Mosè - Sapienza misterica

Sapienza Misterica
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Mosè

PROLOGO

 
 
Mosè proviene dall’Egitto. Tutta la scienza egiziana era concentrata nel Tempio. Mosè era del Tempio e fu istruito in tutta la scienza dei Faraoni (Atti VII-2). Sappiamo che Mosè era del Tempio e fu istruito in tutta la scienza dei Faraoni.
 
E. Schurè ci ricorda nei Grandi Iniziati che il primo nome di Mosè, riportato dal sacerdote Manetone, era Hosarsiph. Questi era figlio di una sorella di Ramses II e cugino di Merenpath, figlio e successore del faraone. Ma per Schurè Mosè era innanzitutto “il Figlio del Tempio, poiché era cresciuto fra le sue colonne”. Strabone e Manetone attestano che egli sarebbe stato “votato” dalla madre fin dall’adolescenza al culto di Iside e Osiride. Clemente d’Alessandria affermava che Mosè fosse profondamente iniziato all’antica scienza egizia, in quanto senza di essa l’opera mosaica sarebbe incomprensibile.
 
Origene, che era appartenuto alla scuola alessandrina dei platonici, dichiara che Mosè, oltre ai segreti dell’Alleanza, aveva comunicato ai settanta anziani alcuni importantissimi segreti “tratti dalle nascoste profondità della legge”. E ingiunse loro di comunicarli solo alle persone che giudicavano degne.
 
“Erodoto, Talete, Parmenide, Empedocle, Orfeo e Pitagora si recarono in Egitto per istruirsi nella filosofia naturale e nella teologia”. Là anche Mosè acquistò la sua sapienza, e Gesù passò i primi anni della sua vita. Nei templi egizi si riunivano gli studiosi di tutti i paesi prima che Alessandria fosse fondata.
 
Secondo S. Freud, che era un ebreo, Mosè era egiziano, e una persona vicinissima al faraone Akhenaton, che dopo la sua morte dovette fuggire perché volle restare fedele alla religione del dio Unico Aton, rivelando che Aton era diventato Yawèh, per poi uscire con loro dalla terra d’Egitto.
 
In realtà il Nome Sacro gli fu rivelato dal sacerdote Jethro durante il soggiorno nel paese di Madian, sul Monte Horeb o Monte Sinai. Le vicende narrate nel secondo libro di Mosè, l’Esodo, sono un intreccio di eventi storici, manipolazioni posteriori dei compilatori del Pentateuco biblico soprattutto a Babilonia quando è stato compilato dal sacerdote e scriba Ezra, e dopo la cattività babilonese, e riveduto dai Rabbi della Grande Sinagoga.
 
La storia di Mosè è legata a quella del popolo ebraico che sotto la sua guida si riscatta materialmente e spiritualmente. Qualunque cosa si creda oggi che Mosè sia stato, egli fu un Iniziato. La religione mosaica fu, al più, un culto del sole e del serpente, attenuata, da una traccia di monoteismo prima che questo fosse sicuramente inserito da Ezra, nelle “Scritture ispirate”, al tempo in cui si dice che egli abbia nuovamente riscritto i libri mosaici.
 
Ezra, sacerdote e scriba, riscrisse nel 478 a.C. il Libro Sacro. Come Mosè prima di diventare legislatore e guida del popolo ebreo era un sacerdote egizio, anche Ezra potrebbe anche essere un sacerdote caldeo. Ezra potrebbe essere Azara, sacerdote caldeo del dio del Fuoco, il Sole. Dopo settant’anni di Cattività in Babilonia, gli Ebrei dimenticarono l’Ebraico di Mosè e innestarono il Caldeo sulla propria lingua, dando luogo ad una forma dialettale di lingua Caldea.  
 
All’inizio l’Insegnamento fu trasmesso oralmente da Mosè a Giosuè e poi ai 70 Anziani. Dal periodo dell’Esodo fino al regno di Giosia non si hanno notizie dei rotoli su cui era scritta la tradizione ebraica. La prima copia scritta del Libro della Legge fu “miracolosamente trovata” dal sommo sacerdote Chelkia nell’anno diciottesimo del regno di Giosia, nel 621 a.C. durante i lavori di ristrutturazione del tempio di Salomone (2 Re XXII, 3 -11), il sommo sacerdote e il suo segretario Saphan posero le basi della prima ortodossia scritta. Quando nel 586 a.C. Nabuconodosor conquista Gerusalemme distruggendo il Tempio, scomparvero sia l’Arca dell’Alleanza sia i 72 rotoli della Parola Sacra, per contro, tra i cabalisti vi è una credenza (fondata sulla conoscenza) che, al pari dei rotoli ermetici, nessun libro sacro dei settantadue antichi — i libri che contenevano l’Antica Parola — sia andato perduto, ma che essi siano stati conservati fin dai tempi più remoti fra le comunità segrete. Nei settant’anni di cattività a Babilonia, gli Ebrei perdettero parte della loro lingua originale, quella usata da Mosè, innestando il Caldeo nella loro lingua. Dopo quel periodo al ritorno degli Ebrei a Gerusalemme, Ezra nel 400 a.C. rimodellò o riscrisse i libri mosaici, ricostruendo le scritture perdute o bruciate. La storia del popolo ebraico dopo essere passata attraverso l’Egitto, passa necessariamente per Babilonia. La critica riconosce l’insieme di scritti sacerdotali post-esilio noti come Fonte Sacerdotale, il cui nucleo era la Legge proclamata a Gerusalemme da Ezra, ampliata e rimaneggiata fino al 300 a.C. La copia riscritta da Ezra, è ricca di velate espressioni allegoriche che si ritrovano nei testi sacri e magici di Babilonia.
 
Le incongruenze che si riscontrano nell’antico Testamento sono appunto dovute alla mano di compilatori in diverse epoche. Ad esempio, i Re di Edom discutono prima che qualsiasi Re abbia regnato in Israele (Gen. XXXVI, 31). Mosè descrive la propria morte (Deut. XXXIV, 6). Aronne muore due volte ed è seppellito in due luoghi diversi.
 
I cosiddetti Cinque libri di Mosè non furono stati scritti da Mosè, ma risalgono a molti secoli dopo la sua fama di vita e di morte. Tutto ciò che gli Ebrei sapevano lo avevano ricevuto da popoli più vecchi di loro. I magi caldei erano stati i loro maestri della dottrina segreta, e durante la cattività di Babilonia ne impararono gli insegnamenti metafisici e pratici. Plinio menziona tre scuole di magi: la prima risaliva a un’antichità sconosciuta; la seconda era stata fondata da Ostane e Zoroastro, e la terza da Mosè e Jambres. Nelle tradizioni ebraiche e cristiane, Jannes e Jambres (in ebraico: יניס Yoḥanai, ימבריס Yambres) sono i nomi dati ai maghi menzionati nel libro dell'Esodo.
 
Mosè Maimonide, la cui autorità e la cui conoscenza della storia sacra difficilmente può essere respinta, dice: “Chiunque scoprirà il vero senso del libro della Genesi dovrebbe fare attenzione a non divulgarlo … Se una persona dovesse scoprirne il vero significato da sola, o con l'aiuto di un'altra, dovrebbe tacere; o, se ne parla, dovrebbe parlarne in modo oscuro ed enigmatico”.
 
GIUSEPPE IN EGITTO
 
Il problema della storicità di Mosè e degli eventi narrati dall’Esodo è un tema che è ampiamente dibattuto in ambito accademico: la figura di Mosè e l'avvenimento biblico dell’Esodo, per alcuni studiosi, non possiedono alcun rilievo storico, ma vanno considerati come un racconto religioso che integra vari elementi anche di epoche diverse.
Il libro mosaico, dell’Esodo si apre con la descrizione degli Ebrei in Egitto, i discendenti di Giuseppe e dei suoi fratelli. Dopo la morte di Giuseppe, che era diventato viceré d’Egitto, il popolo ebraico si moltiplicò a dismisura, tanto da diventare una minaccia per gli Egiziani.
La storia più recente del popolo ebraico inizia al tempo di Giacobbe cui il Signore impose il nome di Israele: “Giacobbe, Giacobbe!… non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo[1]“. Questo versetto va interpretato storicamente come una migrazione di massa in Egitto. Vi fu un’epoca che vide l’Egitto governato dai sovrani delle terre straniere, i Re-Pastori, gli Hyksos, che sottomisero l’Egitto per quasi 200 anni fondando la XV, XVI, XVIII dinastia. Lo storico Giuseppe Ebreo scrisse: “Gli Egiziani colsero molte occasioni per invidiarci e odiarci, anzitutto perché i nostri antenati (gli Hyksos) avevano avuto il dominio sulla loro terra”.[2]
I Re-Pastori, Hyksos[3], provenienti da Oriente, invasero prima Canaan e poi l’Egitto[4] intorno al 1750 a.C. Dopo il loro insediamento, accolsero a braccia aperte i loro cugini Habiru, di cui Giuseppe era un’esponente di punta, fondando una colonia consistente. La Bibbia ci dice che gli Egiziani avevano orrore di ogni pastore di greggi, perciò è improbabile che il pastore Giuseppe avesse fatto carriera e poi avesse fatto venire la sua gente. Con queste premesse si capisce come un Habiru, Giuseppe, potesse assumere la carica di Visir, la seconda carica dello stato. Qui la storia del popolo ebraico incrocia quella degli egiziani. Giuseppe non avrebbe mai potuto diventare viceré se non appartenendo alla razza dei dominatori stranieri, cioè gli Hyksos.
La Bibbia ci informa che gli Egiziani avevano orrore di ogni pastore di gregge, ed è improbabile che un pastore qual era Giuseppe avesse fatto carriera tra gli Egizi e poi avesse fatto venire tutta la sua gente. È logico supporre che fossero i Re Hyksos ad accogliere i loro cugini semitici, i discendenti di Abramo.
Con la venuta di Giuseppe e dei suoi fratelli in Egitto, gli Ebrei si uniscono ai loro cugini ittiti e fondano una colonia di numero consistente di persone che godeva di molti privilegi, tanto che già al tempo di Amenophis III, il governatore di Gerusalemme si lamentava col proprio Re dicendo: “Perché amate gli Habiru e detestate i vostri governatori?”. Successivamente al tempo di Amenophis IV che prese il nome di Akhenaton, fu imposto il culto solare di Aton. Anche questo Faraone, come il predecessore, si mostrò sordo ai lamenti fatti riguardo alle scorrerie degli Habiru. Recentemente[5] si è scoperto il nome del Visir degli ultimi due faraoni: Aper-El. Il nome Aper o Apr ricorda quello degli Hapiru o Habiru, mentre El è il nome del Sole in ebraico.
Con la cacciata dei Pastori, gli Hyksos, gli Ebrei o Habiru perdono tutti i loro privilegi e cadono in uno stato di servitù, e gli Habiru rimasti, caddero in uno stato di semischiavitù e furono designati con il nome di Habiru, che divenne sinonimo di predone, di mercante e poi di bracciante; al tempo di Mosè gli Habiru sono descritti come braccianti e schiavi. Contemporaneamente il nome della divinità ittita, Seth, fu cancellato da tutti i monumenti e trasformato in simbolo di forza tenebrosa.


[1] Genesi, XLVI, 1.
[2] Giuseppe, Contro Apione, I, 25.
[3] Hyksos è il nome grecizzato degli Heka-chasciut, i sovrani delle terre straniere, dato dal sacerdote storiografo Manetho nel III sec. a.C. Gli Hyksos come apparvero così apparentemente scomparvero nel deserto.
[4] La dinastia dei Re-Pastori è la XVI, ed ebbe inizio nel 1684 a.C. e durò fino al 1570 a.C.
[5] Scavi iniziati negli anni ’80 e terminati nel 1989.
LE VICENDE SIMBOLICHE DI GIUSEPPE

 
 
Nell’Esodo (XLII) si legge che nessun egiziano poteva mangiare “il pane”con gli Ebrei, ma stranamente con Giuseppe condividevano il pane.
 
Giuseppe sposò una figlia di un sacerdote egizio e divenne così un Egizio. Lo sposalizio nasconde un’Iniziazione, Giuseppe sposò la Sacra Conoscenza Egizia. Il racconto delle vicende di Giuseppe è storico e simbolico, impregnato di mistero.
 
Giuseppe all’età di 17 anni in seguito a una congiura dei suoi fratelli fu dato per morto al padre Giacobbe,  in realtà fu venduto dai suoi fratelli e portato schiavo in Egitto. Il numero diciassette coincide con il giorno in cui Osiride fu ucciso in seguito a una congiura e rinchiuso in una bara.
 
Giuseppe è venduto a Potifarre e il comandante delle guardie del Faraone. Il nome della moglie di Potifarre non è menzionato nella Bibbia. La moglie di Potifarre lo tenta “giaci con me”, ma Giuseppe fugge lasciando la sua veste in mano alla donna tentatrice. Il padrone di Giuseppe il comandante Potifarre lo mette in prigione. Chi rappresenta simbolicamente Potifarre? Egli è il Guardiano di Soglia, il tentatore e il fustigatore. Dapprima Giuseppe ebbe in mano tutti gli averi materiali di Potifarre, “era bello di ogni forma e avvenente nell’aspetto” (Genesi XXXIX, 6), egli poteva disporre a suo piacimento delle forze materiali.
 
Nel primo grado di Iniziazione egiziana l’iniziando che dimostrava di dominare le proprie emozioni, riceveva il grado di Pastoforo (Apprendista). Questo stadio equivale al BATTESIMO, la purificazione delle emozioni, il cui elemento è l’Acqua. Esausto dalle prove, al Neofito era concesso di ristorarsi con cibi, vino e riposo su un morbido letto. Al suono di una musica sensuale, appariva una donna bella e giovane, simile alla dea Iside, accompagnata da sensuali fanciulle che facevano del loro meglio per tentare e sedurre il novizio.
 
Due servitori del Faraone furono imprigionati con lui, questi fecero dei sogni. Il coppiere del re sognò una vite con tre tralci la quale germogliò, fiorì e diede grappoli maturi dai quali ricavò del vino che diede da bere al faraone. Il secondo servitore era un panettiere che sognò tre canestri di pane bianco destinati al faraone, ma che furono mangiati dagli uccelli.
 
Il vino e il pane sono offerti al Faraone, ma il pane è rubato, sperperato dagli uccelli. Giuseppe predisse al coppiere, “al giusto”, che sarebbe stato liberato. Il pane e il vino rappresentano il cibo sacro che deve essere donato assieme, e poiché questo non avvenne Giuseppe non fu liberato dalla dura prova. Dovranno passare ancora due anni, il numero dei servitori, prima che Giuseppe possa comparire di fronte al Faraone.
 
Il Faraone sognò e Giuseppe fu chiamato ad interpretare il sogno. Dal Nilo salirono sette vacche belle e grasse ma sette vacche magre divorarono le vacche grasse. Il Nilo è il Fiume sacro della Vita, dal quale uscirono i primi sette frutti della manifestazione. Il secondo sogno del faraone riguardò sette spighe di grano grasse spuntate da uno stelo, e poi sette spighe arse e vuote, che inghiottono le prime. La manifestazione è duplice ed è formata da un coppia di sette 2x7. Giuseppe interpreta i sogni come un dicendo che vi saranno sette anni di abbondanza in tutto l’Egitto, seguiti da sette anni di carestia. Leggendo superficialmente questa storia, si stenta a credere che il Faraone possa aver avuto bisogno di Giuseppe per interpretare un sogno così semplice, ma il simbolismo delle spighe, del grano e del numero sette è la chiave di tutto.
 
Giuseppe si qualificò come un conoscitore della scienza arcana, individuando i cicli di manifestazione segnati dal numero sette. Egli dice che le sette spighe grasse rappresentano il bene che deve essere custodito non sperperato e il male quando viene deve essere vinto con il bene precedentemente custodito, perché il male è mancanza di bene.
 
“E il Faraone chiamò Giuseppe Safnat-Panèach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifarre, sacerdote di Eliopoli” (Genesi XL, 43-44). Potifarre dapprima è descritto come comandante delle guardie del Faraone poi come gran sacerdote. È interessante notare che il nome della moglie di Giuseppe, Asenath (Gen XLI, 45), significa “santo per Anath”, la dea semitica popolare anche traslitterata come Anat, adorato dai cananei o semiti occidentali, tra cui gli Hyksos. Oppure può essere interpretata come Nes-Net, appartenente alla dea del Cielo Nut, simile a Neith.
 
Il Libro della preghiera di Asenat è un apocrifo dell'Antico Testamento, scritto in greco tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., probabilmente nell'ambito della diaspora giudaica in Egitto. Nel V secolo d.C. è stato rielaborato in ambiente cristiano e tradotto in siriaco. Il libro narra un’altra storia sulla futura moglie di Giuseppe. Asenat è una vergine di diciotto anni, “snella, fiorente, più bella di tutte le vergini del paese”; vive in una torre, con sette compagne vergini, in una totale separazione da tutti gli uomini. I suoi genitori vorrebbero sposarla a Giuseppe, diventato primo ministro di Faraone, ma essa rigetta con sdegno tale proposta: non vuole andare sposa a uno “straniero, figlio di un pastore di Canaan”, scacciato dalla casa paterna e imprigionato per la sua cattiva condotta. Il solo a cui darebbe la sua mano è il figlio primogenito di Faraone, il futuro re d'Egitto. Frattanto Giuseppe, percorrendo l'Egitto per raccogliere il grano nella previsione degli anni di carestia, arriva a Eliopoli. Asenat lo vede e s'innamora di lui. Ma Giuseppe, memore della raccomandazione di suo padre Giacobbe di guardarsi da tutte le donne straniere, consente che gli sia presentata solo dopo dichiarazione di Potifarre che Asenat è vergine. In ogni modo, Giuseppe rifiuta di baciarla, perché è un idolatra; tuttavia la benedice. Asenat si rinchiude nella sua torre, si veste di nero, distrugge gl'idoli e fa severa penitenza per sette giorni. L'ottavo giorno, dopo una lunga preghiera, riceve la visita dell’Angelo Michele, il quale le fa gustare un misterioso favo di miele. "Adesso", le dichiara poi l'angelo, "hai mangiato il pane di vita, hai bevuto il calice dell'immortalità, sei stata unta dell'olio dell’incorruzione". Quindi la benedice e sparisce. In quel mentre, le si annunzia il prossimo ritorno di Giuseppe. Riccamente vestita, gli va incontro; il matrimonio è subito celebrato in presenza di Faraone.
 
Gli antichi erano soliti chiamare api anche le sacerdotesse di Demetra, preposte come dee terrene alle iniziazioni. In greco “melissa”, colei che dona il miele, significa “ape”, che era anche il nome di una confraternita di sacerdotesse di Demetra e della Luna (che era considerata presiedere alla generazione) e di un gruppo di ninfe. Il miele in passato era visto come un simbolo della morte, per questo si sacrificavano alle divinità sotterranee libagioni di miele.
 
Il latte al pari del miele è un simbolo di alimento materiale e di nutrimento per le creature in crescita. Gli egiziani rappresentavano la Dea celeste Nut mentre nutre la terra, imbevendola della sua pioggia-latte. In India la Dea Vach è descritta nel Rig Veda come la vacca melodiosa, dalla quale discende l’umanità.
 
Manetone che ha scritto un resoconto della storia di Egitto in greco per Tolomeo II, dice che Amenofi III, ha avuto un ministro chiamato “Sef” aggiungendo “Yu” o Yo abbiamo Yohsef.
 
Il Faraone diede in moglie la Figlia di un sacerdote di On, il Sole. Giuseppe sposando la figlia del Sole misterico, diventa anch’egli sacerdote, Iniziato, alla Sacra Conoscenza. Giuseppe secondo Giustino Martire era istruito nell’arte magica dei sommi sacerdoti d’Egitto (Giustino, XXXVI, 2). Giuseppe sposa la conoscenza segreta e da questa ebbe due figli il primo Manasse, il secondo Efraim. Entrambi sono figli della mente lo stesso nome Manas-se tradisce l’origine sanscrita, cioè Manas, mente. Secondo Filone Manasse significava reminiscenza dall’oblio, la facoltà inerziale della mente; mentre Efraim significa produzione di frutti, fecondità. Il frutto più bello dell’anima che rimane impresso nella mente dell’Iniziato.
 
Giustino Martire (XXXVI, 2), fondandosi sull’autorità di Trogo Pompeo, ci presenta Giuseppe come istruito nella profonda conoscenza dell’arte magica dei sommi sacerdoti dell’Egitto.
 
Giuseppe fu liberato e divenne visir d’Egitto detentore del sigillo reale, amministratore della casa del Faraone, egli aveva a quel tempo 30 anni, all’età mistica di trent’anni Gesù inizio a predicare. Dalla simbolica morte di Giuseppe avvenuta a 17 anni, dovettero trascorrere altri 13 anni affinché egli potesse essere ammesso al cospetto del Faraone. Infine, trascorsi altri 10 anni, il numero del ciclo perfetto, Giuseppe si riunisce ai suoi fratelli all’età di 40 anni, una cifra mistica che compare tre volte nelle vicende di Mosè. “Dieci” dei suoi fratelli, escluso Beniamino che era troppo giovane, giungono dal viceré d’Egitto, Giuseppe, il quale finge di non riconoscerli, li tratta come spie e li imprigiona per “tre” giorni. I tre giorni rappresentano il periodo buio, la discesa nella cripta, raffigurata dalle segrete delle prigioni, un periodo di mortificazione e di attesa, che per Giuseppe durò tre anni. Trascorsi i tre giorni Giuseppe libera nove fratelli e li invia dal padre Giacobbe chiedendo anche la presenza di Beniamino e tenne come ostaggio Simeone quale garante del patto. Giacobbe bisognoso di nutrimento si lascia convincere da Giuda che si rivolge a Israele non a Giacobbe chiedendo l’autorizzazione affinché il sacro numero 12 (i fratelli) si ricomponga, così i fratelli si riuniscono in un sacro banchetto dopo essersi purificati lavandosi i piedi con acqua.
 
Il Morente Giacobbe benedice i suoi dodici figli e in particolare dice:
 
“Simone e Levi sono Fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli. Anima mia non entrare nei loro segreti nelle loro riunioni (sod) … Maledetta la loro ira, perché violenta, e la loro collera, perché crudele! Io li dividerò in Giacobbe, e li disperderò in Israele” (Gen. XVIX, 5, 7).
 
Nello Zohar, Sod è usato con il significato di "Assemblea Misteriosa", o Mistero.
 
Simeone e Levi che sterminarono coloro che profanarono la loro sorella Dina figlia di Giacobbe e della prima moglie Lia, settima e ultima figlia di costei. Giacobbe rimprovera i due collerici fratelli, ma non ricusa il loro atto, anzi Giacobbe si fa consegnare gli idoli dei sechemiti raccolti dai suoi figli e li sotterra presso una quercia. La maledizione è solo la giustificazione a posteriori di un fatto che appare eccessivamente crudele.
 
Dinah secondo Filone di Alessandria significa il tribunale dell’anima, Giudizio. Dina non sia alla mercé di chi si sobbarca alla fatica opposta, ossia quella di tendere insidie alla saggezza. Colui che ha dato il nome a questo modo di vita è Sichem, figlio di Hamor, la natura irrazionale … I famigliari e i discepoli della saggezza Simone e Levi chiusi i loro beni in un posto sicuro, si sono fatti avanti a distruggere coloro che ancora si trovavano nella penosa condizione di amanti del piacere, delle passioni e “incirconcisi” (Filone Migrat. 223-224).
 
Secondo un midrash in Torà Shelemà, Asenat la sposa di Giuseppe, sarebbe figlia di Dinah, nipote di Giacobbe, e sarebbe il risultato della violenza fatta da Shechem a Dina, narrata in Genesi. L’angelo Gabriele portò Dina nella casa del sacerdote di On, Putifarre, dove fu cresciuta come figlia adottiva.
 
Simeone e Levi sono i custodi della sapienza Segreta, impossibile entrare per il profano nelle loro riunioni segrete, o Sod, pena la morte. “Il segreto (Sod) del Signore è per quelli che lo temono”, dice David nel Salmo XXV,14. Ma nel testo originale Ebraico si legge: “I Sod Ihoh (o i Misteri) di YHWH sono per coloro che lo temono”.
 
“Germoglio di ceppo fecondo e Giuseppe; germoglio di ceppo fecondo presso una fonte … Le benedizioni … vengano sul capo di Giuseppe e sulla testa del consacrato tra i suoi fratelli (Gen. XVIX, 26)”.
 
Giuseppe era chiamato nazar. “La testa di Giuseppe il sommo nazar tra i suoi confratelli”. Sansone e Samuele (שפשןו, או׳םשى, mes-on e Semva-el) sono definiti egualmente nazar. Il vero significato della parola nazar, נוד , è votarsi o consacrarsi al servizio di Dio. Quando è sostantivo significa diadema, o emblema di tale consacrazione, o testa così consacrata. Ezra sacerdote e scriba fu anch’egli un nazar in Ierofante del popolo ebraico.
 
I nazar — o separati — come vediamo nelle Scritture ebraiche, dovevano tagliarsi i capelli, che portavano lunghi e che “nessun rasoio toccava” in nessun’altra occasione. Non sono da confondere con i nazar accusati da Osea di essersi separati per consacrarsi a Bosheth כשח (vedi il testo ebraico), cosa che implica la massima abominazione possibile, di cui parla nell’antico Testamento.
LA DIVINITÀ DEGLI HYKSOS

 
 
L’antica divinità degli Ittiti e degli Hyksos era  Seth, che fu importata con la forza in Egitto, quando i Re Pastori divennero i Faraoni di questa nazione. Seth in quanto dio degli invasori divenne odioso agli occhi degli egiziani. Quando gli Hyksos lasciarono il paese, il nome di Seth fu cancellato da tutti i monumenti, e nel corso della XX dinastia fu trasformato in una divinità oscura, infatti Plutarco in Iside ed Osiride scrive che il fratello oscuro di Osiride, era chiamato sia Tifone e sia Seth.
 
La divinità si manifesta nel mondo in modo duplice, come Luce e come Ombra, un Principio Luminoso e un Principio Oscuro immerso nelle tenebre della materialità. Seth in ebraico ha due significati, quello di Fondamento al maschile, e quello di Tumulto o rovina, al Femminile. Ciò che accadde al primitivo Seth, fu quello di essere separato da proprio aspetto benigno ed essere degradato a forma brutale. Osiride e Seth, Apollo e Tifone, Ophios e Ophiomorphos sono descritti come fratelli gemelli.
 
Tifone era rappresentato come “un Asino Rosso”, ed era considerato il persecutore di Osiride. Aggiungendo la sillaba “ana” che in caldeo significa cielo, si ottime la parola Set-an o Sat-an, questa parola è in realtà una costruzione fonetica creata posteriormente dai sacerdoti che erano ignari del significato primitivo. Il primo aspetto per la teologia ebraica è YHWH, il secondo aspetto è Satana. Il nome dell’Asino in copto è “Ao” forma fonetica di IAO.
MOSÈ STORICO

 
 
Se Giuseppe come sembra logico era giunto con i suoi fratelli in Egitto al tempo degli Hyksos nel 1550 a.C. abbiamo un arco di tempo di duecento anni sino ad Akhenaton e se diamo credito all’ipotesi che la loro cacciata avvenne con Ramses II, cioè nel 1250, allora abbiamo un arco temporale di trecento anni.   
 
S. Freud, che era un Ebreo, afferma che Mosè era un Egiziano, probabilmente un nobile, seguace del culto di Aton che dopo la caduta di Akhenaton fuggì portando con sé il gruppo iniziale dei Leviti a lui fedeli e ministri del nuovo culto.
 
A sostegno dell’ipotesi di Freud vi sono notizie che in Egitto si formò un movimento religioso diffuso tra i nomadi del delta del Nilo, cui capo vi fu un egiziano di nome Tis-Iten che è una variante del nome di Aton. Tale nome dopo l’abbattimento di Akhenaton non era più utilizzato come nome proprio salvo che non indicasse un seguace del Dio Aton.
 
Il dio Aton del monoteismo egiziano divenne fra gli Ebrei Adon-ai (plurale di Adon) che ha la stessa radice di Aton, perché le lettere “t” e “d” sono del tutto intercambiabili nelle radici etimologiche. Adonai il Sole è simile ad Adone. Comunemente tradotto “Signore”. Quando un Ebreo, in una lettura, giungeva al nome IHVH che è pronunciato Jehovah, egli si fermava e lo sostituiva con la parola Adonai; quando era scritto con i puntini di Alhim, lo pronunciava “Elohim”, infatti Adonai, Adon erano gli antichi nomi Caldei-Ebraici per indicare gli Elohim.
 
Secondo l’ipotesi di S. Freud, Mosè dovrebbe essere fuggito dopo la morte di Akhenaton nel 1347 a.C.
 
Il custode degli archivi sacri di Eliopoli, sacerdote e storiografo Manetho o Manetone (inizio III secolo a.C.) vissuto all’epoca tolemaica racconta che Mosè era un Egizio, sacerdote di Osiride ad Eliopoli, la città del Sole (El-Sole). Il suo nome era Osarsiph che denota una fusione tra il nome di Osiride e il nome di Giuseppe.
 
Manetone afferma che gli Habiru furono cacciati da un Faraone di nome Tutmosi, siccome vi furono tre faraoni con questo nome, si ha un arco di tempo che va tra il 1505 e il 1402 a.C., epoca dominata da grandiosi cantieri per edificare costruzioni immense. Il bisogno di manodopera era immenso come ai tempi di Ramsete II vissuto 150 anni dopo tale periodo.  Si può ipotizzare che una delle piaghe annunciate da Mosè al Faraone, quella delle tenebre per tre giorni, sia avvenuta in questo periodo, quale conseguenza della spaventosa eruzione vulcanica che distrusse l’isola di Santorino, tra il 1499 e il 1413 a.C. Faraoni della XVII dinastia col nome di Tutmosi ve ne furono quattro, ma quello che perseguitò gli Habiru era il terzo. L’anno 1470 a.C. è quello di Tutmosi III, il periodo accennato da Manetone. La Bibbia ci dice che l’Esodo è avvenuto 480 anni prima di Salomone.
 
Manetone ci dice che gli Habiru erano un popolo asiatico che non fuggì dall’Egitto, bensì cacciato, perché impuro e lebbroso. Si legge prima dell’ultima piaga: “Il Faraone sarà lui a cacciarvi di qui”. Anche Tacito riferisce l’opinione degli scrittori del tempo nell’attribuire la cacciata degli Ebrei a una malattia immonda. In questo caso l’Esodo e le piaghe d’Egitto sono messi in relazione a una pestilenza.
 
Plutarco attingendo a fonti sacerdotali egizie scrive che quanto Seth-Tifone (il Dio degli Hyksos) fuggì dall’Egitto cavalco per “sette giorni” un Asino (simbolo di Seth) e nella fuga generò Ierosolumus (Gerusalemme) e Iudaios (Giudea). L’interpretazione del brano ci dice che, i figli di Seth, cioè gli Habiru, inseguiti o cacciati dagli Egizi, fondarono la Giudea e Gerusalemme. Manetone dice che Seth dopo aver ucciso Osiride, si era alleato con i Semiti. Gli israeliti appartenevano al gruppo semita, al pari degli Ittiti e degli Hyksos. La Palestina, la “terra promessa” degli Ebrei era chiamata nelle tavole assire e nei papiri egizi, la terra degli Ittiti, cioè di Seth.
 
Nell’Esodo è narrato che il Faraone decise di opprimere in schiavitù gli Ebrei e diede l’ordine di ucciderne tutti i neonati maschi che dovevano essere gettati nel Nilo.
 
Un uomo della casa di Levi prese moglie una figlia di Levi e da essi nacque Mosè. La madre lo tiene nascosto per tre mesi e poi  lo mette in una cesta spalmata di pece e lo abbandono sulle acque del Nilo, che per gli egizi era un fiume sacro.
 
Dapprima la bibbia non menziona il nome dei suoi genitori, e tutto ciò è strano. Poi con un cambiamento di stile imputabile al Codice Sacerdotale, a Mosè sono assegnati i nomi dei genitori, Amram e Jochebed, che però violano la legge del matrimonio, in quanto Amram sposa la sorella di suo padre, andando contro la legge: “Non scoprire la nudità della sorella di tuo padre”. La Figlia del Faraone lo trova e lo alleva come se fosse suo figlio, come un principe egizio.
 
Il nome egizio di Mosè, è una maschera, in quanto Moses, significa “piccolo, bambino”, termine dato nei Misteri agli Iniziati che rinascevano una seconda volta, diventando piccoli. I Faraoni Tuth-Moses, Râ-Moses, in quanto re e sacerdoti avevano il nome che indicava rispettivamente rinato in Thoth, e rinato in Râ. Manetho racconta che Mosè era Egiziano e sacerdote di Osiride a Eliopoli con il nome di Osarsiph, che denota la fusione fra i nomi di Osiride e di Giuseppe.
MOSÈ INIZIATO ALLA SCIENZA ARCANA

 
 
Le vicende di Mosè sulle acque del Nilo rammentano quelle del Re semita Sargon,fondatore di un potente regno nel 2300 a.C. Sargon fu re di Akkad la grande città delle Agadi (citata in Genesi X, 10), dove regnò per 40 anni. Stranamente Akkad si trova nelle vicinanze di Sippara, la città del Sole, e Sippah era il nome della oglie di Mosè. Beroso narra che l’antidiluviano Xisuthurus compilò un libro che fu seppellito a Sippara, e fu in questo Libro che egli trovò la sapienza Segreta che è una Sapienza Solare.
 
Mia madre era una vestale, mio padre non l’ho conosciuto … mi ha messo in una cesta, ha chiuso con asfalto le aperture, mi ha affidato alla corrente (che) mi ha portato da Akki, Colui che crea l’acqua … come se fossi suo figlio mi ha allevato, ha fatto di me un giardiniere … Ishtar mi prese a benvolere “.
 
Il paniere che galleggia sulle acque è il simbolo dell’Arca che galleggia sulle Acque del Caos, contenente il futuro Salvatore. La materia caotica è simboleggiata dalle acque del Nilo cerca di sommergere il Fanciullo senza però riuscirvi.
 
Mosè doveva essere anche un sacerdote di alto rango, un Iniziato. Il nome della figlia del Faraone che lo aveva salvato dalle acque è secondo lo storico Giuseppe, Thermuthis, nome che secondo Wilkinson (Ancien Egyptians, vol V, p. 65) è quello della corona ad aspide della dea Iside, Dea della Vita e della guarigione; appartiene a tutte le divinità guaritrici, datrici di salute, sia spirituale che fisica. Poiché l’aspide era consacrato ad Iside Mosè, diviene allegoricamente il figlio del serpente sacro.
 
La Bibbia assegna a Mosè l’età di 120 anni suddivisi in tre stadi: 40 anni (nascita compresa!) è stato re nella terra dei mori, 40 anni è stato con Jethro il Sacerdote madianita, 40 anni è stato nel deserto.
 
Nel terzo periodo nel deserto del Sinai si presenta come Legislatore, colui che portò al suo popolo la Legge di Dio. È scritto che 600.00 uomini esclusi donne bambini e anziani e animali, lasciarono l’odiata terra d’Egitto, fuggendo e attraversando il Mar Rosso, che si era aperto al loro passaggio, sommergendo però l’esercito del faraone. Un esercito di 600.000 uomini non poteva essere mobilitato in una sola notte, che due o tre milioni di persone con le loro greggi e mandrie (circa 200.000 animali) non avrebbero potuto benissimo attingere acqua da un singolo pozzo, dove pascolava nel deserto una simile massa di animali? Lette alla lettera queste vicende appaiono ridicole, oppure devono essere interpretate in altro modo. Tutto ciò sa di allegorico, solo gli eletti passano, mentre gli oscuri e tenebrosi non passeranno.
 
1.      Il numero degli uomini 600.000 = 6x100.00 multiplo di sei, è simbolico.
2.      Il passaggio attraverso le acque indica la transizione da uno stato a quello successivo, una nuova nascita.
3.      La Terra di Egitto diviene la Terra delle Tenebre, mentre la Palestina, la Terra Celeste.
4.      L’attesa nel deserto rappresenta lo stadio di purificazione.
 
Il numero 40 compare ancora quando Mosè va sul monte di Dio e vi dimora per 40 giorni e notti. Mosè dimora in una grotta digiunando per poi presentarsi al cospetto di YHWH che sta in mezzo alle fiamme. La vicenda ricorda quella di Zoroastro che dimorò in una grotta ove un angelo lo purificò e lo condusse da Ormuzd che dimorava nelle fiamme e da cui ricevette la Legge, la Parola Vivente, lo Zend Avesta, esattamente come Mosè.
 
Il periodo di 40 anni non va preso alla lettera, è a sua volta formato da quattro tempi o periodi di 10 anni ciascuno. Il numero dieci rappresenta la pienezza.
 
Giuseppe Flavio sostiene che Mosè aiutò i mori a conquistare la loro città e che per questo sposò la regina cuscita o nubiana vedova Adonia. Dopo fu detronizzato da una rivolta di palazzo. Nel primo periodo Mosè si distingue come condottiero, guerriero e stratega.
 
Mosè uccide un egiziano e fugge, ma è proprio così? Origene nelle Omelie sull’Esodo precisa che l’egiziano è il simbolo della materialità che è uccisa dallo Spirito. Nel racconto biblico gli egiziani sono descritto come tenebrosi malvagi e oscuri.
MOSÈ NEL TERRITORIO DI MADIAM

 
 
Dopo aver ucciso un egiziano che stava picchiando un ebreo, Mosè fugge dall’Egitto, e giunge nel territorio di Madian: questo è l’inizio del secondo periodo di 40 anni. Nelle scritture ebraiche Madian è un figlio di Abramo e della sua seconda moglie Chetura (che, invece, secondo il midrash, è Agar). I suoi discendenti, i Madianiti occuparono la regione nord-occidentale del selvaggio e disabitato deserto d'Arabia. Durante il periodo dell’Esodo il loro territorio includeva anche l'area del deserto di Paran nella penisola del Sinai.
 
Tolomeo[6:7] cita un luogo chiamato Modiana sulla costa dell’Arabia; stando a quest’affermazione, questo luogo può essere identificato con il Madyan dei geografi arabi, nelle vicinanze di ʿAyn ʿUna, di fronte all’estremità della penisola del Sinai, ed ora conosciuto con il nome di “Maghāʾir Shuʿayb” (Le grotte di Jethro).
 
Supponendo che l’area descritta da Tolomeo come Modiana sia la stessa area della biblica Madian sebbene non in Arabia, ma nelle vicinanze della moderna Petra, il biblico Kadesh (Reqem in aramaico), dove si hanno le prove di un gruppo di semi-nomadi del Qurraya che vive non lontano da Edom. I Madianiti erano una tribù proto-araba; la loro base di partenza era in Arabia e sono imparentati con Ismaeliti. Il libro dei giudici lo afferma esplicitamente nella storia di Gedeone, che fa la seguente richiesta degli israeliti dopo aver sconfitto i Madianiti[1].
 
Mosè si siede presso una fonte, quando giungono per abbeverare il gregge del loro padre, Sette Figlie del sacerdote di Madiam. Vennero i pastori a scacciare le sette sorelle, ma Mosè li fermò ed aiutò le sorelle ad abbeverare il gregge. I cabalisti considerano i pastori in numero di sette, che sono visti come sette poteri malefici. Il pozzo e la fonte sono simboli della Dottrina segreta. Mosè si guadagnò l’amicizia dei sette poteri benefici, le sette sorelle. Jethro, il padre delle sorelle invitò Mosè a mangiare il “suo pane”, cioè a condividere la sua sapienza.
 
Anche nel Corano figura l'antico e storico popolo di Madian, che è menzionato col nome arabo Madyan. La tomba di Jethro sarebbe oggi la moschea e la tomba del profeta Shu'ayb (V sec. d.C. cfr. Sura XI, 95), che sono situate presso la città giordana di Mahis, in un'area chiamata Wādī Shuʿayb. I discendenti di Jethro, nella Bibbia sono indicati col nome di Keniti e si fusero con gli Israeliti nella zona desertica della Giudea, a sud di Arad.
 
Mosè sposo una delle sorelle di nome Zipporah o Sipparah, che significa onda risplendente, cioè la Luce Splendente della sapienza. La vicenda ha sapore d’Iniziazione, nella bibbia i Madianiti sono descritti come potenti veggenti. Il suocero di Mosè è chiamato con tre nomi diversi: Reuel, Jethro, Obab. Mosè è descritto sempre in posizione deferente nei confronti di Jethro che appare come Maestro. Mosè fu Iniziato dal sacerdote Ierofante Jethro a Hor-eb, la caverna, e da esso apprese probabilmente il nome di YHWH: in questo periodo Mosè impara a fare il pastore, cioè a condurre le pecore, in termini simbolici gli uomini. Egli è il Buon Pastore.
 
Se le origini di YHWH sono nella terra nomade di Yehwa tra i Madianiti, il significato del nome dovrebbe provenire dalla famiglia di lingua araba piuttosto che dalla famiglia di lingua ebraica.

   
 
[1] https://thetorah.com/yhwh-the-original-arabic-meaning-of-the-name/
 
 
IL ROVETO ARDENTE

 
 
Pascolando “il gregge” del sacerdote di Madian sul monte Horeb, Mosè vide il Signore Iddio discendere in una fiamma ardente in mezzo a un rovo che ardeva senza consumarsi mai. Hillel e altri tanaim dopo di lui ritennero che l’Essere che apparve a Mosè nel roveto ardente, sul monte Sinai, e che infine lo seppellì, fosse l’angelo del Signore, Memro, e non il Signore stesso; e che colui che gli Ebrei dell’Antico Testamento presero per Iahoh fosse solo il Suo messaggero, uno dei Suoi figli o emanazioni. Dunque secondo gli studiosi della Cabala, chi apparve in mezzo al Fuoco non era il Signore ma il suo Angelo (Esodo III,2 ; Atti VII, 30).
 
Jhannes Lehman (paragrafo: il roveto e il monte) scrive: “ … ci colpisce il nome del cespuglio, che compare solo qui, col segno fonetico ‘snh’, che significa qualcosa di appuntito … Il roveto ‘sneh’ era sul monte di Dio, che è chiamato Oreb o Sinai. Sneh, Sinai … il roveto ardente è soltanto un’occulta allusione al Sinai, che ha preso corpo sulla base di un’affinità fonetica”.
 
Sicuramente è così, il monte di dio, l’Horeb, è il monte della Luce, dalla radice “or” che significa luce. Il Fuoco visto da Mosè è la Luce, un Fuoco non fisico.
 
Nell’Esodo (III, 13, 14) è scritto che quando Mosè chiese a Dio (o il suo Angelo) apparso nel roveto ardente il Suo Nome, Egli rispose: Io sono colui che sono:  Ahiyè היהא, asher רשא, Ahiyè היהא. Una variante, nella lettura di יחוח .  L’ebraico si legge da destra a sinistra, che trasformate in lettere latine si legge YHWH.
 
Io sono colui che sono - Ahiyè (5+ 10+5+1) asher (200+300+1) ahiyè (5+ 10+5+1)
 
Sommando i numeri corrispondenti alle parole ebraiche della risposta si ottiene: 21 + 501 + 21 = 543.
 
Quando Mosè gli chiese al Signore di fargli vedere il suo volto, la divinità rispose: “Tu non puoi vedere la mia faccia... Io ti metterò in una spaccatura della roccia e ti riparerò con la mia mano mentre passo. Poi ritirerò la mano e tu vedrai il mio a’hoor, cioè la mia schiena”( Esodo, XXXIII, 18, 23). In altri termini, tu non puoi vedere la mia natura spirituale, ma solo quella materiale, la mia ombra. In termini numerici il riflesso del nome luminoso della divinità 543, deve essere letto in senso inverso, cioè 345:
 
Luce 543|345 Ombra
 
In totale, la Faccia Luminosa del Signore 543 più il suo riflesso l’Ombra 345 danno come somma: 543+345=888.
 
Se analizziamo il valore numerico del nome ebraico di Mosè םשח, troviamo 5+300+40=345, che coincide con il numero che indica l’Ombra della divinità. I numeri del nome “Mosè” sono quelli di “Io Sono Quello che Sono”, cosicché i nomi Mosè e YHWH sono uniti nell’armonia numerica.
 
Il valore numerico 888 rappresenta Luce- Ombra cioè YHWH + Mosè.
 
Stranamente, se sommiamo 345 e 543, abbiamo 888, che era il valore gnostico cabalistico del nome di Cristo, che era Jehoshua o Joshua.  Anche la divisione delle 24 ore del giorno dà  per quoziente tre otto.
 
Secondo quanto scrive J. Frazer nel Ramo d’oro, lo scopo reale della domanda va ricondotto alla figura di Mosè come mago. Infatti, ogni mago egiziano “credeva che colui che possedeva il vero nome, possedeva anche la vera essenza del dio o dell’uomo. J. Frazer vede in Mosè un sacerdote mago. Anche nell’ebraismo antico, chiamare qualcuno per il suo vero nome significava conoscere la realtà più profonda del suo essere, era come tenerlo in pugno, esercitare un potere quasi magico su di lui. I rabbini tendevano pertanto a leggere אדני (Adonai) tutte le volte che trovavano יהךה (YHWH).
 
Le parole interpretate “Io sono colui che sono”, sono spesso riferite alla più alta Divinità astratta; mentre esotericamente, e nella realtà, significano l’unione (o la caduta) della divinità con la Materia periodicamente caotica, turbolenta ed eterna, con tutte le sue proprietà.
 
Quando Mosè chiede a Dio il suo nome, Dio risponde per primo dicendo “Io sono quello che sono” e lo segue anche “dì loro che Ehyeh (I-Am) ti ha mandato”. La parola ehyeh (“Io sono”) suona molto come YHWH, ed è inteso come un gioco di parole, che spiega che il nome di YHWH significa “egli sarà” o “essere”. Come parte di questo messaggio, in Esodo (VI, 2,3) Dio dice a Mosè che il suo nome è YHWH, anche se non ha mai condiviso questo nome con i Patriarchi, perché apparve loro solo come אל שדי El Shaddai, che viene convenzionalmente tradotto con Dio Onnipotente.
 
Se questo è vero, perché in Genesi (XXII, 14) sul monte Moria, Dio disse ad Abramo di offrire suo figlio Isacco come olocausto, e dopo che Dio fornì un ariete al sacrificio al posto di Isacco, Abramo chiamò il luogo יהךה  יהוה  YHWH Yireh (tradotto come il Signore provvederà).
 
La parola “Egli è” non sarebbe scritta con un vav come terza lettera, ma con un yod , come יהיה, proprio come la parola “Io sono” è אהיה. In secondo luogo, nota quanto goffamente leggano i versi, cercando di forzare il significato di ehyeh sulla parola YHWH, avendo Dio prima di dire a Mosè di usare il nome Ehyeh, e quindi di usare il nome YHWH, senza spiegare l'interruttore.
 
Deuteronomio stabilisce che “l’Altissimo, El, diede alle nazioni la loro eredità” e che “la parte di YHWH è il suo popolo, Giacobbe e la sua eredità assegnata” (XXXII: 8- 9). In questo brano del Deuteronomio, El dà a ciascuno degli dei l'autorità su un segmento del popolo della terra e YHWH è assegnato agli Israeliti che, col tempo, lo renderanno la loro suprema e unica divinità; ma è chiaro che esisteva in anticipo come un dio cananeo minore.
 
Nel Deuteronomio YHWH è trasformato dai compilatori dell’antico Testamento in un Dio geloso: “Non avrai altri Dei oltre a Me ... Non ti piegherai davanti a loro o non li servirai. Perché io YHWH, il tuo Dio, sono un Dio geloso”. Il testo non dice che non esistono altri dei, solo che non dovrebbero essere adorati in aggiunta a YHWH, perché è un Dio passionale e geloso.
 
Il Nome di Dio, che indica la sua stessa essenza, era impronunciabile. Solo il Sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciare il nome proprio di Dio nelle benedizioni solenni (Numeri VI,24-27; Siracide L, 20) e nel giorno del Kippur o dell’espiazione (Levitico XVI), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità.
 
La risposta enigmatica di YHWH dice che Mosè era la sua Ombra materiale, la sua mano sinistra ed è per questo è narrato che riuscì a soverchiare la potenza dei maghi di corte. Su invito del Faraone Mosè accompagnato da Aronne mutò prima i bastoni in serpenti, poi l’acqua del Nilo in sangue, i maghi d’Egitto con le loro magie operarono la stessa cosa,  e facendo uscire una moltitudine di rane dalle acque del Nilo. Soltanto alla quarta piaga, quella delle zanzare, i maghi tentarono di compiere “la stessa cosa con le loro magie, per produrre zanzare, ma non riuscirono”. Allora i maghi, ammessa la sconfitta, riconobbero nelle gesta di Mosè “la potenza del dito di Dio”, cioè la sua mano sinistra.
 
Mosè ordina al suo popolo di segnare i loro stipiti e i loro architravi con sangue, affinché il “Signore Iddio” non si sbagli colpendo qualcuno del suo popolo scelto, invece degli egiziani condannati. E questo segno è un Tau, la stessa croce degli egiziani.
 
YHVH, che gli Ebrei non pronunciavano ed al posto del quale usavano il termine “Adonai”. La trascrizione 'Yahweh' è una convenzione accademica, basata su trascrizioni greche. Yahweh è la pronuncia “non ufficiale” delle quattro consonanti del nome di Dio YHWH (yod, he, wav, he). Giacché il testo biblico ebraico non contiene segni di vocali, è una congettura se le vocali “a” ed “e” di Yahweh sono originali.
 
Per la Sapienza Misterica ebraica la Causa Prima fu dapprima indicata con tre lettere יךש Shaiddaï, l’Onnipotente [uno e trino], poi con quattro lettere dal Tetragramma, הוהי (si legge da destra a sinistra), in lettere latine YHVH. Il Tetragramma è l’Uomo Celeste manifestato nel mondo, il Demiurgo di Platone, il Microprosopo della Cabala ebraica.
 
Associando alle consonanti ebraiche Y, H, W, H le vocali di “Adonay” nacque il nome “Geova”, che secondo la Società Torre di Guardia (i Testimoni di Geova) è l’autentico nome di Dio, ma in realtà si tratta di una costruzione molto tarda, risalente alla seconda metà del primo millennio dopo Cristo.
 
Diodoro Siculo dice che  “Fra gli Ebrei si racconta che Mosè chiamava il Dio IAO.” Basandoci sull’autorità della Bibbia stessa, prima d’essere iniziato da Jethro, costatiamo che Mosè non aveva mai conosciuto la parola Yaho. Jethro nella Bibbia è indicato come “suocero” di Mosè non perché Mosè fosse realmente sposato con una sua figlia. Mosè era un Iniziato, e come tale un asceta, e come tutti gli Iniziati o Nazar, e non avrebbe mai potuto sposarsi. La moglie Zipporah (la “splendente”) è la personificazione di una delle Scienze Occulte trasmesse da Reuel-Jethro, il Sacerdote Iniziatore a Mosè, suo allievo egiziano. Il “pozzo” al quale Mosè si sedette durante la fuga dal Faraone simbolizza il “Pozzo del Sapere”.
 
Mosè ricevette la nuova Parola Sacra dal sacerdote madianita Jethro dopo essere stato iniziato a Hor-eb, la Caverna. Tutte le iniziazioni avvenivano nella fase finale in cripte e caverne, per indicare la vittoria sul  mondo sotterraneo della materia, in cui è sceso il puro spirito, indossando un corpo di carne.
 
La tesi secondo la quale sarebbe stato il sacerdote madianita, l’Istruttore di Mosè è suffragata da Rudolf Smend, uno studioso del Vecchio Testamento che afferma che il Dio degli Ebrei era in origine il Dio dei Madianiti. Una conferma giunge dai testi egizi del XIV e XIII a.C. dove ci cita la terra degli “Shasu (beduini) jhw” situata ad oriente dell’Egitto a sud del Negel, nel Sinai, terra che geograficamente potrebbe identificarsi con quella dei Madianiti. Le lettere “jhw” foneticamente sono simili al nome “Jhwh”, il Monte dove Mosè ricevette le Tavole della Legge era in territorio Madianita.
 
Da dove proveniva il nome IHVH del Dio del Patto? Il 4Q120, frammento greco di Levitico (XXVI: 2-16) scoperto nei Manoscritti del Mar Morto (Qumran) rende il nome divino YHW in lettere greche ιαω (IAO), la forma greca del trigramma ebraico. A Mosé fu rivelato il nome יחן in greco Ιάω, un nome di tre lettere, la Trinità divina quando egli venne iniziato a Hor-eb, la caverna, sotto la direzione di Jethro lo Ierofante. IAO denota un “dio del mistero”, non può dunque essere confuso con Iaho e Yaho. Vi una differenza tra il misterioso e mai nominato IAO il Dio dei Misteri degli antichi Caldei e degli iniziati neoplatonici — e quello scritto con l’aggiunta della lettera H, l’ebraico Yaho, Yahuh o (Jehova). YHVH ח e יח non sono mai entrati nell’uso prima del re David. Prima d’allora, i nomi propri composti con iah o yah erano pochi o nessuno. In ebraico “Ah” e “Iah” significano “vita”. IAHO, in tal caso, considerato etimologicamente significherebbe il “Respiro di vita”. Al tempo di re David, dunque vi fu un’altra variazione del testo precedente, che si ricordi non era l’antico testo, ma quello riscritto da Ezra.
 
In origine il Nome Sacro doveva essere Yah o Jah, abbreviazione di Yaho. In ebraico Jah e ah significano Vita. Yah afferma lo Zohar è la Paola, attraverso cui Elohim forma il mondo. Per il Caldei Yahao era l’altissima Divinità insediata al di sopra dei sette cieli, cioè l’ottavo Dio, il Martanda degli Indù, rappresentante della Luce del Mondo, concepita solo dall’intelletto, non materiale, e come tale sia la Luce che la Divinità non potevano essere visti.
 
יהוה deve essere letto Iahoh e “Iah”, non Yahweh o Jehovah. Lo Iah degli Ebrei è chiaramente lo Iacchos (Bacco) dei Misteri: il Dio “da cui ci si aspettava la liberazione delle anime, Dioniso, Iacchos, Iahoh, Iah”.
 
Teodoreto scrive che il nome Yaho pronunciato dai giudei, era pronunciato dai samaritani Yabé o Yahva. Teodoreto afferma che Yhava o IAO è il nome segreto del Dio dei Misteri presso i Fenici e poi adottato dai Caldei.
 
Dunlap citando il Salmo LXVIII, 4, che dice: “Lodatelo con il suo nome Iach, יח Che cavalca nei cieli come su di un cavallo”. E poi dimostra che “gli Arabi rappresentavano lauk (Iach) con un cavallo, il Cavallo del Sole (Dioniso)”. Iah é un addolcimento di Iach, come egli spiega, uno scambio fra ח ch, e ה h; come pure la “s” si addolcisce in “h”. Gli Ebrei esprimono l’idea di VITA tanto con ch quanto con h, come chiach, essere, e hiah, essere; quindi Iach, Dio di Vita, e Iah, “io sono”[1].
 
Tra i Parsi il Dio del cielo ahura Mazda viaggia su un carro che segue il “cavallo del sole”. In sanscrito si ritrova la presenza di Jah, Jaya, e Jaga, e il più sacro tempio indù è di Jaggarnath, il Signore del mondo. Dionisio cioè Iach e Iacchos, arrivò in Grecia proveniente dall’India, secondo Euripite.
 
Mosè dopo la battaglia contro gli Amaleciti, che rappresentano le forze oscure, costruì un altare è lo chiamò YAHWEH-NISSI  o YHWH di Nyssa. Diodoro Siculo ci informa che Osiride era allevato a Nys, nell’Arabia Felice, precisa che Nysa si trova tra la Fenicia e l’Egitto, tra queste due nazioni constatiamo che vi è il Sinai. La tradizione afferma l’esistenza di una “caverna” di nome Nysa dove Bacco-Dionisio fu allevato e custodito. Cicerone parlando di Bacco afferma che era figlio di Tifone e di Nisus.
 
Nys è anche il nome di un monte sacro in india da cui proviene Dionisio. Il Dio dei Misteri Dios-nysus, cioè Dionisio, veniva dunque adorato nella grotta di Nysa.
 
Il serpente di bronzo di Mosè, emblema della divinità, era un “nis”, e il mese ebraico del “passaggio” si chiama “nisan”. Mosè è stato dapprima sacerdote egiziano e il Dio Unico degli Egizi secondo Clemente alessandrino era chiamato “Y-ha-ho” o “Y-ha-hou”, cioè Dio Eterno. Il significato mistico del Nome Divino sussurrato nei Misteri egizi ò Divinità Nascosta, Unica essenza. Si ricorda che Mosè non vide il Signore ma il suo Angelo.

[1] H.P. Blavatsky Iside Svelata, II pag. 236.
 
 
MOSÈ IL BALBUZZIENTE

 
 
Nell’Esodo è narrato che Mosè quando fu chiamato dal Signore con l’incarico di portare il popolo eletto dalla terra della schiavitù alla terra promessa, dapprima rifiuta, motivando il rifiuto con un impedimento fisico.
 
“Oh Signore! Io non sono un buon parlatore, io non sono mai stato né prima, né ora che tu hai parlato al tuo servo, perché sono tardo di parola e di lingua” (Esodo, IV, 10).
 
Maometto che considera Mosè e i Patriarchi come antenati del popolo arabo, nella ventesima sura del Corano fa dire a Mosè: “Signore, allarga il mio petto, fammi leggero e sciogli il nodo che lega la mia lingua, affinché la gente capisca quel che dico”.
 
Gli Ebrei giustificano questo impedimento linguistico di Mosè, spiegando che da piccolo egli si menomò.
 
“Avvenne che il Faraone fece portare una pietra preziosa e un carbone ardente: il piccolo tese la mano per prendere la pietra, ma l’angelo gli fece afferrare il carbone e gliela ustionò. Mosè portò il sasso rovente alla bocca bruciandosi le labbra e la lingua”.
 
La storia simbolica, ha il sapore d’Iniziazione, dove il Re, assume le vesti dello Ierofante, provando il piccolo, il fanciullo. Piccolo fanciullo erano i termini che distinguevano l’iniziando. Lette in altro modo alle ricchezze del mondo materiale, si preferisce la conoscenza che proviene dal Fuoco, dalla Luce. Il Signore si manifesta a Mosè in mezzo alle fiamme. La Sapienza Sacra è come il Fuoco, ustiona e il possessore non può aprire la sua bocca per proferire quanto ha conosciuto, perciò è descritto come un “impedito”.
 
Lo studioso non può fare a meno di notare il parallelo tra Mosè e Thot-Mercurio. In Egitto Thoth era venerato sotto il nome di Thoit, Theut e Anubi. Il Dio rappresentato quale autore della scrittura con in mano un pennello e la tavola da scriba, ma veniva anche rappresentato con delle catene attaccate alla bocca, cioè impedito nel parlare. Di quale sapienza non si poteva parlare, certamente non quella terrena che il Dio diede agli uomini, ma di quella “arcana” o celeste.
 
Si comprende ora perché Mosè è descritto con i caratteri di Thoth, perché fu istruito dai Sacerdoti Egizi alla sacra sapienza di cui Toth-Mercurio era il simbolo, in altri termini Mosè fu istruito al collegio sacerdotale egizio di Thoth. Negli Atti degli Apostoli (VII, 22) troviamo la conferma: “ … fu istruito in tutta la sapienza dagli Egiziani”. Clemente Alessandrino negli Stromati dice la stessa cosa di Mosè: “… i più abili fra gli Egiziani gli avevano insegnato l’aritmetica, la geometria, la ritmica e l’armonia, la musica e la medicina”. Clemente Alessandrino spiega che Mosè era diventato grande perché aveva appreso la filosofia simbolica che era contenuta nei geroglifici. Disse che egli fu istruito dai Caldei oltre che dagli Egiziani, sulla scrittura e sulle scienze delle cose celesti. Mosè trasmise questa conoscenza segreta a Giosuè, ai 70 Anziani ma non al suo popolo.
 
Tornando dal Monte Sinai Mosè appare con in mano le tavole della Legge e con due corna luminose (lunari) sul capo. Thoth il Legislatore egizio è rappresentato con la tavola da scriba in mano, e in testa un disco lunare quale segno di Legge e Giustizia, esattamente come le corna di luce lunare attorno al capo di Mosè.
 
Il Monte Sinai, il Nissi dell’Esodo (XVII,15), è il luogo di nascita di tutti gli dei solari dell’antichità: Dioniso nato a Nissa o Nysa, Zeus di Nysa, Bacco, Osiride. Il suo nome deriva dal dio Sin, oppure da seneh, roveto. Su di esso, infatti, Mosè ricevette le Tavole della Legge e soggiornò in solitudine per quaranta giorni. Sul Sinai furono costruiti l’Arca dell’Alleanza ed il Tabernacolo. Alcuni popoli antichi ritenevano che il Sole fosse la progenie della Luna che, una volta, era essa stessa un Sole.
 
Paolo parla come un mistagogo quando dice della moglie libera e della moglie schiava di Abramo: “poiché questa, Agar, (la moglie schiava di Abramo) è il Monte Sinai in Arabia”. Come può una donna essere una montagna? E che montagna! Eppure, in un certo senso … lo era, e proprio in un senso meravigliosamente vero. II suo nome era Agar, l’ebraico ׳חכך, il cui valore numerico è 235, esattamente il numero dei mesi lunari equivalenti a 19 anni tropici, per completare questo ciclo e rendere valida l’uguaglianza; il Monte Sinai essendo, nel linguaggio esoterico di questa disciplina, il monumento del tempo esatto dell’anno e del mese lunare dal quale si poteva computare il ciclo spirituale vitalizzante.
 
Sinai è la “Montagna della Luna”, da qui il legame. Nel linguaggio esoterico del tempo, il Monte Sinai era il monumento del tempo esatto dell’anno e del mese lunare, dal quale si poteva computare il ciclo spirituale, vitalizzante. Il Logos che feconda la Matrice della Natura, per gli Ebrei è diventato YHWH, il “Dio delle generazioni”, che sta sulle montagne lunari: il Monte Sinai, appunto.
LA CIRCONCISIONE

 
 
Dopo la visione del roveto ardente, Mosè si apprestò a tornare in Egitto come li era stato ordinato,  accompagnato dalla moglie Sephora e dai suoi figli, ma accadde qualcosa di inspiegabile, l’Angelo del Signore cerca di far morire Mosè. “Durante il viaggio, nel luogo ove egli albergava, gli si presento l’Angelo del Signore e cercò di farlo morire, allora Sephora prese un coltello di selce e recise il prepulzio del suo figlio”  e con la carne tagliata, toccò i piedi di Mosè dicendo: Tu mi sei uno sposo di sangue, per via della circoncisione. E l’Angelo del Signore lasciò Mosè vivere”.
 
Il patto di sangue, il Brit milà, “patto della circoncisione”, fu comandato da Dio ad Abramo, il Padre del popolo ebraico (Genesi XVII,7). Abramo si fa circoncidere e poi fa circoncidere Ismaele e i suoi 318 soldati, dopo di che fece circoncidere tutta la sua gente.
 
Prima di questo episodio, in Genesi (XVII, 4, 5) è narrato un doppio cambiamento dei nomi, quello di Abramo che diventa Abrahmo, con l’inserimento della lettera “h”, e quello di Sarai che diventa Sara, perdendo nel none una “i”. Abramo aveva allora 99 anni, un numero che caratterizza la circonferenza. Nell’Islam 99 sono i nome di Allah. All’età di 100 anni ad Abrahmo la moglie Sara diventata feconda partorirà un figlio, Isacco.
 
Dapprima Abramo emigra, lascia la sua terra natale o carnale, e dopo riceve il nuovo nome e come segno dell’Alleanza, la circoncisione.
 
Se a livello ebraico la circoncisione aveva il significato di patto di sangue, qual è il significato mistico ed esoterico?
 
Narra Sanchoniaton ( (Fragments Cory, p.14) che Urano, il Cielo, il Padre di tutti sdegnato verso gli uomini per i loro peccati, aveva mandato come punizione sulla terra carestia e peste. Crono offrì a suo padre il Cielo, in sacrificio suo figlio Sadic, circoncidendo se stesso e ordinando di fare altrettanto agli uomini della sua casa e agli alleati. Nel mito pagano i mortali ammaestrati da Crono-Saturno ricorsero alla circoncisione. Il taglio di quel pezzetto di carne, ricorda nel mito greco, il taglio del membro virile di Urano da parte di Crono. Con la circoncisione si faceva un patto di sangue con la divinità, rinnovando l’antico sacrificio, e si diventava sacerdoti dell’Ordine del Figlio del Cielo, il cui nome per i Fenici era Sadic, Zedek, in altri termini Mechi-Zedek.
 
In Genesi (VI, 9)  è scritto: “Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio. Egli era un ק׳דצ, Sadic, un uomo giusto e perfetto nella sua generazione. A lui è attribuita tutta la scienza ed ogni arte utile, e tramite i suoi figli le ha trasmesse alla posterità”. Sydic, o Sadic, era il Patriarca Noè, e anche Melchi-zedek; e che il nome col quale è chiamato, cioè Sadic, corrisponde al personaggio descritto nella Genesi: il misterioso Melchizedek, “re di Salem e sacerdote del Dio Altissimo”, secondo “il suo ordine”.
 
Tutto ciò è evidentemente misterioso e si allaccia alla pratica  della circoncisione, che non è ebrea e si allaccia al mito di Crono che recise il membro virile al Padre Urano.
 
Il significato segreto della circoncisione va ricercato nei Misteri Egizi, in cui il culto fallico aveva una parte importante, come del resto nei Misteri Greci.  Gli Egiziani veneravano exotericamente gli organi della procreazione, tanto che portavano l’immagine del fallo nelle loro processioni. Quel pezzetto di carne ricavato dalla circoncisione era offerto a Iside e Osiride, le divinità della generazione terrestre. Ecco perché il pezzetto di carne fallica del figlio di Mosè è gettato ai suoi piedi, il quale era sotto la morse di morte dell’Angelo del Signore. Il pezzetto di carne era l’offerta o sacrificio in ricordo del sacrificio di sangue primordiale. In seguito agli Dei della generazione non si offrì più il sacrificio (patto) della carne e del sangue, ma le primizie della terra, nate dall’unione del padre Cielo e della Madre Terra. Nel simbolismo sacerdotale ebraico, il Padre Cielo fu YHWH, e la Madre Terra fu il Sinai, o la Montagna della Luna.
 
Mosè in quanto sacerdote egizio doveva essere circonciso. Clemente Alessandrino ci informa che Pitagora, durante il suo soggiorno in Egitto fu “costretto” a farsi circoncidere per poter essere ammesso ai Misteri Egizi. Bisognava essere circoncisi per essere sacerdoti egizi.
 
La circoncisione prova ancora una volta la nascita egizia di Mosè.  S. Freud scrive che Mosè diede agli Ebrei una nuova religione che però era un rifacimento o un adattamento di quella egizia, e diede anche il comandamento di farsi circoncidere (In Der Mann Moses).
 
Erodoto (Storia II, 104) conferma che la pratica della circoncisione era egizia. “Altri che hanno accettato la maniera egizia, lasciano i loro membri virili così come sono; gli Egiziani vengono circoncisi … ad accezione dei Colchi, degli Egizi e degli Etiopi, nessun altro è circonciso, e da vecchissima data. I Fenici invece, e gli Assiri in Palestina ammettono di aver imparato a circoncidersi dagli Egizi”.
 
Si comprende ora perché la circoncisione si diffuse come segno distintivi degli Ebrei solo durante l’esilio babilonese. In quell’epoca i redattori della Bibbia (codice sacerdotale) fanno risalire al tempo dei Patriarchi l’uso della circoncisione presentandola come un’alleanza tra Dio ed Abramo. Un altro troncone narrativo innestato dai redattori Elohisti, fa risalire la circoncisione a Giosuè, il successore di Mosè, il quale fa circoncidere nel deserto gli Ebrei dicendo: ”Vi ho liberati da ciò che era d’obbrobrio fra gli egiziani”.
 
Gli Ebrei e gli Arabi conservano ancora oggi questo rito. Occorre precisare che gli Egiziani nei tempi antichi circoncidevano sia i ragazzi e sia le ragazze, poi in seguito la pratica fu limitata ai sacerdoti, agli astrologi e ai profeti, cioè agli Iniziati. I Tolomei non furono circoncisi.
I LEVITI

 
 
Mosè è fatto discendere dalla tribù di Levi: è narrato che un uomo della casa di Levi andò e prese per moglie una figlia di Levi, questa donna concepì un figlio Mosè.
 
Maasè Bereshit (l’Opera della Creazione) che Mosè compilò grazie alla conoscenza misterica appresa in Egitto. Il Maasè Bereshit, l’Opera della Creazione, è una raccolta antologica di commenti  dalla letteratura rabbinica. Il Bereshit, uscito dai sacrari dei templi di Menfi e di Tebe, è il primo dei cinque libri che costituiscono il Sepher di Mosè. In esso è contenuta tutta la suprema scienza egizia. Tutti i segreti della natura elementare e divina vi sono racchiusi sotto un velo di immagini e di simboli.  
 
I Leviti conoscevano il nuovo concetto della divinità meglio dei servi Habiru, perché sempre secondo S. Freud al pari di Mosè, erano anch’essi Egizi, tanto è vero che essi non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele e non avevano diritto al pezzo di terra, perché la dignità sacerdotale non è equiparata a un possesso di natura terrestre.
 
Quella di Levi è una tribù molto particolare. Leggiamo nel Deuteronomio “Il Signore prescelse la tribù di Levi per portare l’Arca dell’Alleanza … Levi non ha eredità con i figli di Israele” (Deut. X, 8, 9). Secondo quanto scritto nei Numeri (III, 12; VIII, 16) essi sono stati segregati da Dio, perché erano dati in sostituzione dei “primogeniti d’Israele”. Filone di Alessandria commenta questo passo dicendo che “I grandi re hanno avuto in eredità Dio” (Plant. XVI, 68), ed ancora che Dio è eredità dei Sapienti.
 
Il Signore disse ad Aronne: “Tu non avrai alcun possesso nel loro paese e non ci sarà parte per te e il tuo possesso in mezzo agli Israeliti” (Num. XVIII, 20). La dignità sacerdotale non è equiparata a un possesso di natura terrena, ma celeste. “Al Levita appartiene la Causa prima superiore ad ogni altra” (Filone Plant. XVI, 64). Fra gli indù la casta sacerdotale è la più elevata, essi sono “figli di Dio” in senso stretto.
 
S. Freud, che era un Ebreo, affermava che Mosè era un Egiziano, probabilmente nobile, seguace del culto di Aton che dopo la caduta di Ekhnaton fuggì portando con sé il gruppo iniziale dei Leviti a lui fedeli e ministri del nuovo culto. Secondo alcuni studiosi i Leviti in origine erano egiziani che si insediarono tra le tribù israelite indigene e divennero i loro ufficiali di culto.
 
Basta riferirci all’Esodo per capire di quale alto livello dovesse essere l’artigianato degli Israeliti, discepoli degli Egiziani, nell’esecuzione del tabernacolo e dell’arca santa. Le vesti sacerdotali, con le loro decorazioni di “melegrane e di campanelle d’oro”, e il Thummim o pettorale ingioiellato dell’alto sacerdote, sono descritti da Giuseppe Ebreo come di ineguagliabile bellezza e di un meraviglioso lavoro; e tuttavia sappiamo senza possibilità di dubbio che gli Ebrei adottarono i loro riti, e le loro cerimonie e perfino gli abiti particolari dei loro Leviti, dagli Egiziani. Clemente Alessandrino lo riconosce con molta riluttanza, e così pure Origene.
 
I Leviti conoscevano il nuovo concetto della divinità meglio degli Habiru, perché sempre secondo S. Freud al pari di Mosè, erano anch’essi Egizi. Se Mosè, come afferma Manetone era un sacerdote egizio, anche i Leviti i suoi ministri di culto dovevano essere con molta probabilità dei sacerdoti del culto solare di El ad Eliopoli. Tutto ciò spiega perché molti degli individui collegati al primo sacerdozio israelita possedevano nomi egiziani (ad esempio, Aaron, Assir, Hophni, Hur, Miriam, Mosè, Phinehas, ecc.).
 
Nei Numeri (XX, 5-9) è narrato ch ai digli di Israele  in ribellione contro Mosè furono mandati dei serpenti di fuoco (Seraphin) che morsero a morte gli Israeliti. I cabalisti spiegano l’allegoria del serpente di dicendo che era questo il nome dato alla tribù di Levi, ossia a tutti i Leviti, e che Mosè era il capo dei Sodali. Se confrontiamo questo passo con quello dell’Esodo (XXXII, 26-29) dove è descritto il popolo d’Israele senza freno e in ribellione contro Mosè, è scritto che furono i Leviti ad uccidere i ribelli per ordine di Mosè si osserva che in entrambi i casi furono uccisi molti Israeliti.
 
Il secondo aspetto dell’allegoria è che i Leviti possano essere assimilati ai Serafini, cioè ai Serpenti di Fuoco a conferma di ciò i nomi Heva, Hivi, Hviti, Levi rappresentano tutti un serpente. Questi erano i Serafini, ognuno dei quali, come dice Isaia (VI, 2), “aveva sei ali”; essi sono i simboli di YHWH e di tutti gli altri Demiurghi, che generano da se stessi sei figli o copie, sette con il loro Creatore. Così, il Serpente di Bronzo è YHWH, il capo dei “Serpenti di Fuoco”. Essi sono i servitori e i ministri del Dio che Mosè aveva posto sull’asta a forma di serpente. I Gibeoti che Giosuè assegnò al servizio del Santuario erano Hiviti.
 
Nei Misteri Egizi e Caldei, gli Ierofanti erano chiamati “Figli del Serpente della Saggezza” il serpente in quanto nei Vangeli tale indica saggezza e prudenza
 
Mosè viene fatto discendere da Levi, la tribù serpente. Vishnu è rappresentato in India che riposa su un Serpente a sette teste. Gautama-Buddha appartiene a un linguaggio serpentino attraverso la razza Naga (serpente) dei re che regnarono in Magadha. Ermete, o il dio Taaut (Thoth), nel suo simbolo serpentino è Têt.
 
Il nome Thermutis della figlia del Faraone che allevò Mosè è quello dell’aspide sacro ad Iside la Dea dei Misteri, che rappresenta il serpente della Sapienza. Mosè allevato da Thermutis diviene allegoricamente il Figlio del Serpente.
 
I “serpenti” erano i Leviti o Ofiti che formavano la guardia del corpo di Mosè (vedi Esodo XXXII, 26). È probabile che i serpenti ardenti, o Serafini, citati nel Ventunesimo capitolo del libro dei Numeri, fossero gli stessi Leviti, o tribù ofita. Confrontare Esodo. XXXII, 26-29 con Numeri XXI, 5, 9. I nomi Heva, חזה , Hivi o Ivita, in הוי , e Levi, לוי , significano tutti serpente; ed è un fatto curioso che gli Iviti, o tribù-serpente della Palestina, come i Leviti, o Ofiti di Israele, fossero ministri dei templi. I gibeoniti, che Giosuè assegnò al servizio del santuario, erano Iviti.
 
E nemmeno è da meravigliarsi che le asserite dieci tribù di Israele disparvero durante il periodo di cattività senza lasciare traccia di sé, quando sappiamo che gli Ebrei de facto non avevano che due tribù: quelle di Giuda e di Levi. I Leviti, poi, non erano affatto una tribù, ma una casta di sacerdoti. Non vi sono prove certe che queste dodici tribù siano mai esistite; quella di Levi era una casta sacerdotale. Erodoto, lo storico più preciso, che si trovava in Assiria quando Ezra era in auge, non menziona affatto gli Israeliti.
IL SERPENTE DI BRONZO

 
 
Nei numeri Mosè intercede per il suo popolo con YHWH dopo che essi erano stati morsi dal serpente, ordina di fare un Serpente di Bronzo e di porlo su di un’asta: “Chiunque sia morso dal serpente vivrà se guarderà questo Serpente” (Num. XXI, 8). Il Serpente sull’asta o sull’Albero è il simbolo della Vita.
 
II serpente di bronzo era un nis, כהש , e il mese del passaggio ebraico era nisan. “E Mosè costruì un altare e gli diede il nome di YHWH-NISSI”. Il Serpente di bronzo di Mosè era adorato come un dio dagli Israeliti, essendo il simbolo di Esmun-Asclepio, il fenicio Iao.
 
Figura 1. Yahweh sotto forma di doppio serpente
 
 
Il Serpente su un’asta per i Greci era il simbolo di Asceplio, per i Fenici era il simbolo della divinità segreta il cui nome era formato da tre vocali IAO. Un tempo il serpente era il simbolo del Sole che a sua volta era il simbolo del Dio Supremo che Abramo riconobbe come El Elion. Solo nel medioevo il serpente per il Cristianesimo divenne simbolo demoniaco.
 
Nel salire al trono, egli invitò i capi di Israele a unirsi con lui contro l’Assiria (2, Cronache, XXX, 1, 21; XXXI, 1, 5; 2, Re, XVIII, 7). Sembra che egli abbia stabilito un sacro collegio (Proverbi, XXV, 1) e abbia ancora mutato il culto, fino a ridurre in pezzi il serpente di bronzo fatto da Mosè. In 2 Re, XVIII, 3 - 4, si vede che il re Ezechia, “fece ciò che era giusto agli occhi del Signore”: “fece a pezzi il serpente di bronzo fatto da Mosè... e lo chiamò Nehushtan”, un pezzo di bronzo.
 
Nehushtan significa sia rame nehoshet e sia serpente nahash. A Timma c’è un uadi che porta il nome di quel serpente “uadi Nehustan”. In questo luogo nel 1969 negli scavi archeologici di Bene Rothenberg, fu ritrovato un rettile di rame lungo 12 cm con la testa dorata il tempietto ritrovato sotto la sabbia aveva l’ingresso verso oriente (culto solare) ed era consacrato alla Dea Hathor, padrona delle miniere e del sottosuolo. Sotto il perimetro delle fondamenta furono rintracciati resti di tessuti di lana e di lino rossi e gialli, e alcuni buchi nei quali erano infissi i sostegni di una tenda-santuario dei Madianiti, gli istruttori di Mosè. A Timma si scoprì che i Madianiti oltre ad essere compagni di lavoro degli egizi ne condividevano anche la religione.
 
È stato spiegato come Mosè fu iniziato da Jethro il sacerdote madianita. Nel deserto Mosè si umilia di fronte ad Obab figlio di Reuel e di Jethro: “ Non ci lasciare, perché tu conosci i luoghi  dove ci accamperemo nel deserto e sarai per noi come gli occhi” (Num. X, 31). Sarai per noi come gli occhi significa ancora oggi, sarai come una guida. Obab è infatti descritto come una guida che conduce il popolo eletto attraverso le trappole del deserto della materia.
MOSÈ  NELLA NUBE

 
 
A Mosè fu ordinato di salire sul monte per ricevere le Tavole di pietra e la Legge. Mosè salì sul monte e una nube lo coprì per “sei giorni”, e al “settimo giorno” YHWH chiamò Mosè dalla nube.
 
YHWH appare al “settimo giorno”, come Creatore, la sua gloria appariva come un “Fuoco” sulla cima della montagna. Al pari del Dio Agni Indù egli è paragonato al Fuoco, al Sole, ed è patrono del numero sette, Agni è rappresentato con sette braccia. A YHWH è associato il candelabro a sette braccia, con le sette lampade (fuochi) accese.
 
È scritto che Mosè entrò nella nube e vi rimase 40 giorni e notti, per essere istruito da YHWH. Nuvola qui è sinonimo  si Sapienza Nascosta, o Arcana. Si dice che Abramo abbia risieduto ad Abhra, il cui nome significa nuvola.                                              
Figura 1. N. Roerich – Mosè la guida
 
La nube è un aspetto della Sapienza Celeste che protegge il profano Dalla Luce troppo abbagliante della divinità, letale per lui. In questo caso è sinonimo di “velo”. Quando Mosè discese dal Monte, i figli di Israele temettero di accostarsi a lui, allora Mosè parlò completamente velato alla folla (Esodo XXXIV, 29).
IL MASSACRO DEL VITELLO D’ORO

 
 
Nell’Esodo (XXXII, 1-6) si racconta che, mentre Mosè era sul Sinai a ricevere la Legge da YHWH, Aronne raccolse gli oggetti d’oro dal popolo, li fuse e forgiò un vitello, offrendolo al popolo come un Dio da adorare.
 
Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: «Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto». Aronne rispose loro: «Togliete i pendenti d’oro che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me». Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!». Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: «Domani sarà festa in onore del Signore». Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento.
 
YHWH visto l’abbandono del suo popolo, mette a corrente Mosè della sua intenzione di sterminare tutti gli israeliti. Mosè furioso scende verso l'accampamento, dopo che è riuscito a frenare l'ira divina, e giuntovi lo trova in festa. Mosè andò su tutte le furie, bruciò il vitello nel fuoco, lo stritolò fino a farlo diventare polvere e quindi lo sparse sulla superficie delle acque, che fece poi bere ai figli di Israele.
 
Gli egittologi presentano molte prove che gli antichi conoscevano perfettamente la metallurgia in tempi preistorici. “Ancor oggi possiamo trovare nel Sinai grandi mucchi di scorie prodotte dalla fusione. La metallurgia e la chimica, praticate in quei tempi erano note come alchimia e formavano la base della magia preistorica. Mosè dimostrò la sua conoscenza di chimica alchemica polverizzando il vitello d’oro e gettandone la polvere nell’acqua.
 
Gli alchimisti erano molto spesso chiamati “lavoratori del fuoco”. Gli alchimisti hanno fatto proprio questo passo interpretandolo come una prova lampante delle tre ben note operazioni alchemiche: la calcinazione, cioè la riduzione di una sostanza a polvere secca mediante il calore; la soluzione, cioè la commistione della polvere con un liquido; e la potabilità dell’oro, una volta che la sua natura ordinaria o vile sia stata trasformata in una natura sofisticata o sottile, in elisir o aqua permanens.
 
Poi armati i figli di Levi, che erano rimasti fedeli e in disparte, ordina la soppressione di tutti coloro che avevano adorato l'idolo. Con una spietata determinazione, che nel corso della storia saranno spesso gli stessi ebrei a subire, i figli di Levi muovendosi fra tenda e tenda, non hanno pietà alcuna di uomini, donne e bambini, sterminando senza remora, ubbidendo all’ordine dato da Mosè, e in quel giorno perirono circa 3000 uomini del popolo, la Volgata riporta 23.000, numero che si ritrova in 1 Cor. 10,8.
 
Ristabilita l’autorità, e normalizzato il campo, Mosè rimprovera Aronne, e torna sul Monte dove riceve altre due tavole della legge, che saranno portate in processione nell'accampamento, e custodite nell’Arca dell’Alleanza.
 
È strano tutti gli adoratori del vitello d’oro furono passati a filo di spada per la loro colpa di blasfemia, il maggior responsabile di quanto accaduto, Aronne, ne esce con un semplice rimbrotto da parte di Mosè. Tutto questo non può essere un caso, come non può essere un caso la forma scelta liberamente da Aronne nel forgiare la divinità richiesta dal popolo.
 
È altresì strano che all’uscita dall’Egitto gli Ebrei chiedono agli Egiziani oro e argento. Chi è quel popolo che dona oggetti preziosi senza esserne costretto? Gli Ebrei erano gli Abiru popolo nomade e di predoni. Oppure se diamo retta all’Antico Testamento erano gli schivi del Faraone.
 
Aronne, futuro sommo sacerdote, e quindi investito di potere teurgico, plasma la divinità nella forma di vitello, richiamando quindi la divinità egizia di ”Api il Vivente”, e sottolineando l'era cosmica del Toro, precedente a quella dell'Ariete, simbolo che tornerà prepotente all’interno proprio dell'Esodo, in concomitanza della consacrazione sacerdotale di Aronne. Il quale si pone così come cerniera , del passaggio fra due ere. Dando una precisa chiave di lettura a questi episodi così cruenti.
 
Un altro massacro fratricida avvenne con Kòrach (Cora), che secondo il midràsh era comunque una persona intelligente, aspirava a divenire Gran Sacerdote. Kòrach era un Levita, si comprende dalle stesse radici del suo nome, che sono “qof-resh-chet”, le medesime di radersi i capelli, che danno luogo a un’immagine di testa rasata, prerogativa appunto dei Leviti. I Leviti formavano la guardia del corpo di Mosè (vedi Esodo XXXII, 26). La bocca della terra si aprì e inghiottì Kòrach, Dathan e Aviram insieme alle loro famiglie. Durante la permanenza sull’Horeb, il “Tempio Tenda” che conteneva l’Arca, probabilmente sovrastava una caverna, nella quale era stato nascosto l’oro offerto dagli Ebrei all’epoca dell’episodio del Vitello d’oro e dove furono fatti precipitare Kòrach e i rivoltosi all’atto dell’assunzione del potere assoluto da parte di Mosè. Quando la nube che stazionava sul Tempio Tenda, si moveva Mosè esclamava: “Sorgi, o Signore, e siano dispersi i tuoi nemici; fuggano dinanzi a te coloro che ti odiano” (Num. X, 35). L’invocazione era valida anche nei confronti degli Israeliti mormoratori come avvenne nella medesima circostanza dell’episodio della contestazione e annientamento di Kòrach.
 
Un fuoco divorò i 250 notabili che avevano sostenuto la rivolta. La bocca della terra che si aprì di fronte alla tenda che conteneva l’Arca del Signore, è equivalente alla mano sinistra di Dio. Il popolo non comprese la punizione e incolpò Mosè e Aronne. L’ira del Signore si accese nuovamente e si abbatté sul popolo e quando finalmente cessò, per l’espiazione compiuta da Aronne, si contarono 14700 morti oltre quelli per i fatti di Kòrach.
 
Poiché sappiamo che Mosè fu un sacerdote egiziano, o per lo meno che aveva appreso tutta la loro sapienza, non dobbiamo meravigliarci che abbia scritto nel Deuteronomio (IX, 10): “E il Signore mi diede due tavole di pietra scritte dalla mano di Dio”; né di trovare in Esodo: “Ed egli (il Signore) diede a Mosè ... due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte dalla mano di Dio”.
 
Per Mosè, il Fuoco sul Monte Sinai è la sapienza spirituale; per le moltitudini del popolino, per i profani: il Monte Sinai nel (attraverso il) Fumo, cioè il guscio exoterico del ritualismo ortodosso e settario.
 
Le prime tavole della Legge erano state infrante quando gli Israeliti caddero nell’ adorazione del vitello d’oro mentre Mosè era ancora sul monte Sinai, dove ricevette la prima serie di tavole nella presenza di YHWH (Esodo XXXII).
 
Nella seconda consegna della Legge (Esodo XXXIV) Mosè torna sulla vetta del  monte Sinai. Nuove tavole sono scolpite e Mosè ritorna sul monte dopo 40 giorni, alla presenza di YHWH. E quando gli israeliti lo vedono sono spaventati dal bagliore soprannaturale nel volto di Mosè, che era il risultato del suo tempo trascorso con YHWH. Così, quando Mosè diede i comandamenti del Signore agli Israeliti, indossava un velo sul suo volto. Le scritture riferiscono che quando Mosè entrò nella presenza di YHWH, si tolse il velo. Ma quando ritornò per dettare agli israeliti, portò il velo in loro presenza (Esodo XXXIV:32-35).
 
Quando Mosè mostrò agli Ebrei le “Tavole della Legge” ricevute sul Monte Oreb (la “montagna sacra” che domina la penisola del Sinai e che oggi si chiama Gebel Musa, Monte Mosè), usò una parola plurale per identificarne l’autore; infatti disse: “Sono scritte col dito di Dio”, ma per dire Dio, usò l’espressione Elhoim.  Erano state scritte dal dito degli Angeli? nessuno può vedere Dio, o sentire la sua voce, perché Egli è Puro Spirito, Sorgente d’Energia e di Coscienza.  Le manifestazioni di Dio sono le Sue Opere.
 
“Fisserai per il popolo un limite tutto attorno dicendo: “Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare la sua estremità. Chiunque toccherà il monte dovrà essere messo a morte. Nessuna mano dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato e colpito con tiro di arco. Sia giumento, sia uomo, non dovrà sopravvivere. Quando suonerà il corno, allora soltanto essi potranno salire sul monte” (Esodo XIX, 12-13).
 
Quando Mosè ebbe finito di parlare con loro, si mise un velo sulla faccia. Ma quando Mosè entrava alla presenza dI YHWH per parlare con lui, si toglieva il velo, finché non tornava fuori; poi tornava fuori e diceva ai figli d'Israele quello che gli era stato comandato. I figli d'Israele, guardando la faccia di Mosè, vedevano la sua pelle tutta raggiante; Mosè si rimetteva il velo sulla faccia, finché non entrava a parlare con YHWH." (Esodo XXXIV, 33-35). Paolo disse che il velo fu necessario, perché le loro menti erano “ottuse” (II Corinzi III, 14).
 
 
Mosè quando salì sul Monte e chiese di vedere il volto del Signore, gli fu risposto: “Tu non puoi vedere il mio volto … ti riparerò con la mia mano mentre passo”. Quando Mosè discese dal Monte del Signore con le Tavole della Legge, “il suo volto era diventato raggiante … egli si mise un velo sulla faccia”, egli mise un velo sulla faccia della Rivelazione oscurando alla massa il significato del Pentateuco. Il silenzio iniziatico era osservato nei Misteri di Bacco, della Samotracia, di Eleusi , Egizi, Caldei, Indù.
L’ARCA DELL’ALLEANZA

 
 
YHWH sul monte della rivelazione Oreb, ordinò a Mosè:
 
“E mi facciano un santuario, si che io abiti in mezzo a loro. E lo farete secondo il modello del tabernacolo e di tutti i suoi arredi che io vi mostrerò” (Esodo XXV, 8, 9).
 
“Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza” (Esodo XXV, 10).
 
L’Arca fu chiamata “Aronj ha-berit”, cioè la Casa del patto. I Testi più antichi citano l’Arca come sgabello di YHWH, sul Monte Sinai scendeva la divinità e ne faceva il suo sgabello.
 
“La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori ne la rivestirai. Farai sopra di essa un bordo d’oro tutt’attorno. Fonderai per essa quattro anelli d’oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro lato. Farai delle stanghe di acacia e le rivestirai d’oro. Introdurrai le stanghe negli anelli ai due lati dell’arca per trasportare l’arca su di esse. Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno ritirate di lì. Nell’arca collocherai la testimonianza che io ti darò” (Esodo XXV, 11-16).
 
Il tipo di legno usato per la costruzione dell’Arca, cioè l’acacia per la struttura e per i pali di legno è sacro ed è legato alla particolare funzione dell’Arca cui nessuno poteva avvicinarsi senza essere folgorato. Esterno del contenitore oro, interno oro, metallo per eccellenza conduttore di elettricità. Tra i due strati d’ora un particolari tipo di acacia che fungeva da isolante. Il compito di trasportare l’Arca utilizzando i bastoni era riservato ai Leviti: a chiunque altro era vietato toccarla.
 
La sacralità dell’albero di Acacia è affermata dalla religione egizia, l’albero simboleggia la divinità solare che è duale vita e morte. Va ricordato inoltre che, secondo la leggenda, il roveto ardente attraverso il quale Dio si presentò a Mosè, era un’Acacia. Gli Ebrei chiamavano il legno di acacia “shittah” cioè legno incorruttibile. Nella religione egizia l’Acacia era l’albero iniziatico che simboleggiava il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza. Nel mito di Iside e Osiride, la Dea va alla ricerca il corpo di Osiride, che era stato ucciso dal fratello Seth e quindi fatto in pezzi.  Ritrovate le membra disperse le ricompone in una bara di legno d’acacia facendolo così rivivere. Alcuni testi egizi narrano della nascita di alcuni déi sotto un’Acacia.
 
Figura 1. Thoth Sekhmet Albero Acacia
 
Secondo la tradizione l’Arca veniva trasportata coperta da un telo di pelle di foca coperto da un ulteriore telo di stoffa turchino (Num. IV, 6).
 
“Farai il Propiziatorio d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. Farai due Cherubini d’oro: li farai lavorati al martello sulle due estremità del Propiziatorio. Fa’ un Cherubino a un’estremità e un Cherubino all’altra estremità. Farete i Cherubini in un sol corpo con il Propiziatorio, alle sue due estremità. I Cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le loro ali il Propiziatorio; saranno rivolti uno verso l’altro e le facce dei Cherubini saranno rivolte verso il Propiziatorio. Porrai il Propiziatorio sulla parte superiore dell’arca, e collocherai nell’arca la testimonianza che io ti darò. Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te da sopra il Propiziatorio, di mezzo ai due Cherubini che saranno sull’arca delle testimonianze, e ti darò i miei ordini riguardo ai figli d’Israele” (Esodo XXV, 17-22).  
 
Figura 2. Modello Arca del Patto
 
Lo scopo dell’Arca è quello di un contenitore, una Matrice. I due Cherubini d’oro con le ali spiegate uno di fronte all’altro formano il simbolo sessuale dell’utero. L’Arca del patto è un simbolo femminile che rappresenta sia la Matrice della Natura, custode del “germe della vita” e sia la madre Celeste, la Regina della Fecondità.
 
L’Arca del Patto di IHVH corrisponde al potere generatore femminile. Un potente generatore di energie che permise agli Israeliti di sconfiggere i loro nemici. Il potere generatore è dimostrato dal simbolismo delle ali dei Cherubini spiegate in modo da formare un perfetto yoni o utero. In particolare, i volti dei cherubini erano l'uno maschile e l'altro femminile. Questo significa un matrimonio mistico, lo hyeros gamos. Ecco perché le tavole della Torà riposte nell’Arca erano due, a indicare la polarità fondamentale presente in ogni processo pensante.
 
YHWH nell’Arca rappresenta il Potere Maschile che feconda quello Femminile, cioè simbolizza la generazione.
 
Il nome sacro di YHWH in caratteri ebraici הוהי esprime lo stesso concetto:
 
  • י Yod è il simbolo di un fallo;
  • ה He è il simbolo di un utero;
  • ו Yod è il simbolo di un gancio o fallo;
  • ה He è il simbolo di un utero
 
La religione ebraica è fondata sulla generazione fisica tanto che i Rabbini dovevano essere sposati.
 
Se si pronuncia YHWH come Jehovah, allora si nota che è composto da Jah e da hovah. Jah ha significato di esistenza maschile, mentre hovah o havah (Eva) quello di esistenza femminile. Il mistero dell’origine del Nome sacro è velato  nel Genesi che è generalmente tradotto:
 
“ Anche a Set nacque un figlio Enos, e allora gli uomini incominciarono a chiamare il nome del Signore” (Gen IV, 26).
 
La traduzione dell’ultimo versetto in realtà dovrebbe essere: “Allora gli uomini s’incominciarono a chiamare col nome del Signore (Jah-hovah)”, detto in altri termini s’incominciarono a chiamare maschi e femmine. Enos, figlio  di Set rappresenta la razza umana nata dall’unione dell’uomo con la donna.
 
Il modello dell’Arca portabile con i Cherubini ai lati si ritrova nei templi egizi. Mosè proveniva dall’Egitto. L’Arca di Osiride con le sacre reliquie del dio, era della stessa misura dell’arca degli Ebrei, portata nelle processioni sacre dai sacerdoti con bastoni passati attraverso i suoi anelli di sostegno, come l’Arca intorno alla quale danzò David. L’Iside alata era il cherubino, o Arieh in Egitto, secoli prima che vi giungessero Abramo e Sara.
 
Nelle raffigurazioni della battaglia di Kadesh ad Abu Simbel si può vedere che l'esercito di Ramses II aveva all'interno del proprio accampamento una tenda (esattamente come faranno qualche anno dopo gli ebrei di Mosè) da cui partivano le invocazioni per gli dei. Nella tenda sono raffigurati due avvoltoi con le ali che si guardano, che riprende quasi la raffigurazione classica dell’Arca dell’Alleanza.
 
Segue una meticolosa descrizione di altri oggetti da realizzare esattamente nelle modalità fornite circa misure, peso, materiali, metalli, tecniche e precauzioni. Le indicazioni sono talmente semplici e chiare, che alcuni scienziati hanno ipotizzato di poterla ricostruire senza difficoltà. Sembrerebbe un potente accumulatore di Energia statica in grado – se solo toccato – di fulminare una persona. Un’arma potentissima, dunque, ma anche un oggetto da temere.
 
Nessuno avrebbe mai dovuto toccarla a parte Mosè, che era l’unico a servirsene per consentire a Dio di apparire in trono “nello spazio fra i due cherubini” del propiziatorio.  Ufficialmente, chiunque l’avesse toccata sarebbe morto, e per questo era sempre tenuta isolata al chiuso e coperta; i leviti potevano avvicinarvisi, ma solo dopo che i sacerdoti l’avevano coperta. Per spostarla, quattro persone la trasportavano reggendo i due bastoni infilati negli appositi quattro anelli.
 
Viene poi ordinata la costruzione di una dimora per ripararla, i cui materiali (velo, cortina, altare, etc.) e relative misure vengono specificate in modo inequivocabile, comprese quelle di un recinto esterno. Poiché se ne sarebbero dovuto servire durante le soste del lungo Esodo biblico, le istruzioni erano perfette per costruire un tempio smontabile .
 
“Vi saranno venti colonne con venti basi di rame. Gli uncini delle colonne e le loro aste trasversali saranno d’argento. Parimenti sul lato rivolto a settentrione: […] le relative venti colonne con le venti basi di rame, gli uncini delle colonne e le loro aste trasversali d’argento […] La lunghezza del Recinto sarà di cento cubiti, la larghezza di cinquanta, l’altezza di cinque cubiti; di bisso ritorto, con le basi di rame. Tutti gli utensili della Dimora per tutti i suoi servizi e tutti i picchetti e i picchetti del Recinto saranno di rame” (Esodo XXVII, 10/19)
 
Mosè predispone – per la custodia del sacro baule – una serie di regole ferree. Per esempio, solo il fratello Aronne avrebbe dovuto occuparsene, facendosi aiutare dai suoi figli. Nessun altro doveva avvicinarsi o toccarla. Durante le soste del lungo viaggio, l’Arca sarebbe sempre rimasta nascosta nella Sacra Tenda “smontabile” costruita secondo le istruzioni ricevute dal Signore, mentre durante il lungo cammino avrebbe preceduto la carovana.
LA MORTE SIMBOLICA DI MOSÈ

 
 
Come la nascita anche la morte di Mosè appartiene anch’essa all’allegoria, egli giunto all’età di 120 anni, tre periodi di 40 anni, muore. Nel Deuteronomio (XXXIV,1) è scritto che YHWH ordina a Mosè di salire sulla sommità del Pisgah, la montagna di נכנ Nebo (la sapienza oracolare). Nebo è il Dio. Nebo è il più antico Dio di Saggezza della Babilonia e della Mesopotamia babilonese della Sapienza.
 
Nebo è la divinità del pianeta Mercurio, e Mercurio è il Dio della Saggezza, che gli ebrei chiamavano Kokab (כככ), e i greci Nabo (Nαβω). Come pianeta Mercurio, Nebo era il “sovrintendente” tra i sette Dèi dei Pianeti; e come personificazione della Saggezza Segreta era Nabin, un veggente e profeta.
 
Mosè è stato fatto morire e sparire sul monte sacro a Nebo; ciò prova che egli è stato un Iniziato e un sacerdote di quel Dio sotto un altro nome; poiché questo Dio di Saggezza era la grande Divinità Creatrice, ed era adorato come tale.
 
I veggenti furono indicati come Nebim, il plurale di Nebo. Il cabalista distingue tra veggente e mago; l’uno è passivo, l’altro attivo. Nebi-rah è uno che guarda nel futuro ed è chiaroveggente; Nebi-poel è colui che possiede poteri magici.
 
“Giosuè figlio di Num, era pieno dello spirito della saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui” (Deut. XXXIV,9). Ossia Mosè iniziò Giosuè dopo avergli imposto le mani, e così divenne “pieno dello spirito di sapienza” (ossia Iniziato). In questo racconto Mosè il Grande Ierofante passa il potere spirituale a Giosuè che diviene anch’egli uno Ierofante. Dopo Mosè Muore, ma la sua morte è simbolica perché lo Ierofante ha passato il suo potere al suo successore, e si ritira dal mondo, morendo agli occhi dei profani.
 
Mosè “impone le mani” sul suo neofita, Giosuè, nelle solitudini del Nebo, e si allontana per sempre. Aronne inizia Eleazar sul monte Hor e muore.

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