Lucca Templare - Sapienza misterica

Sapienza Misterica
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Lucca Templare

Templari in Italia
Lucca, era un crocevia di pellegrinaggio, trovandosi sul tragitto della Via Francigena, e fu un luogo, dove i Cavalieri Templari si erano attestati fin dal 1143. Le testimonianze templari le ritroviamo in particolar modo nelle chiese di San Frediano, San Michele in Foro, e nel Duomo di San Martino. Come a Barga e a Pisa, a Lucca, gli scalpellini comacini lavorarono interrottamente per generazioni in quasi tutte le chiese locali. Spesso i Maestri Comacini inserivano nell’edificio da loro realizzato la loro immagine come firma da tramandare ai posteri. I Comacini erano Maestri d’Opera che operarono nel XII e nel XIII secolo in stretta collaborazione con i Cistercensi e dei Templari.

PRESENZE TEMPLARI <> MATILDE DI CANOSSA <> I MAESTRI D’OPERA COMACINI <> CHIESA DI SAN FRANCESCO <> CHIESA DI SAN SALVATORE <> CHIESA DI SAN FREDIANO <> CHIESA DI SAN MICHELE IN FORO <> PORTALE PRINCIPALE <> PORTALE POSTERIORE <> GRAFFITI SULLE COLONNE INTERNE <> IL DUOMO DI SAN MARTINO <> SAN MARTINO <> PORTALE PRINCIPALE <> IL LABIRINTO <> IL TEMA DELLA CACCIA <> L’ALBERO DI JESSE LA DISCENDENZA MISTERICA DALL’ORDINE DI MELCHISEDECH <> I DRAGHI <> GLI INTARSI MISTERICI <> SALOMONE

 
PRESENZE TEMPLARI
 
Lucca, trovandosi sul tragitto della Via Francigena, era un crocevia di pellegrinaggio, e fu un luogo, dove i Cavalieri Templari, ufficialmente nati nel 1120, si erano attestati fin dal 1143. In Via Gallitassi, avevano una loro dipendenza. Piazza della Magione, a Lucca, era il luogo dove risiedeva l’antica Commenda dell’Ordine del Tempio: sono stati ritrovati e restaurati affreschi nella Cappella Templare del Palazzo della Magione. Qui i Cavalieri possedevano oltre al palazzo di magione, una chiesa, e probabilmente un ospedale, nei Regesti del Capitolo di Lucca in un documento del 1169 viene sia citata la chiesa templare lucchese in una chiesa dedicata ai SS. Pietro e Giovanni. Dai documenti d’archivio che nel 1250 esistevano in città tredici Ospedali e per importanza uno di questi era l’Ospedale dei Cavalieri del Tempio e l’altro quello dei Cavalieri del Tau di Altopascio.
 
Nei pressi dell’oratorio di S. Giuli, sul Vicolo dell’Altopascio, è possibile trovare alcuni ruderi di ciò che fu la Magione dei Cavalieri dell’Altopascio, detti cavalieri del Tau. Tale nome deriva dal loro simbolo, la croce del tau, una croce a “T”. All’inizio dell’XI sec. dal piccolo paese di Altopascio, vicino a Lucca, fu fondato l’Ordine dei Cavalieri del Tau, così denominato per l’adozione come emblema rappresentativo del segno del Tau, già adottato sia dall’Ordine di Sant’Antonio, sia da quello Francescano, ma anche dagli stessi Templari. Nel 1180, una Magione dell’Ordine fu fondata a Parigi, dove rimase attiva fino al 1567. Il sigillo del Maestro Generale della Magione di Parigi mostra in alto una croce templare, sotto il Tau e ai lati due conchiglie[1]. La conchiglia è il simbolo del cammino verso Santiago di Compostela, i cui pellegrini erano protetti dai Templari. Il Tau era un simbolo comune sia ai Cavalieri del Tau, sia agli Antoniani, sia ai Francescani, ma anche ai Templari.
 
Figura 1. Sigillo dell’ordine Cavalieri del Tau - maestro generale della magione di Parigi
 
 
Ci viene detto che a Lucca mai fu praticata l’inquisizione e mai vi fu la presenza di Gesuiti, ma l’inquisizione era affidata ai domenicani e ai francescani. E’ pur sempre vero che i domenicani furono grandi inquisitori ricordiamo Torquemada, ma anche i francescani hanno giocato un ruolo nella storia dell’inquisizione medievale. Nel 1254 Innocenzo IV divise l’Italia in otto province inquisitoriali, affidando ai Domenicani la Lombardia e Genova, mentre ai Francescani spettava la gestione della parte centrale della penisola, la Toscana, Umbria, Romagna, la Marca Trevigiana e Lazio. Stranamente a Lucca i Templari non furono ostacolati da questi due ordini. Infatti, ai portali nella chiesa di San Francesco abbiamo due tombe templari. Dietro la Magione dei Templari vi erano gli orti dell’Ordine del Tempio che s’intersecarono con gli orti di dell’Ordine Domenicano ubicato nella Chiesa di San Romano.
 
All’esterno della Chiesa di San Romano sul lato est di ciò che una volta era il chiostro, si trovano moltissime lastre tombali dei secoli XIV e XV estrapolate dal pavimento della chiesa il cui interno fu rifatto nel 1661. Tra di esse vi sono quelle di sette Cavalieri Templari Teutonici[2]. Sopra uno dei sepolcri è riportato uno scudo con 13 simboli formati da tre cerchi o tre petali ai capi di quello che sembra essere una piuma; in basso una “S” per lato che si avvolge a un’asta come quella rappresentata sul Chrisma e come quella rappresentata in una formella nel Duomo di Barga.
 
Figura 2. Lucca San Romano Tombe Templari - scudo con simbologia templare
 
                                           
 
Tredici è il quinto numero primo, ed è sia il numero componente un capitolo templare, e sia dei grandi elettori 12+1 del Gran Maestro, com’è anche numero necessario per fondare un nuovo monastero cistercense. È anche il numero della fine dei Templari. Infatti, il 13 ottobre del 1307 i Templari furono fatti arrestare da Filippo il Bello, re di Francia, arrestati con l’accusa di eresia, cospirazione e atti blasfemi. Il 13 marzo 1311[3] il papa Clemente V, per non correre il rischio di nuove assoluzioni da parte di concili periferici non direttamente controllati da Filippo il Bello, ordina di usare la tortura contro i Templari. Clemente V divenne l’anticristo per Dante che nella Divina Commedia lo pose nell’Inferno. Si narra che dal rogo Molay abbia maledetto il Papa e il Re di Francia. Papa Clemente V morì soltanto quattro settimane dopo il Gran Maestro, ucciso forse da un tumore allo stomaco, e il suo catafalco funebre esposto nella cattedrale fu incendiato da un fulmine o da un candelabro, che cadendo appiccò il fuoco al catafalco. Ciò suscitò grande impressione sul popolo, che lo interpretò come un castigo di Dio. Anche il Re Filippo il Bello lo seguì presto: morì nell’autunno dello stesso anno dilaniato da un cinghiale. Nogaret, astuto consigliere e siniscalco del re invece, morì poco prima della sentenza di morte del Gran Maestro Molay.
 
Stranamente si può presumere che ci fosse stata una certa collaborazione tra i due Ordini.
 
 
 
 
MATILDE DI CANOSSA
 
 
A Matilde di Canossa, o di Toscana, si deve la realizzazione di numerosi edifici chiese e ponti, compreso il primo ospedale di Lucca nel 1076 accanto alla chiesa di San Martino. Nel 1070 per volere di papa Alessandro II e alla presenza di Matilde di Canossa il duomo di San Martino del VI secolo fu inaugurata la ricostruzione.
 
Che cosa centra Matilde di Canossa la donna più potente d’Italia, con i Templari? La storia templare nasce con la prima crociata, con il Regno cristiano di Gerusalemme. Papa Urbano II, amico di Matilde, nel 1094 a Guastalla (territorio di Matilde) aprì un sinodo e lanciò il bando della prima Crociata che fu guidata da Goffredo di Buglione. Nel 1075 nasce l’Ordine dei Cistercensi. Nel 1076 Goffredo II di Lorena, cui Matilde di Canossa non aveva dato figlioli, riconobbe nel nipote, il giovane Goffredo di Buglione come erede. Matilde di Canossa divenne così la madre adottiva di Goffredo di Buglione. L’imperatore Enrico IV si oppose al riconoscimento e incamerò il ducato, concedendo a Goffredo solo la marca di Anversa con le contee di Verdun, Mosay, Stenay e Bouillon, dalla quale sua ultima residenza preferita Goffredo ebbe forse il nome.
 
Matilde di Canossa nel 1099 era anche presente alla posa della prima pietra del Duomo di Modena, perché era tra i più importanti committenti e finanziatori dell’opera. Perché i finanziatori del Duomo hanno sentito la necessità di far scolpire la leggenda dei cavalieri di Artù sull’archivolto della porta attraverso la quale il popolo passava per entrare nella chiesa e rendere omaggio alle spoglie del suo santo protettore, San Geminiano? È strano che su di una cattedrale siano scolpite le gesta di un eroe epico come Re Artù. Qual era il messaggio che la gente doveva leggere? Potrebbe essere stata lei, grande committente, ad aver voluto l’interpretazione della leggenda di Artù, narrata nel portale, forse portata alla sua corte da cantastorie franco bretone, come allegoria della conquista di Gerusalemme, dove Ginevra è Gerusalemme e Artù con i suoi cavalieri sono Goffredo di Buglione, suo nipote, e i Crociati. Proprio in quei giorni i Crociati, infatti, erano giunti alle porte di Gerusalemme (il 14 luglio 1099 ci sarà il primo assalto alla Città Santa) e Matilde, insieme al Papa Urbano II era stata una delle grandi ispiratrici della Prima Crociata guidata dal nipote, Goffredo di Buglione.
 
Alla corte di Matilde giungevano spesso cantori franco-bretoni, trovatori che erano soliti narrare le gesta di Re Artù, secoli prima che fossero poste per iscritto. Forse la storia narrata sulla porta potrebbe essere letta come un’allegoria della conquista di Gerusalemme, qui impersonata da Ginevra, con Artù e i suoi cavalieri nella parte di Goffredo di Buglione e dei Crociati.
 
Fu Geoffrey di Monmouth educato in un monastero benedettino dapprima arcidiacono e poi vescovo nel XII secolo, attingendo notizie dalle biblioteche benedettine e cistercensi a scrivere l’Historia Regum Britanniae e dare il via al processo di cristianizzare il mito di Artù.
 
Il padre di Artù, Uther Pendragon, muore avvelenato l’undici novembre[4], a mezzogiorno del giorno di San Martino[5]. L’11 novembre è un giorno speciale in molte regioni europee, perché si commemora un santo, un cavaliere, che in seguito fu molto venerato dai Templari. Alla figura di San Martino è legata la leggenda dell’estate di San Martino: quel breve intervallo di tre giornate quasi estive intorno all’11 novembre. Mezzogiorno, l’ora della morte simbolica di Pendragon, rappresenta il solstizio d’estate nel ciclo giornaliero. Il simbolo correlato a San Martino è l’oca perché, secondo un’altra antica leggenda, Martino per evitare di essere ordinato vescovo, si nascose, ma uno storno di oche rivelò con le sue strida il nascondiglio del santo agli inseguitori. Le confraternite di costruttori delle cattedrali gotiche, usavano riconoscersi attraverso il simbolo della zampa dell’oca, e si riconoscevano come Jars, che è il nome dell’oca maschio[6].
 
Molto si è discusso sull’origine etimologica del nome Artù, esso potrebbe derivare dai termini celtici Art, roccia, o Arth Gwyr, uomo orso. In ambito celtico l’orso è l’animale tradizionalmente legato alla casta guerriera e il cinghiale è il simbolo dei sacerdoti druidi. Nell’angolo sud ovest della cattedrale gotica di Chartres è rappresentato un cinghiale che fila. L’Orso[7] con una croce alle spalle è rappresentato nell’Abbazia cistercense S.M. di Staffarda in Piemonte, in alto all’incrocio dei costoloni della crociera, nella navata principale. L’Orso è rappresentato negli intarsi sulla facciata della chiesa di San Michele e del Duomo di San Martino, mentre la rappresentazione scolpita di un uomo e un orso che si abbracciano si trova in un piedistallo sotto la statua di San Martino.
 
Figura 3. Orso - Lucca San Martino - Abbazia cistercense S.M. di Staffarda

 
                               
 
L’orso nella facciata del duomo appare negli intarsi come animale singolo, e non coppia di animali che si fronteggiano. L’importanza dell’Orso nella tradizione dei Druidi è evidenziata anche con dei collegamenti astrali. I Druidi veneravano la Stella Polare e l’Orsa Maggiore, detta anche l’aratro dell’orso o l’aratro di Artù. Artù stesso era associato a questa costellazione, al Solstizio d’Inverno, quando il tempo della notte è più lungo e ci si rivolge, per chiedere consiglio e ispirazione, alla Stella Polare, che brilla vicina all’Orsa Maggiore, la Stella di Artù. Allora Artù e l'Orsa divengono il solstizio d'inverno è conosciuto come Alban Arthuan: la Luce di Artù.
 
Fin dalle origini dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio tutto è oscuro, scrive l’autorevole Louis Charpentier: “È necessario ammettere che l’Ordine fosse già segretamente organizzato in Francia, e che i suoi scopi e i suoi mezzi fossero previsti da lungo tempo. Una prova in questo senso potrebbe essere rappresentata dalle donazioni fatte prima ancora della costituzione dell’Ordine e del ritorno dei nove cavalieri[8].
 
Secondo la storiografia francese, il fondatore dell’Ordine del Tempio fu Ugo di Payns, originario dell’omonima cittadina francese della Champagne, insieme al suo compagno d’armi Goffredo di Saint-Omer. Tra i nuovi fondatori dell’Ordine del Tempio con Hugues de Payns e con il conte di Champagne troviamo anche André de Montbard, lo zio di San Bernardo. Hugues de Payns che divenne il primo Gran Maestro dell’ordine dei Cavalieri Templari, partecipò forse alla Prima Crociata (1096-1099), appena diciassettenne, servendo nell’esercito di Goffredo di Buglione, al seguito del conte Stefano di Blois, potentissimo parente del Re di Francia. Tornò in Francia nel 1100; sicuramente andò o ritornò a Gerusalemme nel 1104, anno in cui accompagna il conte Ugo di Champagne nel suo primo viaggio in Terrasanta.
 
Un filo sotterraneo lega queste storie al mito di Artù e dei suoi cavalieri e ai Cistercensi e ai Templari. Dai Benedettini nasce nel 909 l’ordine monastico di Cluny e da questo nel 1075 quello dei Cistercensi. L’Ordine del Tempio nasce ufficialmente nel 1129, il primo nucleo è presente a Gerusalemme nel 1118. Geoffrey di Monmouth scrive tra il 1130 e il 1150, dunque dopo la nascita ufficiale dell’Ordine del Tempio.
 
Nel 1130 Ugo di Payns rientra con i suoi cavalieri in Palestina per stabilirsi nel Tempio di Salomone destinato a divenire la casa madre dell’Ordine. In Francia rimase il Maestro Pagano di Montdidier, che alla fine si stabilì a Parigi. Il successo dell’ordine del Tempio fu immediato, parve quasi incredibile.
 
Quei libri di pietra che sono le facciate di San Michele e di San Martino, sono stati realizzati dai Maestri d’Opera Lombardi o Comacini. San Michele e di San Martino erano entrambi venerati dai Cavalieri del Tempio. Che cosa centrano i Maestri Costruttori con i Templari?
 
Durante il processo del 1310 a Lucera in Puglia, contro il templare catalano Galcerand de Teut (Teus?), dopo essere stato torturato egli, rivelò l’esistenza degli statuti segreti di Damietta redatti nella fortezza di Athlit. Damietta, una città e porto dell’Egitto sul delta del Nilo, fu importante nel XII e XIII secolo durante il periodo delle Crociate. Questa fortezza fu fatta costruire nel 1218 dal Gran Maestro Guillaume de Chartres e nel 1291 fu poi abbandonata. Circondata da tre lati dal mare, munita di porticciolo e di un cantiere proprio era inespugnabile. In seguito a recenti scavi, in un cimitero della fortezza sono stati rinvenuti due loculi templari in cui oltre al simbolo della spada recano l’una un filo di piombo e una squadra, l’altra una squadra e un martello entrambi simboli dei Maestri Costruttori.
 
Figura 4. Utelle - Achitrave del serpente Templare
 
 
Nel retroterra di Nizza, nel centro storico su un architrave che porta il generico nome di “lastra del serpente”. In un rettangolo con rapporti lati 2:1 (formato da due quadrati), sono rappresentati un serpente con 6 piccole zampe, una squadra e un compasso, gli strumenti del Maestro d’Opera. A sinistra del rettangolo troviamo in un quadrato l’immagine del Sole con nove raggi all’interno il Monogramma YHS.   

[1] http://www.angolohermes.com/Approfondimenti/Cavalieri_Tau/Cavalieri_Tau.html
[2] http://www.angolohermes.com/Luoghi/Toscana/Lucca/Lucca.html
[3] Il numero tredici ha accompagnato la nascita e la fine dell’Ordine Templare.
[4] Novembre è l’undicesimo mese ed è pieno di simbolismo ctonio.
[5] Versione gallese della “Vita di Artù”, secolo XI.
[6] C’è chi, per estensione, vuole che la palma d’oca sia poi diventata la conchiglia simbolo della trasformazione che guida i pellegrini nel viaggio di purificazione verso l’ovest, verso il mare della conoscenza, cioè verso Santiago di Compostela per poi buttarsi a Finisterre, alla fine della terra o meglio alla fine del mondo, bruciando i propri vestiti, cioè l'uomo vecchio, nell’oceano, rinascendo come vita nuova: lo stesso percorso che ci ricorda il mese di novembre.
[7] L’orso con la croce di Staffarda è confuso con la figura classica dell’agnello con la croce, ma come si può ben osservare non è un agnello.
[8] Louis Charpentier. I Misteri dei Templari.  
 
I MAESTRI D’OPERA COMACINI
 
Che cosa avevano in comune i Maestri Comacini e i Cistercensi, e i Templari? Parafrasando Umberto Eco affermiamo che i Templari c’entrano sempre, ma solo quando sono considerati un anello facente parte di un’antica Tradizione. Il legame che univa i Cavalieri del Tempio ai Maestri Costruttori affiora in un manoscritto in lingua latina redatto all’inizio del XIII secolo, forse nel 1205, noto come il “Documento di Amburgo”, pubblicato nel 1877. Nel 1780, Federico Munter, vescovo di Copenaghen, ha scoperto negli archivi segreti del Vaticano una misteriosa pergamena. Scomparso e riapparso nel 1877 ad Amburgo, dove un tedesco di nome Mertzdorff l’ha pubblicato[1]. Questo prezioso manoscritto è ripartito in tre parti. La prima parte riguarda la regola dell’Ordine Templare, redatta da san Bernardo di Clairvaux. La seconda parte concerne la regola dei “Fratelli Eletti del Tempio”. La terza parte accenna alla regola dei “Fratelli Consolati”.
 
All’articolo 17 si legge: “Se un fratello del Tempio ha ottenuto la carica di Priore e di Prefetto, deve provvedere a strutturare nella maniera più consona all’incarico la sua casa, secondo le nostre usanze segrete, ricorrendo a un “maestro muratore” che sia a conoscenza della sapienza dei nostri Padri. Se costui non è un iniziato, si dovrà provvedere al più presto a rivelargli la luce, in modo tale che possa edificare il Capitolo affinché la luce di Dio vi dissipi le tenebre”.
 
I Comacini erano Maestri d’Opera che operarono nel XII e nel XIII secolo in stretta collaborazione con i Cistercensi e dei Templari. Loro furono gli artefici delle colonne annodate presenti in vari chiostri delle abbazie Cistercensi: di Follina (Treviso), di Chiaravalle Milanese, di Chiaravalle alla Colomba (Alseno-Piacenza). I Maestri Comacini erano i conoscitori della pietra e dei suoi segreti di lavorazione.
 
I Cistercensi con i Benedettini erano i conoscitori di tutto lo scibile di allora disponibile attraverso i manoscritti arabi, greci, latini che si riversava nei monasteri benedettini[2] (che costituirono pertanto i più grandi depositi di cultura che la storia abbia mai avuto!). Il movimento monastico cistercense fu generato dalla necessità di una riforma nell’ambito dell’ordine dei Benedettini, per un ritorno alla regola originaria dell’ora et labora, caratterizzata da estrema semplicità e grande rigore. I monaci indossavano tonache di lana grezza, incolore che, lavata, diventava bianca. La cambiavano raramente e la indossavano anche di notte. Vivevano in semplicità, umiltà e povertà. La carne era bandita dalla loro tavola; tollerata soltanto se ammalati.
 
È probabile che i Cistercensi e i Templari abbiano concordato una collaborazione con le Maestranze Comacine è anche possibile e che perfino abbiano loro trasmesso tecniche più avanzate come l’uso di macchinari. Fino a poco tempo si era convinti che il termine Comacini fosse da attribuirsi alla loro provenienza, seppure allargata, alle aree limitrofe al lago di Como ma oggi si è disposti a ritenere che l’utilizzo di macchinari possano averli fatti appellare così, perché “cum machinis” può essere contratto in Comacini, cioè aventi delle macchine da lavoro. È un dato tangibile, se si considera a quali monumenti siamo di fronte (non solo Abbazie ma Cattedrali) avevano macchine speciali per portare ad esempio a certe altezze i materiali.  I Maestri Comacini erano il ramo italico dei Maestri d’Opera Iniziati che collaboravano strettamente con i Templari.
 
Un’altra simbologia ricorrente utilizzata sia dai Maestri Comacini e sia dai Templari è quella legata ai doppi quadrati. È molto probabile che coloro che costruirono molte chiese templari della Provenza e Linguadoca, i compagnons Tuscana (un gruppo che sosteneva di avere dei collegamenti con il primo Re di Roma, l’etrusco Numa Pompilio), fossero della scuola dei Maestri Comacini.
 
I Maestri Comacini come i Templari avevano come protettori i due San Giovanni: il Battista e l’Evangelista. Per questo motivo i Maestri Comacini consacravano a uno dei due San Giovanni le chiese da loro edificate. I due San Giovanni si ritrovano rappresentati nel pulpito del Duomo di Barga opera dei Maestri Comacini. Sul lato che raffigura l’Adorazione dei Magi del pulpito, cioè a Nord, è rappresentato sotto forma di grande aquila Giovanni Evangelista. Sul lato destro a Sud è rappresentato da solo nel quarto arco ogivale Giovanni Battista.
Figura 1. Lucca S. Martino – Pilastrino prima loggetta

Come a Barga e a Pisa, a Lucca, gli scalpellini comacini lavorarono interrottamente per generazioni in quasi tutte le chiese locali. Spesso i Maestri Comacini inserivano nell’edificio da loro realizzato la loro immagine come firma da tramandare ai posteri. Tuttavia solo nel battistero di San Giovanni a Pisa, troviamo i loro autoritratti, nei plutei della vasca ottagonale battesimale. Ciascuna delle sedici lastre dell’esterno è decorata con un fiore centrale a rilievo, circondato da una corona a motivi vegetali che è raccordata alla bordura della cornice, anch’essa a fogliami, da quattro teste umane o animali poste nei punti d’intersezione. Questa vasca pisana è attribuita al Maestro d’Opera Guido Bigarelli, con datazione 1250 grazie a un’iscrizione che fu ritrovata al suo interno. Una di queste poi, anche se speculare, sembra proprio quella di San Michele a Lucca[3]. Il Battistero di San Giovanni Battista a Pisa anziché ottagonale è circolare, e presenta forti similitudini della Moschea della Roccia e della Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Il sigillo templare MILITUM + DE TEMPLO: CRISTI un lato reca l’immagine della Cupola della Roccia, la cupola circolare della Chiesa del Santo Sepolcro.
 
Il rifacimento del portico di facciata del Duomo di San Martino a Lucca, fu fatto dal figlio del Maestro Guido, cioè il Maestro Comacino Guidetto da Como, già impegnato nel cantiere nel Duomo di Pisa, che fa bella mostra di se citandosi nel cartiglio che tiene in mano, nella colonnetta della prima loggetta, di fianco al campanile di S. Martino a Lucca (posto a destra della chiesa) con la data 1204.  Addossata al campanile a rilievo con un tralcio a girali che includono foglie e pigne, nella parte inferiore della colonnetta una figura maschile glabra con copricapo a punta che regge tra le mani un cartiglio con un’iscrizione che riporta data e nome di Guidetto:“MILL(e) CC / IIII / CONDI / DIT ELE / CTI T(am) PUL / CRA(s) DE(x)T(ra) / GUIDECT(i)”, cioè “Mille CCIIII condidit electi tam pulcrhras dextra Guidecti”. Tradotto, si legge: “1204 compì sì belle cose la mano del bravo Guidetto”.
 
“Magister Guido, marmolarius sancti Martini de Luca”: così viene definito Guidetto nel documento di commissione del 1211 per il Santo Stefano a Prato. “Marmolarius”: uno scultore, quindi, a cui si riferiva la responsabilità della decorazione di parte della facciata del San Martino di Lucca, come dimostra l’iscrizione del 1204 in cui viene celebrata la mano capace di realizzare sculture “tam pulcrhras”. Il Magister Guidetto è raffigurato con testa un cappello frigio a punta che ha sulla cuspide il fiore di Lys (giglio) a tre petali, simbolo che distingueva probabilmente lo stato iniziatico di Maestro. Si notino i molti fiori di Lys che decorano la facciata della cattedrale e quelli che si trovano sulla facciata di San Michele in Foro.
 
Figura 2. Maestri d’Opera con il cappello frigio - Pisa - Lucca - Parigi
 
 
Uno dei segni di riconoscimento dei Maestri d’Opera è il cosiddetto berretto frigio. Il maestro alchimista raffigurato sul tetto di Notre-Dame de Paris indossa il cappello frigio che secondo Fulcanelli[4] è l’attributo dell’Adeptato. Nella simbologia dell’arte medievale in diverse chiese gotiche l’alchimista è stato raffigurato come un uomo barbuto con il berretto frigio. Il berretto frigio solitamente colorato di rosso, è considerato uno degli attributi di Mitra[5], che è figlio di una Vergine Immacolata e la sua nascita era celebrata tre giorni dopo il solstizio d’inverno, vicino alla festività di San Giovanni Evangelista, il 27 dicembre.   
 
Nella mitologia greca re Mida (re della Frigia), dopo essere stato punito da Apollo che gli ha fatto crescere delle enormi orecchie d’asino, crea il berretto frigio per nascondere i suoi nuovi attributi. Il berretto frigio di color rosso nasconde il segreto delle orecchie d’asino; esso, legato al significato della conoscenza dell’ultima fase della Grande Opera (opera al rosso), è considerato dagli adepti un importantissimo oggetto con valenze simboliche, il copricapo per eccellenza, il sigillo dell’Iniziazione; attributo dell’Adeptato, veniva posto sul capo del novizio nei Misteri Eleusini mentre venivano pronunciate queste parole: “copriti con questo berretto, vale più della corona di un re”. Il simbolismo dell’asino si ritrova rappresentato all’esterno della Cattedrale di Chartres nell’asino che suona la lira, e a Lucca nell’onocentauro con il busto di uomo, e corpo d’asino, nella chiesa di San Michele in Foro nei due architravi dei portali principale e posteriore. L’onocentauro di Lucca rappresenta l’individuo prossimo a staccarsi dalla parte inferiore di asino per diventare l’uomo perfetto in corpo e spirito.
 

[1] Non è noto come sia arrivato ad Amburgo o di come sia scomparso ma se è autentico, dimostra in parte l’eresia dei Cavalieri Templari.
[2] Benedetto da Norcia, nato nel 480, organizzò una comunità cui diede una regola fatta di equilibrio e d’intelligenza, cioè tra lavoro manuale e studio. Inoltre intraprese in un paese travagliato da barbari e cristiani, la raccolta sistematica di manoscritti classici che la giovane chiesa tendeva a distruggere perché eretici, secondo il principio chi non è con me è contro di me. Furono i benedettini a raccogliere i principi della costruzione in pietra dagli ultimi maestri romani e dai bizantini dell’Italia meridionale. Essi rielaborarono quella musica e canto cui fu dato il nome di gregoriano.
[3] http://www.turislucca.com/2008/10/i-maestri-comacini-che-facce-simpatiche/
[4] Fulcanelli, in nota del Mistero delle Cattedrali, spiega che un tempo questo copricapo serviva ad indicare gli schiavi affrancati, i così detti liberti; allo stesso modo chi diviene adepto si libera dai vincoli di questo mondo riuscendo ad andare oltre il velo dell’illusione.
[5] Mitra nel mondo romano era rappresentato come un giovane energico, indossante un cappello frigio, una corta tunica che s’allarga sull’orlo, brache e mantello che gli sventola alle spalle.I
CHIESA DI SAN FRANCESCO
All’esterno della chiesa di San Francesco, ai lati del portone principale, vi sono due arche sepolcrali (simili ai sepolcri fuori della chiesa di San Romano), che recano incise croci templari di tipo occitano, e scudi le cui incisioni o rilievi sono stati scalpellati, in seguito alla bolla papale damnatio memoriae. In particolare sul lato frontale, la croce templare blu su fondo bianco, ha tre punte per ogni braccio sul modello della Croce Occitana[1], a ogni punta è attaccato un piccolo rombo. Tra i quattro bracci della croce quattro fiori con tre petali disposi a triangolo. In totale si hanno 12 petali e 12 rombi, il tutto all’interno di un motivo a fiore con 16 petali, numero tanto caro ai Templari.
                                                         
Figura 1. Lucca - San Francesco -Tombe Templari

La facciata della Chiesa di San Francesco è realizzata con alternanza di fasce chiare e scure, in alto un grande rosone con 16 petali e al cui interno un secondo rosone con 8 petali. I numeri otto e il suo doppio, il sedici, erano caratteristici dei Templari. Le due arche sepolcrali sono coperte da un tettoccio sorretto da una coppia di colonne. L’arco del tettuccio è ornato con strisce chiare e scure, 10 per l’arca di sinistra, 9 per l’arca di destra.
Figura 2. Lucca - San Francesco -Rosone
San Francesco da giovane era un cavaliere. Dodici furono i frati che  Francesco volle intorno a Sé, come ci tramandano “I Fioretti”, e amava definire “i miei cavalieri della tavola rotonda” (Speculum Perfectionis, IV, 72). San Francesco paragonava i suoi primi compagni ai cavalieri di Artù: “Questi sono i miei fratelli, cavalieri della tavola rotonda (milites tabulae rotundae), che se ne stanno nascosti in luoghi remoti e solitari per dedicarsi più attentamente alla preghiera e alla meditazione”. Innocenzo III, quando decise di riconoscere questo primo gruppo, considerato in un primo tempo eretico, li nominò come chierici, dando a Francesco la qualifica di Diacono.
San Francesco era un Cavaliere Templare, iniziato dal Conte Gentile delle Fonti? Durante il soggiorno in Egitto è stato iniziato - come Renè de Chateaubriand, ambasciatore francese - ai Cavalieri del Santo Sepolcro con la spada di Goffredo da Buglione, custodita nella Sacrestia del Convento dei Frati Minori a Gerusalemme? Il frate Elia, successore di San Francesco alla guida dell’Ordine dei Frati Minori, fu architetto cioè Maestro d’Opera, e coadiuvato nell’opera dai Maestri Comacini. Amico intimo e consulente del beato Francesco e dello stesso imperatore Federico II, che consigliava nella costruzione di castelli e di chiese, indicandogli i luoghi più adatti, spesso sopra antiche vestigia classiche, come Castel del Monte in Puglia, ristrutturato nell’attuale forma ottagonale su un antico castro romano progettato dal Vitruvio, o la Basilica di Assisi, eretta, sotto la sua abile guida, dalle libere muratorie dell’epoca.[2]