poseidone sono Atlantidei fedeli al governo centrale che tentarono di arrestare l’emigrazione: ne seguì una battaglia a cui si aggiunse un movimento tellurico.
 
Ercole giunse fino sulle rive del fiume Tevere dove secondo la tradizione italica[14] fu accolto dal re Evandro figlio del Dio Ermes (La personificazione della Conoscenza segreta o iniziatica), e della ninfa profetessa Carmente. Si ricorda che, Evandro lasciò il luogo dove era nato, l’Arcadia (la terra primordiale), e con un gruppo di Pelasgi giunse in Italia stabilendosi sul colle Palatino, fondando la città di Pallanteo. Insegnò come un Kabiro ai nativi la scrittura e la musica e introdusse il culto di Pan, di Demetra (la Dea dei Misteri) e di Poseidone (il Dio dell’Oceano, la patria degli Atlantidei). Fu Evandro ad accogliere i cugini Troiani guidati da Enea. In ogni caso Evandro e gli antichi Pelasgi, come gli Etruschi, i Sardi, occupavano già nella Tirrenia quando giunsero gli esuli di Eritia. Secondo la Dottrina Segreta quest’ultimi, appartenevano alla sesta sottorazza atlantiana, quella degli Akkadiani.

In un’epoca remota nel Bosco Sacro etrusco la Selva Cimina, fece tappa, durante una delle sue «Fatiche». Tito Livio la descrive così: ”Era in quel tempo la selva Cimino più impraticabile e spaventosa (invia atque orrenda) di quanto non lo siano oggi le foreste della Germania e nessuno fino allora vi era penetrato, neppure i mercanti, né ardiva qualcuno entrarvi”. In quel luogo Ercole crea il lago di Vico con la sua mitica clava, e Il lago di Vico è di origine vulcanica, il lago ha origini geologiche molto antiche che risalgono addirittura a 100.000 anni fa in seguito al riempimento della caldera vulcanica. La creazione del lacus Ciminus (lago di Vico), secondo Servio sarebbe avvenuta dopo che l’eroe aveva conficcato nel terreno una sbarra di ferro per dimostrare la propria forza sfidando gli altri abitanti del luogo ad estrarla, ma nessuno ci riuscì. Solo Ercole ne fu capace. Dal foro prodotto uscì poi un’immensa massa di acqua che formò il lago Cimino, oggi conosciuto come Lago di Vico. Ercole per quanto gigante possa essere non crea un lago, viceversa lo fanno le fanno forze telluriche. Ercole poi sconfigge il mostruoso Gigante Caco nei pressi di Bolsena. Il gigante Caco figlio di Vulcano con tre teste che sputavano fuoco, appare nella decima delle Fatiche di Ercole. La sorella del gigante si chiamava Caca e fu la rivelatrice del nascondiglio dei buoi di Gerione rubati ad Ercole. Caca tradisce il fratello e viene venerata con culto divino e aveva anche un fuoco sacro sempre acceso in suo onore, come Vesta.
 
Figura 2. Specchio Etrusco Hercle (Ercole) Menvra (Minerva)

 
Uno specchio etrusco raffigura Minerva che tiene tra le braccia un bambino. Ercole protende la mano verso un bambino sorreggendolo che a sua volta gli appoggia la mano sulla spalla. Il bambino è in realtà un adulto raffigurato stempiato, la rappresentazione simbolica di una stirpe di uomini.
 
L’etrusco Hercle, figlio di Uni (Era) e Tinia  (Zeus) è venerato con l’appellativo di Apa (Padre), esattamente come descritto nel XII Inno Orfico: “Padre di tutte le cose …”. La venerazione di Hercle in Etruria assume anche un significato particolare in relazione al suo territorio con sorgenti di acqua dolce, che alcune fonti letterarie legano ad azioni prodigiose. L’iconografia di Hercle fa la sua apparizione nei palazzi dei Tarquini a Roma o Porsenna o ancora Caere (Cerveteri) nel famoso santuario di Pyrgi.
 
La migrazione di Ercole con i buoi rossi è descritta attraverso la Spagna, la Francia e percorre tutta la penisola italica dal nord della Liguria, al centro passando per la Tirrenia, la patria degli Etruschi, al sud fino a giungere in Sicilia. I Siculi, secondo quanto raccontava Filisto di Siracusa (430-356 a.C.), erano un popolo di stirpe ligure, autoctono dell’Italia centrale, emigrato poi in Sicilia[15]. I Siculi vennero spesso assimilati o confusi con i Sicani al punto che Giovanni Lido (V sec. d.C.) poteva sostenere che gli Etruschi erano un popolo di Sicani colonizzati dai Lidi[16] di Tirreno[17]. Le città etrusche ritenute di origine sicula, espressamente menzionate da Dionigi di Alicarnasso, sono tutte nell’Etruria costiera ed in quella meridionale, e nel Lazio vetus, dove la stessa Roma veniva considerata sicula.
 
Gli affreschi nella Tomba del Triclinio, a Tarquinia, ritraggono uomini rossi, mentre la Tomba degli Auguri presenta personaggi di rango elevato del medesimo colore che si stagliano sopra individui comuni. Un altro ancora tiene fra le mani un uovo, simbolo di vita e della creazione eterna. I re etruschi, durante le cerimonie rituali, si tingevano di rosso con il minio. Perché si tingevano ritualmente di rosso? Forse per ricordare che i loro antenati gli Etruschi antidiluviani erano il popolo dalla pelle rossa, una colonia di Atlantidei, i sopravvissuti al Diluvio narrato da Platone conservarono le memorie antiche del loro popolo e si ristabilirono sulle antiche terre provenendo in questo caso da Occidente. I loro antenati di colore rosso–bruno, avevano un’altezza prodigiosa e primeggiavano nell’arte edilizia con costruzioni ciclopiche, strade lastricate e ponti. Crearono un impero splendente durato diversi millenni, furono spazzati via quando l’ultimo cataclisma si abbatté su Atlantide. Eschilo, nella tragedia “I Sette a Tebe” narra che Iperbio è figlio di Enopione. Enopione vuol dire “colui che ha il colore del vino” il colore rosso dei buoi di Gerione”.

 
Figura 3. Dignitario colore rosso seduto su un diphros con scettro[18]
 
La Mappa N° 4 tratta da The Story of Atlantis and the Lost Lemuria di William Travers Scott-Elliot mostra Atlantide prima della sua distruzione finale ed è riferita a Poseidone l’isola descritta da Platone nel Timeo e nel Crizia. La mappa mostra in Asia il Mare del Gobi dove ora c’è l’omonimo deserto e in africa un grande mare quello noto sotto il nome di Tritone, un immenso golfo. Inoltre constatiamo l’Europa e l’Africa erano già separate, la separazione avvenne in un periodo che secondo alcuni risale a 100.000 anni fa e ad altri a 80.000 anni fa. La prima emigrazione doveva essere antecedente a questa distruzione e rappresenta esotericamente una sottorazza della Quarta generazione o atlantidea. L’Italia era già formata con le sue grandi isole: Sicilia, Sardegna, Corsica. Gli abitanti della Sardegna e dell’Italia, gli Etruschi erano giganti antidiluviani.
 
Figura 4. Scott Elliot - Atlantis
 

 
[1] Vincenzo Pisciuneri “Nascita e Morte di un Kósmos – Troia”.
[2] Osiride, il Sole, è descritto da Plutarco in De Iside, come un Re, un Istruttore, un Legislatore ecc.
[3] Orfeo, come Pitagora, Buddha, Gesù, Ammonio Sacca ecc., non scrisse mai nulla, l’Insegnamento doveva essere tramandato solo oralmente ed in segreto.
[4] K. Kerényi, Gli Dei e gli Eroi della Grecia, II, p.182.
[5] Altri raccontano, invece, che Ercole rimpicciolì il canale per impedire ai mostri marini di entrare nel Mediterraneo.
[6] K. Kerényi, Gli Dei e gli Eroi della Grecia, II.
[7] M. Baistrocchi  “Arcana Urbis”, ECIG Genova.
[8] Nella Genesi Dio crea l’uomo con la creta rossa.
[9] Anfora di figura nera di Eracle Atena (Minerva) e Gerione dalle tre teste, 550 a.C. Museo del Louvre, Parigi.
[10] Le tre grandi isole consacrate a Plutone-Ades, Zeus-Giove e Poseidone-Nettuno, secondo quanto affermava lo storico Marcello citato da Proclo nel commento al Timeo.
[11] Arist. Fis. IV p.218b, 21.
[12] K. Kerényi, Miti e Misteri, p.413-417, Adelphi.
[13] K. Kerényi, Miti e Misteri, p.413.
[14] Servio, Commento a Virgilio, Eneide VIII, 51, 130, 336; Livio, I, 7.
[15] In Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 9; 22.
[16] Secondo Erodoto Tirreno e suo fratello giunsero dalla Lidia.
[17] Giovanni Lido, De magistratibus populi romani (prefazione), testo italiano in G. Buonamici, Fonti di storia etrusca tratte dagli antichi classici, Firenze-Roma, Olsckhi, 1939, pag. 144.
[18] Tomba dei giocolieri Tarquinia 530 a.C.
LA SECONDA DISTRUZIONE DI TROIA

Dopo la prima distruzione di quel piccolo cosmos che va sotto il nome di Ilio Troia per mano di Ercole, un figlio di Zeus, in altre parole per effetto della Legge, del Fato ineluttabile che fa nascere e morire uomini, continenti e pianeti, Priamo appare come un nuovo Ilio, destinato a rifondare un piccolo cosmos.
 
Ciò che nasce deve morire, anche il cosmos popolato da Priamo è sottoposto all’inesorabile legge del ciclo, i numeri parlano chiaro: la durata è pari a 52 anni della vita del Re. La seconda moglie di Priamo, Ecabe, nome che vela Ecate, generò al marito 19 dei suoi 50 figli, gli altri figli li ebbe da concubine, e tra i figli illegittimi vi furono 12 figlie. Il primo figlio di Ecuba, fu Ettore, il protettore della città, il cui destino è strettamente legato alle magiche mura di Troia; il secondogenito fu Paride, colui che apparentemente scatenò la guerra degli Achei contro i Troiani. Il numero totale dei figli è in relazione con il grande ciclo, caratterizzato dal numero cinquanta, che è legato a Ercole e al mito tebano delle figlie di Thespio. Priamo regnò 52 anni, il numero delle settimane che compongono l’anno solare, i figli legittimi dell’anno solare, sono 19, il numero del ciclo luni-solare o metonico[1]. Le 12 figlie rappresentano i mesi dell’anno, le Ore diurne del Ciclo di manifestazione di un popolo, di un ceppo razziale, di un pianeta.
 
Il passaggio da una Generazione a un’altra avveniva per gli antichi in modo traumatico, con una distruzione, per fuoco e per acqua, un’Ecpirosi e un Diluvio. La nostra umanità la Quinta Generazione appartiene all’Età del Ferro. Esiodo precisa che gli uomini della Quarta Generazione sono gli Eroi che combatterono le mitiche battaglie intorno a Tebe e a Troia.  
 
Scrive Karóly Kerényi in “Miti e Misteri” che Elena, nacque dalla “possente necessità” di un dio (Zeus) di “sedurre” la Necessità cioè Nemesi, affinché generasse “la bellezza”. Il frutto nato da questa impresa fu causa di uno dei conflitti più grandi che si verificarono nella storia dell’antichità, la guerra di Troia. Guerra che rimase unica sia per i preparativi, che per l’estensione di tempo, nonché per la grandezza degli Eroi che vi parteciparono, e per gli dèi che furono coinvolti in una sorta di guerra intestina.
 
La seconda distruzione narrata da Omero coinvolge mitologicamente Enea, ed avvenne al tempo di Priamo e Paride. I due eventi sono lontani fra loro anche se nel mito appaiono contigui.
 
L’immagine di copertina di questo libro mostra lo Specchio etrusco esposto nel museo dell’Hermitage di San Pietroburgo che fa riferimento velato al giudizio di Paride che scatenò una guerra che terminò con la distruzione di Troia. Al centro dello specchio  si vede Turan (Venere) che abbraccia Atunis (Adone); dietro alla coppia vi è Tusna, il Cigno di Venere, sui bordi, il corteo delle Lase o Ninfe alate. Giovanni Feo in “La religione degli Etruschi” commentando lo specchio fa notare che accanto alla Dea è seduta la Lasa Zipna, che con una mano intenta a segnare qualcosa sulla schiena della Dea. Sul bordo dello specchio volteggiano sei Lase, quattro femminili e stranamente due maschili. Alcune Lase impugnano una fiala e la penna, forse per scrivere, forse per segnare e fissare, come i dardi di Eros, gli umori del cuore; in questo ruolo sono emissarie di Turan. Lo specchio di Turan e Atunis è indirettamente un inno alla prescelta da Paride, la dea più bella che con la sua sola presenza comanda ai cuori e accende gli animi. Una delle Ninfe stringe in mano una cetra.
 
Joseph Campbell in Mitologia Occidentale mostra una raffigurazione etrusca del giudizio, dove Paride allarmato, che il dio Hermes afferra per un polso per costringerlo a svolgere il suo compito tiene in mano una cetra. Il giudizio si svolse sul monte Ida dove in seguito, Paride conobbe la ninfa delle fonti Enone,  istruita nell’arte della medicina, che divenne sua moglie.
 
 
Figura 1. Giudizio di Paride Specchio etrusco Museo deii’Hermitage                                                                        
 
Il numero totale delle Ninfe è Sette, sei ai bordi dello specchio e una al centro. Come in Etruria il seguito della Dea Turan era composto dalle Ninfe o Lasa, così nell’antica Grecia le Ninfe erano compagne della dea Artemide. Le Ninfe descritte come divinità bellissime e immacolate, erano anche qualcos’altro di segreto e misterico. Euridice era la compagna di Orfeo; Calipso la Ninfa dell’isola di Ogigia era amata da Ulisse; Dafne era la Ninfa amata da Apollo, trasformatasi in alloro per sfuggire al Dio. La corona di alloro si metteva sulla testa degli Iniziati. Numa Pompilio, racconta la tradizione, era in stretto contatto con la ninfa Egeria, Plutarco allude a nozze divine.
 
L’aspetto interessante non commentato da Giovanni Feo è la presenza del Cigno. Le Dea Turan era comunemente associata ad uccelli come la colomba, l’oca ma soprattutto il cigno, Tusna era “il cigno di Turan”. La Madre Turan è connessa a Venere Genetrix, la madre di Enea era appunto Venere. Il progenitore dei Troiani è Dardano, figlio di Zeus, che all’inizio della creazione appare sotto forma di Cigno. I Pelasgi sono i discendenti di Iasio o Iasone, il fratello gemello di Dardano, e venivano anche chiamati Pelargi.  Pelargos significa cicogna ed è in relazione con il cigno che all’inizio dei Kypria accoppiandosi con Nemesi fece nascere Elena colei che doveva causare l’annientamento dell’umanità rappresentata dal cosmo troiano.
 
Una seconda emigrazione o una fuga avvenne al tempo della definitiva distruzione di Troia, un cosmos, una grande isola quella di Poseidone a cui Platone diede il nome di Atlantide. La scomparsa dell’ultima isola Poseidone e la sommersione delle pianure del Mediterraneo da quanto affermato da Platone avvennero il 9.564 a.C. A questo evento e collegato il mito di Enea  e della ripopolazione  delle terre del Mediterraneo e agli Etruschi postdiluviani. Platone, riferendo le parole del sacerdote egizio, di Sais, scriveva sugli abitanti di Atlantide nel Timeo: “Dominavano anche su altre regioni e da questa parte dello stretto (di Gibilterra) sulla Libia (Africa settentrionale) sino all’Egitto e sull’Europa fino alla Tirrenia”.
 
Quando avvenne questa migrazione di cicogne-gru troiane? In un’epoca antidiluviana imprecisata prima della distruzione di una grande isola atlantidea Eritia per la tradizione greca, Poseidone per Platone, Daytya (la terra dei giganti) per la tradizione indù. Questa Isola, Eritia, figlia dell’Oceano, è descritta come posta all’Occidente con il sole che tramonta ai piedi della sua montagna cioè il picco di Tenerife. Eritia la meta di Ercole, l’isola rossa di Gerione, è anch’essa una terra del sole calante ed è posta ad occidente di Gadir. Ercole o Eracle, fu mandato all’estremo Occidente a catturare dei buoi di Gerione dal colore rosso scarlatto e dovette attraversare l’oceano per giungere ad Eritia isola del sole calante.
 
La caduta di Troia rappresenta la distruzione di un cosmos, la fine di un’epoca. Enea che abbandona la città-nazione distrutta, nei racconti di Virgilio, appare a capo di una migrazione troiana verso l’Italia l’antica patria del progenitore Dardano, per iniziare un nuovo ciclo. Le vicende di Enea appartengono alla mitologia occidentale, Snorri Sturlason, uno storico, poeta e politico islandese, nel Prologo della prosa Edda, racconta:
 
Di un mondo diviso in tre continenti: Africa, Asia e la terza parte chiamata Europa o Enea. Snorri racconta anche di un Troiano di nome Munon o Menon, che sposa la figlia del Sommo Re (Yfirkonungr) Priamo chiamato Troan e viaggia in terre lontane, sposa la Sibilla e ha un figlio, Tror, che, come Snorri dice, è identico a Thor.
 
[1] Apollo, ritorna ogni 19 anni nel paese degli Iperborei; il Sole impiega 19 anni per ricongiungersi con la Luna.
GLI ETRUSCHI KABIRI POST DILUVIANI

Giovanni Feo in  “Il mondo sotterraneo degli Etruschi” scrive che La venuta dall’Oriente verso il Centro Italia di questo popolo dalle oscure origini, trova singolari motivazioni nel fine esoterico di un primordiale culto della terra, regolato da una enigmatica élite di Re sacerdoti, i Lucumoni. Attraverso le mitiche figure di alcune divinità, Voltumna, Tages, Minerua, Dis, viene rievocato lo scenario simbolico di quel Pantheon etrusco e italico che, ereditando tradizioni e dottrine da Pelasgi, Egizi, Mesopotamici e Cretesi, ha costituito l’ultima presenza degli antichi Dèi sulla terra. Giovanni Feo afferma che l’originario punto di partenza della civiltà etrusca, viene indicato, dalla maggioranza degli studiosi, in quell’area settentrionale dell’Asia Minore bagnata dal mar Egeo che era al centro di una vasta corrente di influssi e di scambi provenienti, sia dalla penisola Ellenica, sia dalle vicine terre mesopotamiche. Tale influsso, di tipo orientale, più di ogni altro è avvertibile nella storia degli Etruschi. Solo in un secondo tempo, dopo che gradualmente il nuovo stanziamento s’era stabilito nel centro-Italia, si manifesta un processo di aggregazione con elementi locali, specialmente con le popolazioni pre-italiche dei Falisci e, probabilmente, con alcuni ceppi di Liguri, Sabini ed Umbri. Questo secondo influsso, prettamente autoctono, va considerato come un armonioso innestarsi di genti e tradizioni italiche su un tronco sociale di discendenza e derivazione asiatica, ovvero su quegli Etruschi che dall’Asia Minore avevano ereditato tradizioni e formazione religiosa[1].
 
Secondo l’archeologo e storico Albert Grenier, la religione etrusca rappresenta la sintesi di numerosi elementi venuti sia dai lontani altipiani anatolici sia da tutte le vicine colonie greche dell’Italia del Sud.
 
Secondo Erodoto, l’origine degli Etruschi risale a dopo la guerra di Troia, in un’epoca imprecisata, quando un gruppo di profughi dalla Lidia avrebbe raggiunto le coste italiane fondandovi un regno. Marco Porcio Catone, strenuo difensore della Tradizione asserisce di non sapere su quali basi, gli Etruschi vengono considerati un popolo asiatico. Una leggendaria migrazione venuta da lontano approda sui lidi italici e da sempre sfugge alle ricerche più approfondite. Dov’era la loro patria?
 
Il mistero delle origini degli Etruschi è legato all’esatta posizione geografica di Troia, città dell’Asia Minore o Cosmos situato a Occidente, una grande isola in mezzo all’oceano situato oltre le Colonne di Ercole?
 
Mirsilo di Lesbo (III sec. a.C.) affermava che i Tirreni provenienti dall’Etruria “assunsero nel corso dei loro spostamenti senza meta fissa il nome di Pelasgi a somiglianza degli uccelli chiamati Pelargi (cioè cicogne) perché come questi migrano a stormi per la Grecia e le regioni barbariche; essi innalzarono anche il muro si cinta che circonda l'acropoli di Atene, cioè il cosiddetto muro Pelagico” (vedi cap. XIII, 2) … Aristofane (450-485  a.C.) nomina il muro Pelargicon, con palese riferimento alle cicogne, al verso 832 della commedia “Gli uccelli”, presentata ai concittadini Ateniesi nel 414  a.C. (vedi cap. XIII, 4).[2] Albero Palmucci  riferisce che sull’Asklepion di Atene, fiancheggiante il Muro Pelasgico, era raffigurata una cicogna, come è stato scoperto dall'esame di un rilievo trovato sul luogo.
 
La presenza dei Tirseni o Tirreni nel Mediterraneo orientale potrebbe esser documentata già dai geroglifici egizi del tempo del faraone Meremptah, dove si parla dei Popoli del mare, fra cui i T.r.s (i Tyrsenoi?) che, nell’1.260 a.C., tentarono di invadere l'Egitto.[3]
 
Tra le convergenze tese ad avvalorare l’ipotesi che gli antichi Etruschi erano Pelasgi, c’è l’uso di tutte le popolazioni pelasgiche di dividere il territorio in 12 parti, (città, aree, regioni o “città-stato”, come nel caso degli Etruschi). Le metropoli etrusche annoverano Cortona, Arezzo, Fiesole, Tarquinia, Vulci e Populonia.
 
La migrazione delle cicogne troiane si riferisce agli spostamenti di un gruppo etnico sopravvissuto alla distruzione del cosmos-continente simboleggiato da Troia. Il mito narra che un ramo dei Pelasgi si stabilì nella Grecia arcaica, mentre l’altro ramo, i loro cugini si stabilì in Italia, di cui gli Etruschi sono i loro discendenti.
 
L’ultimo cataclisma che distrusse l’Atlantide, avvenne secondo quanto affermato da Platone nel 9564 a.C. Il cataclisma provocò un grande spostamento di acque: le terre del Mediterraneo, furono sommerse, in oriente, gli effetti furono più grandi, tali da cambiare l’intero volto dell’Asia Centrale. Il Mare del Gobi si prosciugò e divenne l’attuale deserto, un gran numero di famiglie razziali genericamente indicate col nome di Noé si spinse sulle montagne stabilendosi sugli altopiani del Caucaso e del Tibet, questa fu la memoria storica del Diluvio di cui parla la Bibbia.
 
Gli antichi discendenti dei Giganti della Quarta Generazione: Baschi, Greci, Italici, Fenici, Egizi, ecc. furono spazzati via i pochi sopravvissuti che abitavano sulle alture, s’imbarbarirono. Dopo circa mille anni, le paludi dell’Europa Centrale ridivenendo nuovamente abitabili, ma non abbastanza asciutte da offrire una sana dimora e furono causa di malattie che decimarono le prime ondate di popoli che discendendo dalle catene montuose del Caucaso si erano diretti verso Nord-Ovest.
 
Quando le paludi si asciugarono, dagli altopiani del Caucaso e dell’Asia, dove avevano trovato rifugio ai tempi della sommersione dell’ultimo lembo di Atlantide, i superstiti colonizzarono le nuove terre lasciate libere dalle acque. Quelli che andarono verso Sud divennero gli Slavi e i Bulgari; una parte si trasferì verso la verso l’Asia minore la Grecia, la Samotracia e verso l’Italia con i primi Etruschi post diluviani, portando con sé le antiche tradizioni e l’antica conoscenza. Millenni dopo il cataclisma una colonia si spostò nuovamente verso l’antica patria. Con la discesa dei sopravvissuti dagli altopiani le terre liberate dal fango e dalle paludi si ripopolarono una migrazione. Si comprende ora perché alcuni storici che pongono l’origine degli Etruschi nell’antica Lydia, in Anatolia, nell’odierna Turchia, a oriente di Smirne, citano Erodoto che scrisse:
 
“Raccontano i Lidi che sotto il re Atys, figlio di Manes, vi fu in Lydia una grande carestia; per un po’ la popolazione vi tenne fronte, ma poi, visto che non cessava, …  il re divise il popolo in due parti…  A capo dei designati a rimanere pose se stesso; degli altri designati a partire, il proprio figlio Tirreno. Gli esuli scesero a Smirne, costruirono delle navi…  e salparono alla ricerca di una nuova terra …, finché dopo aver costeggiato molti paesi, giunsero presso gli Umbri dove fondarono città che tuttora abitano ”[4].
 
Il re dei Lidi, Manes è analogo al primo Faraone egizio non atlantideo, Menes. Manes è la trasposizione di Manu, nome dato dagli Indù all’essere collettivo che incarna la guida delle Razze Madri con le corrispettive sottorazze. Le isole Kabire[5] dove si celebravano i Misteri del Fuoco, dimorano nel Mare Egeo di fronte alla Lydia. Erodoto, dunque afferma, che una grande emigrazione per via mare avvenne dall’Anatolia, l’antica Lydia, dalle coste orientali del mare Egeo fino alla penisola italiana, sulle coste dell’odierna Toscana. Toscano e Tirreno, infatti, sono sinonimi. Non si tratta però, di sola sinonimia, bensì di identità tematica: il tema TYRR o TYSC è infatti il medesimo. Con una sostituzione del suono Y con quello della I e la U, TYRR, TIRS si trasforma in TUSC (Tuscani).


[1] http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/religioni/mondosotterraneo.pdf.
[2] Da A. Palmucci, Virgilio e Corinto-Tarquinia, S.T.A.S. - Regione Lazio, 1998.
[3] A. Palmucci, Virgilio e Corinto - Tarquinia, S.T.A.S. - Regione Lazio, 1998
[4] Erodoto Le Storie, I, 94.
[5] Kerényi, in Miti i Misteri p.161, afferma che l’antica lingua non-greca dell’isola kabirica di Lemno sembra particolarmente affine all’etrusco.
ANTICHE LINGUE NON INDOEUROPEE
Giulio Cesare, e l’imperatore Augusto erano affascinati dalle vicende troiane, mentre l’imperatore Claudio affascinato dagli Etruschi e dai Tirreni, scrisse i Tirrenika in venti volumi, poi spariti nel nulla. Per la stesura dei “Tirrenika” sicuramente Claudio attinse notizie dalle opere di precedenti storici latini, ma probabilmente consultò anche fonti etrusche originali, ancora esistenti ai suoi tempi, anche se ormai l’etrusco era diventato di fatto una “lingua morta”. Stessa sorte subirono gli Annuali Etruschi custoditi nel Tabularium Capitolinum, che narravano la vera origine dei Romani, i Libri Etruschi e i Tusci libelli, conservandosi soltanto qualche frammento negli autori latini.
 
Tito Livio ci spiega che i Romani dell’aristocrazia conoscevano alla perfezione la lingua  Etrusca, in quanto i giovani patrizi andavano a compiere i loro studi a Caere, e non si trattava semplicemente di comprenderne la lingua, né di sapersi solamente esprimere correttamente, ma di parlarla senza inflessioni straniere, al punto da poter essere scambiati per uno di loro. Il monumentale complesso urbano di Caere, con una necropoli che copre 360 ettari, era anticamente il porto più potente del Mediterraneo, insieme ad Hatria, e da innumerevoli altri sulla costa Tirrenica.
 
Tutte le iscrizioni etrusche provengono da luoghi sacri, templi o necropoli. La scrittura rimaneva dunque confinata nell’ambito della casta sacerdotale che la utilizzava esclusivamente per finalità religiose. Le lamine d’argento e d’oro o di bronzo incise in lingua etrusca erano realizzate nel seguente modo. Sul retro della fine lamina, partendo dell'alto, veniva poggiato, a caldo, un oggetto metallico con la punta smussata che veniva battuto con un martellino, facendo estrema attenzione a calibrare il colpo, così da non rompere o incrinare il tenero argento. Sul davanti della lamina appariva in altorilievo il testo inciso sul retro. Ma per poter leggere correttamente l'iscrizione, nel momento della battitura la si doveva scrivere al contrario, altrimenti i caratteri sarebbero apparsi nel senso inverso a quello di lettura (da destra a sinistra).
 
Un irrisolto mistero interessa le origini più antiche del substrato linguistico da cui è disceso l'idioma etrusco. Da un lato sono evidenti e ormai riconosciuti gli elementi "indoeuropei" presenti in molti radicali etimologici che rimandano al vicino Oriente (Asia Minore). Ma esiste anche un cospicuo numero di elementi linguistici, etimi e desinenze, che sicuramente non derivano dallo stesso ceppo orientale, ma da una cultura più antica. Forse di età neolitica e forse localizzabile nell’Europa centromeridionale (Balcani, Tracia)[1].
 
Esiodo, Omero nella città di Kaminia sull’isola di Lemno attribuita a una colonia di Pelasgica, riporta iscrizioni di lingua Pelasgica. Erodoto, affermava di non conoscere con esattezza quale lingua parlassero i Pelasgi. La lingua è completamente sconosciuta, non è né del ceppo indoeuropeo, né semitica. La lingua mostra le caratteristiche simili agli Etruschi.
 
 
Figura 1. Iscrizione Isola di Lemno
   
Agostiniani nel 1986 ha dimostrato che la stele di Lemno:
 
  • È scritta con un alfabeto etrusco arcaico con poche caratteristiche locali;
  • Ha morfologia coincidente con quella etrusca uguali il genitivo, il dativo, il suffisso del plurale;
  • Presenta alcune voci importanti etrusche, come naphos “nipote”, śialchveis “sessanta”, sivai “egli visse”, avis “anni”.     
 
Quest’antica lingua la ritroviamo fra i Baschi, gli Iberici in Spagna, gli Aquitani in Francia del sud, i Rhaetians e i Liguri, ed infine gli Etruschi in Italia. Generalizzando era la lingua comune fra tutti i rappresentanti della popolazione autoctona dell’Europa del Sud in un periodo che precedette la venuta degli Indoeuropei.
 
Strabone scriveva che quelli di Tartesso: “Hanno libri, leggi e poemi che risalirebbero a seimila anni addietro”. La popolazione di Tartesso raggiunse un alto livello di civiltà, commerciava con molti paesi del bacino del Mediterraneo, e anche più distanti (a Ovest verso le Americhe). All’epoca di Poseidonio (100 a.C.) vi era ancora traccia della letteratura tartessiana. La scrittura in uso a Tartesso era differente da quella iberica, e i suoi caratteri sono impressi sulle monete di diverse città. Un esempio di scrittura di Tartesso sembra essere un'iscrizione incisa su un anello, trovato da Schulten in un villaggio di pescatori spagnolo.    
 
Figura 2. Antica iscrizione di Tartesso
 
 
Nel bacino del Mediterraneo il greco (VIII secolo prima di Cristo) e poi il latino (V secolo prima di Cristo), lingue classificate come indoeuropee, mentre l’etrusco e il fenicio sono classificate come lingue non indoeuropee. L’origine, la provenienza e l’identità di un popolo sono collegate alla sua cultura e anche sulla sua lingua. Questa differenza, questo essere un’isola linguistica costituisce un problema: riguarda il passato e il presente.
 
L’analisi del Dna mitocondriale di 80 individui vissuti in Etruria a cavallo tra il VII e il II secolo avanti Cristo, ha chiarito alcuni dei dubbi che si riferiscono a quest’antica popolazione italica. Lo studio, pubblicato sulla rivista “American Journal of Human Genetics”, è stato realizzato dall'equipe di ricercatori del dipartimento di biologia dell'Università di Ferrara guidati dal professor Guido Barbujani. Secondo i dati, l’antica popolazione etrusca non sembrerebbe aver lasciato traccia genetica nelle attuali popolazioni che vivono sullo stesso territorio e cioè in Toscana, Alto Lazio ed Emilia Romagna. Inoltre dal confronto del corredo genetico degli Etruschi con quello di altre popolazioni italiche a essi contemporanee (Piceni e Sardi) non sembrano emergere particolari affinità. Gli antichi Etruschi si sono estinti.
 
[1] Giovanni Feo – La religione degli Etruschi.
RELIGIONE E RITI MISTERICI KABIRICI DEGLI ETRUSCHI

Secondo una tradizione, i Kabiri erano gli stessi Dardano e Iasione. A questo culto allude, forse, Virgilio quando fa dire al re Latino che Dardano: “Ora è accolto dall'aurea reggia del cielo stellato, e fa crescere con altari il numero degli Dèi” (Eneide, VII, 210-211). A Samotracia, secondo Diodoro Siculo (I sec. a.C.), dagli amori di Giove con Elettra, figlia di Atlante, erano nati Dardano, Iasio ed Armonia. La Samotracia fu colonizzata dai misteriosi Pelasgi, poi dai Fenici. Il nome generico di Kabiri era i “Fuochi Sacri”, che crearono su sette località dell’isola di Electra o Samotracia, il Kabiro nato nella città santa di Lemnos, l’isola consacrata a Vulcano. Secondo Pindaro, Adamas era il il nome del Kabiro: uno dei sette tipi di progenitori del genere umano, l’archetipo di tutti i maschi, il tipo dell’uomo primitivo nato dalla terra. Cicerone, parlando del Prometeo di Eschilo, definisce il furto del Fuoco come il “furto di Lemno”. Luogo della scena sarebbe stato dunque in Eschilo, l’isola di Lemno, in quel luogo nel cratere Mosychlos.
 
Attraverso una tradizione risalente almeno a Dionisodoro ed a Mnasea di Patara, sappiamo che nell’isola di Samotracia, durante la celebrazione dei Misteri, i Kabiri venivano invocati con i nomi di Axieros (Demetra), Axiokersa (Persefone), Axiokersos (Ades) e Cadmilos (Ermete). Cadmilos, l’ultimo dei quattro era il più elevato era rappresentato con un cubo a sei facce che sviluppato diventa una croce di tre e di quattro facce, sette in tutto.
 
I Kabiri venivano chiamati i Grandi Dei, i Potenti, che exotericamente erano in numero di Quattro, in realtà erano Sette in tutto. Il significato occulto del numero Sette e dei Sette Kabiri, implica la generazione fisica, infatti la parola sesso, in origine era “ax”, poi con il passare del tempo divenne sex e se diamo un nome aspirato ad uno dei Kabiri, ad esempio Axierox, lo pronunciamo Sexieros. Il nome di una compagna di Prometeo era Axiothea che la mette in rapporto con i nomi conosciuti dei Kabiri. I Kabiri erano dunque di due sessi, a Tebe le Kabirie avevano un santuario, mentre a Menfi lo avevano i Kabiri. A Lemno si parlava di Tre Kabirie figlie della Grande Madre e del Kabiro suo sposo. Le Tre Kabirie avevano come mariti Tre fratelli Kabiri, Sei in tutto, tre coppie.
 
Nella sua Trilogia degli Argonauti, Eschilo dedicò un’intera tragedia agli esseri primordiali di Lemno, sotto il titolo Kabeiroi. Nel mito della fondazione del santuario kabirico presso Tebe si raccontava che in quella regione anticamente ci fosse una città abitata da uomini kabirici, ad uno di questi antichi, Prometeo, e a suo figlio Aitnaios, Etneo o Efesto, Demetra portò loro i Misteri[1]. Egli avrebbe generato altri Kabiri che perciò sarebbero stati chiamati Efesti, che come lui portavano il martello del fabbro. Ad essi è attribuita l’invenzione delle lettere, delle leggi, dell’architettura. Essi sono il prototipo dell’umanità noti anche sotto il nome di Manu, Mani o Lari. La parola Lari in etrusco è Lars e significa conduttore, guida.
 
Platone sosteneva che chiunque si fosse accinto a porre le basi di uno Stato avrebbe dovuto attenersi ai responsi degli oracoli di Delfo, di Dodona e di Ammona i quali prescrivevano quei sacrifici e quei riti che si dicevano importati dall’Etruria o da Cipro. Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, I, 23; 69;II,22) riferiva pure un passo di Mirsilo di Metimna (III sec. a.C.) dove si diceva che gli Etruschi praticavano il culto dei Kabiri. Mirsilo raccontava che, molto tempo prima della guerra di Troia, gli Etruschi incorsero nelle ire divine per non avere sacrificato ai Kabiri, un decimo dei loro figli. Per tre generazioni patirono siccità e carestia finché, colpiti anche da altre calamità lasciarono l’Etruria. Il culto dei Kabiri, i misteriosi Dèi era praticato in Samotracia, in Etruria, in Frigia, in Fenicia, nella Tracia, in Egitto, in Sicilia. Varrone ci informa che Ermes presso gli Etruschi era chiamato Cadmilos come nei Misteri di Samotracia.  La corrispondenza rea le divinità Kabire, Greche ed Etrusche è la seguente:
 
  • Axieros, Demetra, Tinia.
  • Axiokersa, Persephone, Phersipnai.
  • Axiokersos, Ades, Aita.
  • Cadmilos, Ermete, Cadmilos.       
 
Un affresco nella tomba dell’Orco a Tarquinia (III e IV sec. a.C. mostra la coppia ctonia Phersipnei e Aita. Il dio infero Aita è fornito di arco e rappresentato barbuto con il capo coperto dalle pelle di una testa di lupo, e il corpo come mantello, collegando così il lupo con il dio. Il dio Soranus, l’Apollo Infero del monte Soratte è accompagnata dai lupi.
 
 
Figura 1. Aita e Phersipnei rappresentati sulla Tomba dell’Orco a Tarquinia
 
Palmucci ci informa che Proclo il Diadoco e Giovanni Lido facevano sapere che i Greci identificavano il loro Ermes ctonio con Tagete, il fanciullo divino figlio di Genio (uno dei  Penati etruschi), nato a Tarquinia dalla terra smossa dall’aratro di Tarconte[2]. Elio Donato, cercando di individuare quali fossero secondo Virgilio i Penati che Enea condusse in Italia, diceva che si trattava dei Grandi Dei, e sosteneva che questi erano Giove, Giunone e Minerva, e che Tarquinio Prisco, esperto nella religione mistica di Samotracia, ne riunì il culto in un solo tempio, e vi aggiunse Mercurio.
 
I Dèi Kabiri erano adorati universalmente, e la loro origine si perde nella notte dei tempi. Ma che fossero invocati in Frigia, in Fenicia, nella Troade, nella Tracia, nell’Egitto, a Lemno o in Sicilia, il loro culto era sempre connesso col fuoco, i loro templi erano sempre costruiti nelle località più vulcaniche, e nel culto exoterico appartenevano alle divinità Ctoniche.
 
Un’altra corrispondenza tra luoghi vulcanici e zone di culto kabirico, ctonio e importante fondazione civilizzatrice riguarda il rilievo del quaternario vulcano Laziale, con i crateri spenti di Albano e Nemi. In quei luoghi la tradizione tramanda che sia nata Albalonga, fondata dal figlio di Enea, e che ivi fosse il Bosco Sacro di Nemi, il primigenio centro cultuale del Lazio[3]. Gli Etruschi hanno decisamente prediletto le zone vulcaniche ed i terreni tufici. Tale è la morfologia territoriale dell’Etruria originaria, caratterizzata dalla presenza di due grandi crateri vulcanici, Bolsena e Vico, e dalle gole tufiche che dalle pendici dei monti Volsini e Cimini si diramano tortuosamente verso il piano. Il territorio etrusco è spettacolarmente ricco di luoghi sacrali, locali ipogei, necropoli, gallerie, cunicoli labirintici, percorsi megalitici tagliati nella roccia. I luoghi di culto etruschi con tipologia vulcanica rispecchiavano quelli delle isole kabiriche dalle quali essi probabilmente arrivarono, quando avvenne questa migrazione molto tempo dopo che le pianure sommerse dall’ultimo cataclisma si asciugarono e permisero la discesa di nuove migrazioni dai sopravvissuti sugli altopiani orientali.

[1] L’uomo proviene dalla terra, fatto di fango come conferma la Bibbia, ma diventa uomo solo nella seconda fase della sua creazione, per mezzo del perfezionamento nel segno di Demetra e di Prometeo.
[2] Giovanni Lido, De ostentis, 2-3.
[3] Giovanni Feo, Mondo sotterraneo degli Etruschi.
VELTHA E VOLTUMNA
 
Veltha, Velthume, era la divinità ctonia etrusca più importante e venerata, al punto da godere d’un esclusivo culto ritualizzato proprio nel centro segreto dell’Etruria, al cospetto dei lucumoni e del «larthe» designato, il capo supremo. L’etrusco Veltha conosciuto dai Romani come Vertumno è anche il dio patrono della dodecapoli, la federazione delle dodici città-stato etrusche. Seguendo le parole di Varrone, Voltumna sarebbe stato il primo dio etrusco ad essere introdotto a Roma. In base a ciò che ci dice lo stesso Varrone infatti, l’antica statua del dio sarebbe stata collocata in città, nel momento in cui il contingente etrusco arrivò in aiuto a Romolo nella guerra contro i Sabini.
 
La controparte femminile di Veltha era chiamata Voltumna, Urcla, Norzia, ed era la dea del fato e delle acque sacre, protettrice della dodecapoli. Varrone definiva Vertumno e Voltumna le due principali divinità etrusche, come “Deus Etruriae Princeps”. Le feste religiose del Fanum Voltumnae, sulle sponde del lago di Bolsena, divinità legate al ciclo delle stagioni e del sole. La principale celebrazione era in occasione del matrimonio tra Voltumna (la luna) e Vertumno (il sole), si svolgeva al Fanum Voltumnae e cadeva molto probabilmente nel solstizio estivo il 24 di giugno, quando si effettuava il rito del clavus annalis, al tempio di Norzia ed era anche l’inizio della raccolta del grano.
 
L’appartenenza di Veltha alla sfera del tellurismo e ai culti della madre-terra pone in filiazione con il culto misterico dei Kabiri e con le grandi civiltà megalitiche. Vi è una connessione tra Veltha, Efesto, il vulcano, la metallurgia ed il culto della pietra lavica (tufo) praticato nell’area delle antiche lucumonie di Volsinii (Bolsena) e di Vulci che, non a caso, in quanto aree «sacrali» e quindi inespugnabili. Giovanni Feo in “Il mondo sotterraneo degli Etruschi” afferma che il più importante segreto riguardava senz’altro l’esatta ubicazione del Fanum Voltumnae, la zona sacra consacrata al dio Veltha, cuore geografico e spirituale dell'Etruria e centro di riunione dei massimi capi etruschi, i Lucumoni. Dagli scritti di Livio e di altri storici romani sappiamo che il «Famum Voltumnae», il sacrario di Veltha, il principale dio etrusco, si trovava vicino al lago di Bolsena (Volsinii). Il culto principale era concentrato sulla Diade divina Veltha e Voltumna, in onore delle quale furono fondati i tre “ombelichi sacri” delle tre dodecapoli. Una volta all’anno i rappresentanti della dodecapoli, i Lucumoni, si riunivano al Fanum Voltumnae, nei pressi di Volsinii, un luogo sacro tuttora sconosciuto, per eleggere il capo della confederazione. Il culto principale, praticato in tutte e tre le dodecapoli  etrusche tosco-laziale, padana e campana, fu incentrato sulla diade ctonia divina: Veltha e Voltumna, il dio e la dea.
 
L’etimologia più accettata della parola Lucumone viene fatta risalire al greco “Jucos” (bosco) e quindi il Lucumone sarebbe propriamente un «sacerdote del bosco», così come il termine «druido», dal greco «drus» (quercia), potrebbe tradursi con «sacerdote del bosco di querce».
 
Al fianco del dio ctonio che è allo stesso tempo dio degli oceani (Nethuns) e del fuoco (Velchan-Sethlans), “signore degli animali” (soprattutto di lupi, serpenti e tori), del tutto identico per attributi al “Sole Nero” (Soranus, Śuri), nonché padrone delle ricchezze e del raccolto siede una Grande Dea Madre oscura i cui nomi sono Catha, Persipnei, Chthonia.
  
 
VELCHAN SETHLANS
 
Efesto era detto dagli Etruschi Sethlans, o più comunemente Velchan, Vulcano, toponimo comunissimo nelle iscrizioni, sarebbe verosimile pensare che Velchan e Veltha (del quale nome vi è un'infinità di varianti) fossero in relazione tra loro, ovvero rappresentassero degli aspetti di Efesto, dio dei vulcani e della metallurgia. Sethlans poteva facilmente esser riconosciuto da un particolare simbolo, l’ascia bipenne, il labrys, ed era anche raffigurato con delle tenaglie e martello da artigiano metallurgico, e la cui testa è talvolta dotata di un cappuccio.                                                  
Figura 1. Rilievo di Velchan, proveniente da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli
 
 
A nord di Bolsena, sulle rive del lago vulcanico più grande d’Europa nel 2011 è stato scoperto un tempio misterioso sulla cima vulcanica del Monte Landro, il più alto dei rilievi volsiniensi (584 metri) sulla sponda nord occidentale del lago di Bolsena. Il tempio sarebbe stato fondato nel V secolo prima dell’era volgare, presenta tracce che arrivano fino al III-IV secolo e.v. ma la zona risulta frequentata dall’età del bronzo. Giovanni Feo riconduce l’area sacra appena scavata a un culto ancestrale dei Tirreni.
 
La divinità titolare del culto è Velchans, Vulcano etrusco, il cui sigillo sarebbe incardinato dentro la cella templare nelle sembianze d’una corona di pietre che racchiude una portentosa efflorescenza lavica. Gli archeologi hanno trovato fra l’altro un’antefissa femminile nimbata e con berretto frigio, un’altra antefissa a testa di satiro con una pelle leonina sulla testa, e una lancia che fa pensare una divinità guerriera. Scrive Enrico Pellegrini  della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e dell’Etruria meridionale: “L’associazione di questi oggetti con tre piccole clave fittili, che evocano la presenza di Hercle (Ercole), potrebbe suggerire un culto a Menerva (Minerva), costante protettrice dell’eroe”.
 
A testimonianza di quel culto vulcanico, tellurico rimangono delle vestigia monumentali che presumibilmente risalgono al periodo più arcaico, quando la pietra vulcanica, l’elemento più propriamente tellurico, veniva ancora lavorata esclusivamente per fini rituali e sacri, mentre la lavorazione del legno veniva destinata ai vari usi civili. In molte di queste opere megalitiche, scolpite dagli Etruschi dentro la roccia vulcanica, risiede una complessità di significati il cui mistero darebbe filo da torcere agli archeologi: l’Etruria e la sua civiltà mistérica, fu il punto terminale dell’epoca arcaica e megalitica.
LA DEA NATURA
 
Artumes, Aritimi, la dea della notte e della Luna è identificabile con la dea greca Artemis o con la dea romana Diana. Artumes è la gemella di Apulu, Apollo, entrambi figli di Letum, Leto. In uno specchio tardo arcaico la dea è rappresentata seduta intenta a suonare la lira, di fronte al fratello Apulu. L’immagine arcaica della Dea è tradizionalmente alata nel tipo impropriamente definito “Artemide Persiana”. Si identifica con la Pótnia therõn, la Signora delle fiere caratterizzata dalla posizione frontale affiancata da due animali araldicamente disposti e in molti casi sorretti dalla stessa Dea, in prevalenza si tratta di leoni ma compaiono anche cervi, uccelli, animali fantastici.
                                                                        
La figura di Nemesi è stata paragonata anche a quella forma d’apparizione di Artemis che era venerata in uno dei santuari più nascosti fra le foreste vergini dell’antichità: la Diana del Lago di Nemi... Le forme preomeriche delle divinità sono, in generale, caratteristiche per l’Italia antica mentre l’antichissimo tipo alato di Artemis è documentato dai ritrovamenti... vediamo la dea alata sui vasi, terrecotte, lamine e cammei arcaici, e non solamente nella sua qualità di Signora delle belve, ma anche Signora degli uccelli palustri, “La Dame aux cygnes”... [1].
 
 
Figura 1. Artemis Signora delle belve dettaglio del cratere François[2]
 
I Pelasgi sono i discendenti di Iasone, il fratello di Dardano, venivano chiamati Pelargi o cicogne. I Dardanidi, i discendenti di Dardano, sono anch’essi descritti come cicogne o gru e sono connessi con il mistero della Dama dei Cigni, Nemesi. Una rappresentazione di Afrodite, che vola attraverso i cieli sul suo cigno è riportata nella parte inferiore interna, il tondo, in una kylix attica a terra rossa a figure bianche, attribuita al pittore Pistoxeno (460 a.C.). Afrodite la madre di Enea, in questa rappresentazione è anche’essa collegata al cigno e alla cicogna.
 
Artemis correva come un maschio finché sapeva che poteva essere vista. Mai fu così acuminato il desiderio erotico come intorno ad Artemis, come in Artemis, che il sesso negava – e aborriva il contatto. Mentre lo negava, lo esaltava. Artemis era uguale al suo gemello Apollo in tutto, eccetto il sesso: «solusque dabat discrimina sexus».. Ma entrava nell'acqua come una donna, perché allora nessuno poteva vederla, se non le sue ancelle e compagne di caccia. La pozza d'acqua al centro del locus amoenus è il luogo segreto per eccellenza.
 
La tradizione omerica conosce al fianco della Signora della Natura il tipo della Dea arciera, la sorella di Apollo apportatrice di morte quanto di vita. Nella maggioranza dei casi indossa il lungo chitone ionico e porta i capelli lunghi, a volte sciolti sulle spalle in altri casi fermati con un nastro, raro l’uso dell’elmo (a Tarquinia); l’arma principale e l’arco ma compare anche l’ascia.
 
All’interno dell’area del tempio dedicato a Diana del lago di Nemi furono rinvenute, insieme a frammenti di fiaccole, delle statuette bronzee che la raffigurano con una torcia impugnata nella mano destra. Questo ritrovamento conferma che nel culto di Diana il fuoco avesse una importante funzione simbolica. In suo onore il 13 agosto veniva infatti celebrata una Festa del Fuoco simile a quelle delle culture celtiche del Nord Europa che si svolgono in occasione dei Solstizi o di particolari ricorrenze celebrative dell’anno. Durante la cerimonia il boschetto si illuminava di una miriade di torce il cui bagliore si rifletteva fino nelle acque del lago. Nel Santuario i devoti recavano offerte di candele e fiaccole e sembra che fossero presenti le vergini Vestali che custodivano il Fuoco Sacro. Del resto, l'appellativo di Vesta conferito alla Diana di Nemi, indica palesemente l’esistenza di un Fuoco sacro perennemente acceso nel santuario del bosco,  e non a caso il sacro fuoco delle Vestali che ardeva nel tempio di Vesta era alimentato con legno di quercia.
  
Nel mito del concepimento di Enea Afrodite giunge sul pianoro e trova Anchise solo davanti a la ben costruita capanna, intento a toccare le corde della cetra. Anchise è mostrato come un buon pastore che pascola il suo gregge sotto il monte sacro Ida, dove egli dimora. Anchise stupito all’improvvisa apparizione, l’accoglie come una dea, ma Afrodite cerca invano di disingannarlo, presentandosi come una vergine intatta, ninfa di Artemis, guidata da Hermes, affermando che era la volontà degli dèi che ella sposasse Anchise. Nell’Inno di Omero, l’unione di Afrodite e Anchise è anticipata e quasi mimata dagli animali selvaggi che la dea incontra durante l’ascesa sul monte Ida e ai quali infonde il desiderio di accoppiarsi: “Docili l’accompagnavano lupi grigi e leoni feroci orsi e veloci pantere, avide di caprioli".
 
[1] K. Kerényi, Miti e Misteri, la nascita di Helena, p.44-48.
[2] Cratere François datato intorno al 570 a.C. - Museo archeologico nazionale, Firenze. I numerosi frammenti del vaso furono rinvenuti nella necropoli etrusca di "Fonte Rotella" a Chiusi nel 1844 e 1845, da parte di Alessandro François, lo scopritore della celebre Tomba François di Vulci.
CULSANS IL SIGNORE DELLE DUE VIE
 
Culsans nella mitologia etrusca è il dio delle porte. Ha molte affinità con il dio romano Giano. Infatti, vengono rappresentati entrambi bifronti e si ritiene che avessero funzioni simili. Ci viene anche detto che Giano e Culsan differiscono perché la rappresentazione tipica etrusca è di giovani senza barba in contrasto con le rappresentazioni di Giano anziano e barbuto. Su un sarcofago di pietra di Tuscania, risalente al 300 a.C. e rappresentato un vecchio bifronte barbuto che brandisce una falce simbolo dello scorrere del tempo.
 
 
Figura 1. Culsans Giano Etrusco                                         
 
Culsans è rappresentato come un giovane nudo, con soltanto un paio di stivaletti da cacciatore e un torques al collo, simile nell’iconografia del dio dei confini Selvans. Un particolare che è stato rilevato con riferimento a una statuetta del dio Culsans proveniente da un deposito votivo di Cortona è la posizione delle mani: la mano destra protesa in avanti sembra stringere un qualche attributo, forse una chiave andata perduta, ma l’indice alzato sembra indicare il numero uno, mentre l’altra mano appoggiata al fianco sinistro sembra indicare il numero tre. Un’ipotesi fornita da Romolo Augusto Staccioli, mette in relazione questo particolare con la statua di Ianus sull’Argileto a Roma che indicava con le mani il numero dei giorni dell’anno solare: Giano, il Sole dei Misteri, era rappresentato con il numero 365, diviso in 300 in una mano, e in 65 nell’altra mano. C'è un passaggio dell’autore romano Plinio il Vecchio in cui descrive una statua di Giano in cui le sue dita sono posizionate per rappresentare il numero 365 (CCCLXV) giorni dell’anno.
 
Il dio etrusco dalle due facce è rappresentato anche in altre raffigurazioni, stavolta come uomo barbuto, in terracotta, provenienti da Vulci e da Tarquinia. L’effige barbuta compare anche su una serie di monete volterrane, nelle quali il dio porta lo stesso copricapo con il quale è raffigurato nella statuetta di Cortona.
 
 
 
VECU
 
 
Giovanni Feo in “La religione degli Etruschi” ci informa che oltre al mito di Tages, l’Istruttore, esiste un secondo mito etrusco, riportato dai vari autori, di nuovo incentrato su un atto di " rivelazione" di cose sacre, parimenti alla leggenda di Tages. In questo secondo mito la protagonista è una figura femminile, Vecu, il suo nome latinizzato divenne Vegoe, Vegoia, Begoe. Nelle iscrizioni vascolari, su specchi e affreschi viene chiamata Lasa Vecu. Il titolo è riferito alle “Lase”, creature femminili di natura divina, non dissimili dalle Ninfe della mitologia greca. Le Lase quasi sempre compaiono alate, ad ali aperte o chiuse. Vestite con una tunica o nude, ma sempre con ricchi calzari di foggia etrusca. Variamente acconciate, coperte da un copricapo o cinte da una benda ripiegata come un floscio turbante. È l’unico capo di vestiario che può dirsi tipico delle lase, come è anche tipico di altre celebri figure femminili, le Sibille. Compito delle Lase, come la tradizione conferma, era profetare, oltre ad assistere e proteggere gli umani, non dissimilmente dalle cosiddette Sibille, la Cumana, è la più nota. D’altra parte esistono molti altri Personaggi soprannaturali, divini o divinizzati, anche maschili che hanno le ali, ma non sono Lase, come i Dioscuri, l’indovino Chalchas, gli Amori, Semele, la Dea Vittoria, ecc. Quest’ultima la ritroviamo con gli stessi attributi delle Lase.
 
Nel racconto mitico è rimarcato come Tages fosse nato dalla Dea Terra, come un vero figlio della Madre Terra. La coppia divina, Vecu e Tages, si pone alle origini del credo "rivelato" degli Etruschi e rimanda esplicitamente al principio femminile divinizzato, elemento fondante dell’originaria religione tirrenica.
 
Il mito tramanda che Vecu, ninfa e sibilla, ovvero sacerdotessa e profetessa, rivelò ad un sacerdote di Chiusi, Aruns Veltumnus, una rilevante parte dell'etrusca Disciplina: la dottrina relativa ai sacri confini della terra e l’arte fulgurale, dottrina che si occupava dell’interpretazione dei fulmini e degli altri fenomeni celesti. Lasa Vecu tramandò la sua “rivelazione” in una serie di scritti, testi sacri conosciuti anche dai romani e chiamati Libri Sibillini, dei quali oggi restano minimi frammenti. Una copia di essi era conservata, secondo le testimonianze di Servio e di Ammiano Marcellino, a Roma all'interno del Tempio di Apollo Palatino, fatti lì collocare dall’imperatore Augusto.
 
Anche due scritti relativi all’agrimensura (le pratiche che riguardano la delimitazione dei confini) sono presentati come ispirati dalla Ninfa: il primo sarebbe stato rivelato da Vegoia al punico Magone, l’altro a carattere profetico all’etrusco Arruns Veltumnus di Chiusi. Entrambi sono in parte conservati nei Gromatici veteres (V sec. d.C.), il secondo corrotto da lacune testuali e da errori tipici del latino tardo e con termini apparentemente impropri.
 
 
Figura 2. La Dea Minerva (Mnerva) e la ninfa (Lasa) Vegoia  (Vecu)
 
Uno specchio etrusco ritrae La Dea Minerva (Mnerva) e la ninfa (Lasa) Vegoia  (Vecu); La Dea Minerva seduta sulla roccia rappresenta la Saggezza Arcana che viene trasmessa oralmente alla Ninfa alata e poi mistericamente agli umani. Al centro della composizione si trova una piccola fiala con dentro una asticella appuntita. Lasa Vecu tiene la fiala con la mano destra, appoggiata sul ginocchio di Mnerva che, nella mano sinistra, stringe la lancia. La dea ha sul petto il volto lunare di Medusa, suo antico e caratteristico emblema. al centro esatto della composizione, accanto alla fiala, è raffigurata la lancia di Minerva. Sotto la lancia e la fiala, sempre nella parte centrale dello specchio, si vede una piccola decorazione circolare a forma di sole o altro astro. Il simbolismo di lancia e fiala è analogo al medievale binomio di spada e coppa del ciclo del Graal.
 
Nei misteri dionisiaci e orfici lo specchio era parte importante del rituale iniziatico, come si può anche vedere negli affreschi della Casa dei Misteri a Pompei.
 
Vecu, tramite  la dottrina relativa all’agrimensura ha a che fare con tutto ciò che riguarda i Confini. Il testo si apre con un accenno a un ordine cosmogonico sul quale è fondata l’inamovibilità dei confini, la cui infrazione scatenerebbe le più terribili ire degli Dèi. Mentre Culsans (Giano) protegge le Porte e il Passaggio tra i Mondi, la Lasa Vecu esotericamente protegge e amministra tutto quanto riguarda la definizione degli Spazi Personali e la difesa e l’integrità dei Confini del nostro «templum interiore» nella loro interezza.
GLI ETRUSCHI I CUSTODI DELLA CONOSCENZA KABIRICA


I Kabiri i misteriosi Dèi adorati non solo in Samotracia e in Etruria, ma anche in Frigia, in Fenicia, nella Tracia, in Egitto, in Sicilia. Spiegava Erodoto che quei Pelasgi che erano venuti a convivere con gli Ateniesi, andarono poi ad abitare a Samotracia. Dove veniva praticato il culto segreto in onore ai Dei Kabiri. Erodoto conosceva la provenienza misteriosa[1] dei Pelasgi perché egli era stato iniziato ai Misteri Kabirici, secondo quanto affermano Aristofane e Platone. Dionigi di Alicarnasso sosteneva che:
 
Gli oggetti sacri portati in Italia da Enea erano i simulacri dei Grandi Dei che tra i Greci erano particolarmente venerati dai Samotraci”. Inoltre riferiva che presso i Romani erano chiamati Camilli quei ragazzi che aiutavano i sacerdoti in certi riti istituiti da Romolo, e che “allo stesso modo venivano chiamati Cadmiloi quelli che presso gli Etruschi e prima ancora presso i Pelasgi celebravano i Misteri in onore dei Cureti e dei Grandi Dei”.
 
Egli riferiva pure un passo di Mirsilo di Lesbo dove si diceva che gli Etruschi praticavano il culto dei Cabiri[2].
 
Kabeiroi significa “i potenti per mezzo del fuoco”, dal greco καίω, “bruciare”. Ai Kabiri, Diodoro attribuisce l’invenzione del fuoco e l’arte di lavorare il ferro. Pausania dice che la divinità kabirica originale era Prometeo. In India il loro nome è Agni-Putra, Figli del Fuoco. Il culto dei Kabiri il cui ricordo si perde nella notte dei tempi, era legato ai Fuochi Sacri e alle grandi energie vulcaniche, i loro templi erano sempre costruiti in località vulcaniche. Kabeiros significa potente per mezzo del fuoco, naturalmente vulcanico. All’inizio dei tempi erano le guide dell’umanità e quando incarnati come Re delle Dinastie Divine essi hanno dato il primo impulso alla civiltà e hanno condotto gli uomini ad inventare e perfezionare le arti e le scienze.
 
A Lemno furono attivi per lunghi secoli i sacerdoti e le sacerdotesse di Cibele e delle divinità kabiriche. Il principale tempio dei Kabiri, il Kabeirion, è situato nella parte settentrionale dell'isola, su un' altura rocciosa di fronte al mare; in lontananza, sul vicino orizzonte, si eleva l'imponente mole del Fengari, la montagna sempre innevata dell’altra isola sacra alla dea, Samotracia. A Lemno, in particolare, i Kabiri erano chiamati Efestoi  cioè Figli di Efesto.
 
Gli Etruschi hanno decisamente prediletto le zone vulcaniche ed i terreni tufici. Tale è la morfologia territoriale dell’Etruria originaria, caratterizzata dalla presenza di due grandi crateri vulcanici, Bolsena e Vico, e dalle gole tufiche che dalle pendici dei monti Volsini e Cimini si diramano tortuosamente verso il piano. Altra singolare «coincidenza» è l’identica tipologia vulcanica sia nella provincia etrusca dell’area vesuviana sia nelle terre della Asia Minore dalle quali essi probabilmente arrivarono[3].
 
Quale culto kabirico delle divinità ctonie, le opere architettoniche da ritenersi tipici della civiltà etrusca, e che ancora non sono state completamente individuate, sono certamente le gallerie sotterranee e, più generalmente, le vestigia che si trovano nel sottosuolo dell’Etruria. Specialmente il territorio dell'Etruria centrale, che fu il centro originario dei tempi di fondazione, presenta un sottosuolo unico per la quantità rimarchevole di gallerie, cunicoli, locali ipogei e labirinti, tutti percorsi archetipali in relazione ad un’idea sacrale dello spazio sotterraneo. La concezione di un complesso monumentale come il grande tumulo di Vulci, detto la «Cuccumella», trae motivo d’ispirazione dell'idea archetipica del labirinto, il percorso sacro ed iniziatico per eccellenza che trovò la sua più nota affermazione nella minoica Creta. Alle costruzioni labirintiche, dal tipico andamento a spirale, furono associate nell'antichità le danze sacre e i movimenti rituali attinenti ad alcune tappe, o riti di passaggio, del processo iniziatico di trasmutazione, cuore segreto dei Misteri[4].
 
La leggenda di Dedalo, il geniale mastro-fabbro che rappresenta simbolicamente lo stesso Efesto (o un suo aspetto), termina con il suo arrivo in Italia, in fuga da Minosse. La leggenda (Virgilio, Eneide, VI, 14 - Pausania VII, 4, 5 - Diodoro Siculo IV, 78) tramanda che Dedalo ed i suoi compani (una corporazione di fabbri?) si recassero a compiere notevoli lavori ed opere in Sicilia, Sardegna e a Cuma. A Creta Efesto era detto «Velcano», come in Etruria Velcha, mentre i Romani lo adottarono poi con il nome di Vulcano.
 
 
Figura 1. Tinia con la folgore nella mano destra
 
Gli Etruschi i custodi della conoscenza kabirica, in Italia, conoscevano l’arte di evocare il Fuoco Celeste, il Fulmine. È all’etrusco Numa, il secondo Re di Roma, che si deve il rito evocatorio dei fulmini. Numa compose dodici libri di "scienze naturali" che nascose in un’arca accanto al suo sepolcro, trovato poi vuoto. Padroneggiava il "fuoco di Giove", l’elettricità, e i suoi templi possedevano parafulmini all’entrata. Lo studio dei tuoni e dei fulmini era codificato nei Libri Fulgurales, con le istruzioni per evocare, dominare e guidare le folgori. Riti complessi seguivano alla caduta di un fulmine in un determinato luogo, che veniva immediatamente recintato per precauzione e dichiarato sacro, per la presenza nel terreno di ferro meteorico, vitale agli Etruschi.
 
Nel mito di Prometeo, il Kabiro, si narra che egli scoprì e rivelò all’uomo l’arte di portare in terra il fuoco celeste, cioè il fulmine. I primi abitanti sulla terra, non portarono, mai il fuoco sugli altari, ma portarono giù il fuoco celeste con le loro preghiere[5].
 
Tinia aveva a disposizione tre fulmini. Il primo era il fulmine “ammonitore” che il dio lanciava di sua spontanea volontà e veniva interpretato come avvertimento; il secondo era il fulmine che “atterrisce” ed era considerato manifestazione d’ira; il terzo era il fulmine “devastatore”, motivo di annientamento e di trasformazione: Seneca scrive che esso “devasta tutto ciò su cui cade e trasforma ogni stato di cose che trova, sia pubbliche che private”. I fulmini erano variamente classificati a seconda che il loro avviso valesse per tutta la vita o solamente per un periodo determinato oppure per un tempo diverso da quello della caduta. C’era poi il fulmine che scoppiava a ciel sereno, senza che alcuno pensasse o facesse nulla, e questo, sempre stando a quel che dice Seneca, “o minaccia o promette o avverte”; quindi quello che “fora”, sottile e senza danni; quello che “schianta”; quello che “brucia”, ecc. Ma Seneca parla anche di fulmini che andavano in aiuto di chi li osservava, che recavano invece danno, che esortavano a compiere un sacrificio, ecc. Con un tale groviglio di possibilità, solo i sacerdoti esperti potevano sbrogliarsi. Plinio il Vecchio arriva ad affermare che un sacerdote esperto poteva anche riuscire a scongiurare la caduta di un fulmine o, al contrario, riuscire con speciali preghiere, ad ottenerla.
 

Figura 2. Larthe etrusco - copricapo metallico di Oppeano
 
Un ritrovamento straordinario, nella fattispecie, desta interesse e ci permette di comprendere più approfonditamente il ruolo preminente del copricapo lucumonico in ambito rituale. Si tratta dell’elmo metallico di Oppeano (in provincia di Verona), tratto in superficie dal sottosuolo. Attorno ad esso appaiano sei figure finemente lavorate che rappresentano cinque cavalli, più una immagine che si discosta dalle altre. Il sesto disegno ritrae una sorta di figura sfingetica alata con sembianze simili a quelle degli altri quadrupedi. Oltre alle immagini menzionate, l’elmo è circondato da altre sei fasce concentriche. Il simbolismo legato al numero dodici dunque è palese[6].
 
I fulguratores, provvisti di cera nelle orecchie, allontanavano le vibrazioni residue modulando una parola sacra. Alle Sorgenti della Nova, un’antica metropoli guarda da una scalinata il Monte Becco, santuario etrusco, dove ancor oggi avvengono strani fenomeni magnetici. Era opinione comune, comunque, che tale rito fosse estremamente pericoloso … Gli autori antichi, in particolare sono concordi, nel ritenere che a causa di un errore commesso nell’evocare il fulmine … Tullo Ostilio sarebbe morto folgorato … il rito evocatorio praticato da Numa non differiva secondo Plinio, da quello effettuato da Porsenna per distruggere col fulmine il mostro Olta (o Volta).
 
Il Re Porsenna, conosceva il segreto del fuoco celeste, pertanto doveva essere un Iniziato alla conoscenza segreta di elevato rango. Varrone, lo scrittore romano vissuto dal 116 al 27 a.C. riferisce di aver visto una parte dell’incredibile monumento funebre di Porsenna. Plinio il Vecchio, citando Varrone scrive che il Re giace sepolto sotto la città di Clusium (Chiusi), e ha lasciato un monumento fatto con grosse pietre squadrate larghe a ogni lato trecento piedi e alte cinquanta. Nelle fondamenta esiste un intricato labirinto[7], sopra vi sono cinque piramidi, quattro agli angoli, una al centro, ognuna larga alla base settantacinque piedi, alta centocinquanta piedi. Sulla cima delle piramidi è posto un disco di bronzo dal quale pendono appese a catene delle campane. Se Re Porsenna non era un Iniziato perché, allora si fece costruire un mausoleo a pianta quadrata con cinque piramidi, e perché ha scelto la piramide che non apparteneva allo stile architettonico etrusco? Erodoto narra che il famoso labirinto egizio situato presso il lago di Meri terminava in un angolo con una piramide su cui erano scolpite grandi figure. È possibile che il monumento sepolcrale di Porsenna sia sepolto da terra e appaia come una collina?
 
[1] Vedi Appendice, “Gli ultimi Atlantidei”, Pelasgi ed Etruschi.
[2] La Diaspora Etrusca i – La religione dei Misteri.
[3] http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/religioni/mondosotterraneo.pdf
[4] Giovanni Feo, Il mondo sotterraneo degli Etruschi, ECIG.
[5] Servio, Commentari su Virgilio
[6] Stefano Mayorca - Misteri e arcani della magia etrusca.
[7] Molte ricerche furono fatte sin dal 1840 che portarono alla scoperta di una vasta rete di gallerie sotterranee sotto Chiusi, ma il mistero di Re Porsenna ancora non è stato svelato.
I ROMBI
 
I sacerdoti della Samotracia e aggiungiamo anche gli Etruschi invocavano le folgori e la pioggia facendo roteare continuamente dei rombi in modo da descrivere la figura di un otto. La rotazione dei rombi crea il rumore sibilante del vento. La luce dei lampi era invocata facendo girare continuamente delle torce accese (dei fuochi), sempre formando degli otto. Il rumore del tuono veniva imitato battendo con due bastoncini su grandi scudi di pelle di bue tagliati in modo da formare un otto, proprio come gli Ancili dei sacerdoti Salii Romani. La doppia bacchetta doveva percorrere continuamente le due facce dello scudo a forma di otto.