Templum il Quadrato Celeste in Terra - Sapienza misterica

Sapienza Misterica
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Templum il Quadrato Celeste in Terra

Templum
Quando il Quadrato Perfetto, la superficie astratta, il modello cade nel mondo delle forme e si concretizza, allora la superficie diviene un volume, il Cubo Perfetto,le cui facce dispiegate formano una Croce a bracci disuguali. I templi del Cristianesimo dovevano avere la forma di una Croce, di un rettangolo i cui lati rappresentavano i bracci della croce. Il Tempio a croce è una raffigurazione del Cubo della materia in cui è imprigionato e crocefisso lo Spirito nel corpo, il cui simbolo è il Sole, il Rex Lucis. Il corpo è il Tempio dello Spirito.

IL QUADRATO IN TERRA IL TEMPIO DELL’UOMO
 
Quando la Trinità Astratta rappresentata geometricamente con il Primo Triangolo, appare nel Cerchio della Materia Cosmica (la Madre Universale o Quarta Potenza), forma il Quaternario, il Quadrato perfetto, la Tetractis, i Quattro Sacri dentro il Cerchio[1]. Sul piano noumenico, il Triangolo è l’immagine della prima concezione della Divinità manifestata (Padre – Madre - Figlio), mentre il Quadrato è il numero perfetto, l’unione dei Tre, come Unità.
 
Figura 1. I Sacri Quattro

Affinché l’Universo possa manifestarsi in modo intelligibile, il Triangolo Astratto primitivo deve perdere la sua qualità unidimensionale e spandersi attraverso la Materia, formando in tal modo la base manifestata dello spazio tridimensionale.
 
Quando il Quadrato Perfetto, la superficie astratta, il modello cade nel mondo delle forme, allora la superficie diviene un volume, il Cubo Perfetto.
 
Quando il Quadrato Perfetto, la superficie astratta, il modello cade nel mondo delle forme e si concretizza, allora la superficie diviene un volume, il Cubo Perfetto. Il Cubo Primordiale e perfetto è citato nei Purana. Brahma “dalle Quattro Facce”, l’Uno dai Quattro Volti, è detto Chatur-Mukham, il Cubo Perfetto, che forma se stesso dentro e dal Cerchio Infinito. La tradizione cabalistica ebraica racconta che, al momento della Creazione, il Signore Iddio gettò dal Suo Trono una Pietra preziosa nell’Abisso; un’estremità si conficcò nell’abisso e l’altra emerse dal caos. Questa estremità formò un punto che cominciò a estendersi, creando così la distesa al disopra di cui fu stabilito il mondo.
 
Figura 2. Il Cubo nello Spazio
 
 
Per i Pitagorici il Cubo è la trasformazione nel creato del Quadrato mistico (Tetractis). Il Cubo è la seconda figura geometrica solida della Natura manifestata, dopo il Triangolo che diviene Tetraedro. È il due, moltiplicato per se stesso e ripiegato su se stesso (2x2x2=23=8). Sei sono le facce del Cubo, tre coppie. Queste tre coppie trovano la sintesi o l’equilibrio nel Settimo. Sviluppato come figura piana, determina quattro Quadrati in fila e tre per traverso, formando una Croce a bracci disuguali. Il Quadrato Perfetto cadendo nella forma diviene un Cubo le cui facce dispiegate formano una Croce. In questo Cubo della materia è imprigionato e crocefisso lo Spirito.
 
Nel caso dello sviluppo della Croce, contando Tre facce orizzontalmente e Quattro facce verticalmente, si ottiene in totale: 3 + 4 = 7, il settimo non compare se non contato nelle due direzioni. Nell’antica Grecia, Mercurio era rappresentato sotto forma di un cubo senza braccia. I sacerdoti ogni sette giorni ungevano di olio sacro i cubi di pietra, le pietre miliari, i Dii Termini cruciformi. La Ka’ba, un Cubo di pietra, è l’asse del mondo della cosmologia islamica. Durante il loro pellegrinaggio alla Ka’ba, i pellegrini vi girano intorno per sette volte.                                                                                                                                                                                                                                                                                              
La Croce latina a bracci disuguali rappresenta i lati del Rettangolo in cui sono inscritti le sei facce del Cubo dispiegato a croce. Viceversa, se non sviluppiamo le facce del Cubo, ma prendiamo in esame solo la sua proiezione, cioè il Quadrato in Terra, allora i due semiassi disegnano una Croce a bracci uguali. Nella Croce si riconoscono i Quattro Punti Cardinali. L’uomo, che sul suolo cammina proiettandosi verticalmente in direzione del cielo, diviene allora l’elemento di congiunzione tra la Materia e lo Spirito, e modello e termine di misurazione dell’aspetto verticale dell’edificio.
 
Figura 3. Dal Cubo al Tempio a Croce
 
 
Il Tempio a croce è una raffigurazione del Cubo della materia in cui è imprigionato e crocefisso lo Spirito nel corpo, il cui simbolo è il Sole, il Rex Lucis. Il corpo è il Tempio dello Spirito. Lo Spirito, simbolizzato dal braccio verticale, cade nella Materia simbolizzata dal braccio orizzontale e la vivifica. È il simbolo della Causa Creatrice: appare il mondo materiale, Cielo e Terra generano, il Figlio, il cui corpo è l’Universo. Le chiese di rito orientale e ortodosso preferirono la forma quadrata, al cui interno vi è la Croce a bracci uguali, le chiese occidentali preferirono la forma rettangolare con Croce a bracci disuguali.
 
[1] Il Quadrato dentro il Cerchio è la più potente delle figure magiche.
 
TEMPLUM
 
Secondo Vitruvio il celebre architetto romano (I sec. a. C.), il Tempio è costruito sulle proporzioni del corpo umano, il Tempio è contemporaneamente l’Universo in miniatura, rappresenta l’Uomo Celeste. Nel Medioevo l’Uomo Quadrato, con le braccia tese e i piedi uniti, si lega alle rappresentazioni di Cristo e ai calcoli per la costruzione delle chiese del periodo romanico.
 
Se la natura ha composto il corpo umano in modo che ogni membro è proporzionato con il tutto, non è senza motivo che gli antichi abbiano voluto che, nelle loro opere, fosse esattamente osservato lo stesso rapporto delle parti con il tutto. Ma, fra tutte le opere di cui ci hanno regalato le misure, hanno avuto soprattutto cura nel Tempio degli Dei.[1]
 
Un tempio che fosse cristiano o altro, non si costruiva come un hangar. Oltre il «luogo» designato per le sue qualità «divine» era necessario che un uomo «ispirato» ne desse in primo luogo, la consacrazione; cioè la formula, in lingua sacra, le cui lettere, cabalisticamente risolte, davano dei numeri. È con questi numeri e con i rapporti di questi numeri che la cinta del luogo sacro era determinata nella sua lunghezza e nella sua larghezza. Dai rapporti tra il cielo astronomico e questo luogo, in una data determinata, un uomo particolarmente saggio deduceva la misura - noi diremmo oggi: il modulo - da utilizzare. Misura, orientamento e numeri erano, allora, dati al maestro di bottega[2] (mai la consacrazione, sembra) e questi, sui primi dati, sceglieva la sua pietra (delle chiese inglesi sono costruite in pietra di Caen) e nello stile dell’epoca, adattato agli uomini dell'epoca e del luogo e secondo il ritmo stesso del materiale scelto, egli determinava le divisioni armoniche del futuro monumento. Una volta stabilito ciò, valendosi di qualche schizzo, il maestro di bottega, nella cinta determinata per la dedicazione del tempio, preparava la vera pianta, sul terreno, con la misura e la cordicella di guida che è contemporaneamente, regolo, squadra e compasso di grosse dimensioni. Non esistono piante di maestri di bottega ma solo schizzi. La pianta è frutto di una scelta cerebrale che «stronca» l’architetto vero e proprio del terreno. Il maestro di bottega si adeguava alla qualità del luogo e a esso adattava la sua opera. Inoltre non si raggiungeva la maestria senza un’iniziazione che non era solo «di mestiere»[3].
 
Le fasi rituali e costruttive per la costruzione di un Tempio avvengono in concerto e simbolicamente nelle seguenti fasi progressive:
     
  1. Scelta del luogo.
  2. Determinazione dell’asse verticale e tracciatura del Cerchio primitivo: il “piano orizzontale“.
  3. Orientamento dello spazio il “Decumano” e definizione del quadrato cardinale: il “Quadrato      del Cielo“.
 
La scelta del luogo dove sorgerà il Tempio non è casuale: si prediligono luoghi considerati sacri, meta di pellegrinaggi, solitamente posti sulla sommità di colline o nelle vicinanze di fiumi, perché considerati di per sé già pregni di vibrazione spirituale. I Greci considerarono sempre certe località come particolarmente adatte al culto degli dei, erano siti nei quali sorgevano grandi alberi o boschi, o sgorgavano fonti; grotte o cime di monti; sedi di particolari fenomeni fisici. Tra gli Etruschi e poi tra i Romani prima di edificare un tempio veniva individuato un luogo situato in posizione elevata, da cui lo sguardo poteva allargarsi lungo i quattro punti cardinali.
 
L’area scelta per l’edificazione di un Tempio è sempre un luogo di alta tensione Cielo-Terra, un sito in qualche modo unico e straordinario, sede di manifestazione divina, di relazione tra l’umano e il divino, cioè di fusione fra il Cielo e la Terra. La necessità che il luogo sia sacro spiega come i Templi cristiani sorgano su templi o rovine di antichi templi pagani.
 
Per assolvere la funzione di sacralizzare, il tempio deve rispondere a due caratteristiche che sono l’essere centrato e orientato.
 
La seconda operazione per stabilire la base per la costruzione del Tempio è la determinazione del cosiddetto “punto dell’Alto”, per stabilire un contatto con le potenze ordinatrici dall’Alto seguita poi dalla logica deduzione del “punto del basso”.
 
La creazione ha luogo da un centro, denominati Punto originale, che è rappresentato da una Pietra che emerge dal Caos e ne è l’ordinatore. La determinazione dell’asse verticale implica la scelta di un punto fisso di un perno. Il Cardo, in latino kardo, era una via che correva in senso nord-sud nelle città romane. Il termine Per questo perno passa anche l’asse verticale del Polo Nord e Polo Sud Celeste attorno al quale può ruotare l’intero Universo. L’asse cardinale del mondo, l’Asse Polare, la linea che congiunge la Terra con il Cielo, l’Alto e il Basso. Kardo, deriva dalla radice indo-europea “Kerd, Krd”, significa punto fisso, perno, centro. Dalla medesima radice “kerd” origina il vocabolo greco “Kardia” che significa cuore, il centro vitale, per gli antichi la sede dell’Anima, il luogo di trasparenza fra l’umano e il divino, il tempio interiore. Quando la mente governa la materia, l’asse verticale organizza lo spazio orizzontale. Questa è una colonna o montante, piantati nel terreno in sito selezionato, che rivitalizzare le caratteristiche del luogo, come aghi di agopuntura. L’atto liturgico d’incarnazione è quindi nella costruzione della colonna prodotto dal Maestro d’opera, che agisce come un sacerdote.
 
Nell’antica Roma l’àugure, cioè il sacerdote (etrusco), con il capo velato e con la sua verga, un bastone ricurvo, chiamata “lituo, lituus”, si sistemava prima dell'alba su di una posizione elevata, con le spalle in direzione del tramonto del solstizio d’estate (Nord-Ovest), e rivolto verso la direzione dell’alba del solstizio invernale (Sud-Est) attendeva il sorgere del sole. Questo non perchè non conoscesse il punto esatto dell’orizzonte (anche nei tempi più antichi circolavano tavole, libri e calendari più o meno riservati, alcuni dei quali sono giunti fino a noi), ma perchè l’alba e il tramonto costituivano due momenti propizi per trarre gli auspici, nell’attimo in cui il sole (levandosi dall’oscurità degli inferi, o al contrario tornandovi) sembrava “toccare” l'orizzonte terrestre, unendo così idealmente Cielo, superficie terrena e Ade.
 
Avendo a disposizione un altare con le offerte per i numi celesti, l’àugure scavava sul posto anche una buca chiamata “mundus” in cui riponeva altre offerte per gli dei inferi, le potenze della terra. Il “pozzo” sacro, il sacerdote quale intermediario e l’altare costituivano una “via di collegamento” fra il Cielo, la superficie terrestre, e le profondità degli inferi, volta a trarre i migliori auspici per un'impresa così importante come la fondazione di una nuova città. Poi attendendo l’alba, abbracciava con lo sguardo rivolto ad est e sud-est (le direzioni più propizie) il territorio che aveva davanti a sé considerandolo come un “Templum” uno spazio sacro, e chiedendo ai numi dei segni propizi (che come sappiamo nel caso di Romolo e Remo furono stormi di uccelli). Una volta sorto il sole in direzione sud-est (Solstizio d’Inverno, 21 dicembre), veniva idealmente tracciata una diagonale tra i due punti sud-est e nord-ovest e lungo quest'asse veniva scelto il punto centrale attorno al quale sarebbe sorta la nuova città. Terminava a questo punto la fase della cerimonia detta “auguratio” (volta ad iniziare la fondazione sotto i migliori auspici) e iniziava la vera e propria fase di realizzazione “inauguratio”.
 
Il sacerdote si spostava sul punto centrale prima individuato e scavava una buca, e in essa poneva non solo delle offerte, ma anche un cippo di pietra cubica. Questa nuova buca prendeva il nome di “umbilicus”, cioè ombelico: essa tuttavia assumeva la stessa funzione religiosa della precedente, cioè di asse verticale di comunicazione fra Cielo, Terra e Inferi, e come osservano gli etruscologi, era in un certo senso la raffigurazione della città che si stava per edificare. Su questo “umbilicus”, dentro la quale i neo-cittadini più importanti ponevano anche un po' di terra della loro città di origine, sarebbe stata poi costruita la piazza del Foro, e sopra di esso sarebbe passato l’incrocio delle due principali vie delle città: il “cardo” (in direzione nord-sud) e il “decumano” (est-ovest).
Secondo Plutarco[4], Romolo fondò la cosiddetta Roma quadrata, all’interno di un solco circolare. Romolo dopo aver tracciato un profondo fossato (fossa), dopo averlo riempito di frutti, ricoperto di terra e avervi elevato un altare (ara), traccia con l’aratro un bastione. Per Plutarco, il fosso circolare rappresentava un universo, che aveva il mundus come centro del cerchio. Il sulcus della fondazione di Roma era stato eseguito in senso antiorario, quello della precessione degli equinozi, dei grandi cicli temporali. Simbolicamente il solco sacro delimita un cosmo ordinato, circondato dalle forze ostili del Caos che premono contro la sua cintura. La costruzione dell’altare avviene dopo aver tracciato il Cerchio della manifestazione sia esso il Cosmo, una città ed infine un edificio. Fra le rovine della Marzabotto etrusca è stato infatti ritrovato al di sotto dell’incrocio delle due vie principali un cippo interrato, a sua volta perfettamente in asse con altri due cippi lungo la diagonale solstiziale nord-ovest - sud-est (tramonto del solstizio d’estate e alba del solstizio d’inverno) in corrispondenza dei quali vi sono i resti di are e templi, a confermare l’antico concetto di sacralità di quegli orientamenti.
 
Nell’antica Roma l’àugure, cioè il sacerdote, con la sua verga o lituus tracciava per terra una croce, per mezzo di due assi orientati da est verso ovest (decumanus), e da nord verso sud (cardo). Il lituus era costituito da un corto bastone senza nodi ricurvo in cima, la forma era simile a quella del pastorale, il bastone curvo del Vescovo. A Roma nella curia dei Salii si conservava il Lituo[5] che si riteneva avesse usato Romolo per ripartire le regioni della città quadrata. La forma a spirale del bastone sacro era in qualche modo in rapporto con le correnti telluriche della terra (l’odierno campo d’indagine della geobiologia) che con il rito della posa della “prima pietra” erano fissate e canalizzate. Lì sorgevano i templi dedicati alle divinità. Esistevano, nella società Romana, molti collegi sacri.                                                                                                                              
 
Figura 1. Àugure con Lituus
 
Un collegio di grande importanza non a caso era proprio quello degli Àuguri. Per quanto detto, non stupisce che si trattasse di personaggi di enorme importanza, che trovavano la loro legittimità sia nei risultati della loro opera, sia perfino nella storia della città. Infatti, Romolo stesso era un Àugure, si dice, che girasse sempre con mano il suo lituus, e come àugure, trovò il luogo giusto per fondare la sua città, utilizzando il suo lituus, il bastone sacro che terminava con una spirale[6]. Quando le legioni romane si muovevano in Gallia e in Germania, erano precedute dai portatori di lituus che dovevano trovare le sorgenti d’acqua, le falde sotterranee essenziali per dissetare le truppe.
 
Ricoperta la buca centrale, il sacerdote etrusco sulla base di essa, e aiutandosi con l’ombra di uno gnomone individuava le otto direzioni astronomiche principali, i quattro punti cardinali, più i punti di alba e tramonto del sole nei solstizi, ed anche su questi punti venivano scavate altrettante buche e interrati dei cippi, come dimostrano ad es. i recenti ritrovamenti degli scavi eseguiti sia a Marzabotto, come anche a Meggiaro d’Este. Nel caso di quest’ultima, a detta degli archeologi, sembra che il punto d’inizio del rito non sia stato a Nord-Ovest, bensì a Nord-Est (forse per le caratteristiche del paesaggio) da dove l’àugure avrebbe guardato verso Sud-Ovest, ovvero il tramonto del solstizio invernale (a conferma ancora una volta del fondamentale valore degli assi solstiziali): ma gli archeologi hanno anche trovato in corrispondenza dei cippi di nord-est, est e sud-est (cioè i punti di alba equinoziale e solstiziale) altre tre buche con offerte votive, forse come opera di riparazione rituale per l’anomalo orientamento.
 
Perché si è fatta questa digressione riguardante le antiche pratiche non cristiane, perché le chiese terrene proiettavano in Terra il modello della Città Celeste. Le opere dei classici latini che trattavano della fondazione di Roma sopravvissero oltre che nelle biblioteche dell’Impero Bizantino anche in quelle delle maggiori chiese e cattedrali, specialmente a Roma. È vero che nei monasteri dell'ordine di San Benedetto, di cui i cistercensi sono una ramificazione, inizialmente non vi fu alcuna attività di copia e raccolta dei testi antichi, come rilevano gli studiosi di paleografia. Fu solo nell’VIII sec. (il secolo di Carlo Martello, Pipino e di suo figlio Carlo) che in Italia i monasteri, come ad esempio di Nonantola e Montecassino iniziarono quella loro magnifica attività archivistica che li avrebbe resi famosi nel mondo culturale medievale. D’altra parte tuttavia è stato ormai accertato dagli storici che i Benedettini sin dalle loro origini ripresero molte idee dall’antica architettura romana per la progettazione e costruzione dei loro edifici sacri.
 
Il procedimento tradizionale e, possiamo dire, universale, perché si ritrova ovunque esista un’architettura sacra, è stato descritto da Vitruvio e praticato in occidente sino alla fine del Medio Evo. Il centro dove è posta l’Ara coincide con l’Asse del Mondo con la stella polare. Il punto scelto come centro rappresenta allora non solo il centro del tempio ma il centro della terra, “l’ombelico del mondo”, la base dell’asse cosmico che lega la terra al cielo, la “porta del cielo”. Nel punto indicato come centro del Tempio si erige un palo, l’albero maestro, immagine dell’albero cosmico. Nel punto dove il palo è conficcato in terra sarà stabilita la pietra fondamentale, l’altare, nel punto dove il palo è conficcato nel cielo, si situerà la pietra angolare, la chiave di volta della cupola. Conficcato il palo, questo funge da centro per tracciare un cerchio che manifesta il piano orizzontale, l’Universo. Quest’operazione era effettuata tramite una corda con un capo legato alla colonna stessa. Dell’altro capo della fune, a una lunghezza stabilita dalla scala del progetto, era legato un picchetto, quindi con la corda tesa come un compasso, si tracciava con il picchetto un ampio cerchio attorno alla colonna centro. Nel Punto centrale, si nasconde l’origine del tutto. Nell’iconografia sacra, il Verbo creatore è rappresentato nell’atto di tracciare un cerchio con un compasso. Non a caso l’attributo del Creatore è il compasso; esso è utilizzato nel tracciare il cerchio della cosmogenesi. Il servirsi di tale strumento da parte dell’uomo porterà al fine di misurare il mondo e a impadronirsi di una conoscenza capace di avvicinarlo a Dio.  
 
Figura 2. Cristo architetto
 
 
La terza operazione è di determinare il Quadrato. Fissato il palo verticale sulla Pietra di base, si attende “una sera e una mattina” osservando l’ombra del palo che il sole proietta sulla circonferenza. È così per l’urbe romana che, posta l’Ara, un cubo, si sviluppava intorno alla croce Nord-Sud, ed Est-Ovest.
 
Il presupposto che permette di orientarsi con il sole è che nel nostro emisfero (boreale), il sole proietta un’ombra che alle ore dodici è esattamente in direzione Nord. All’alba (verso le sei) l’ombra sarà in direzione Ovest perché il sole sorge a levante cioè a Est. Man mano che il sole si alza e si dirige verso Sud a mezzogiorno l’ombra è più corta per poi allungarsi nel pomeriggio. Al tramonto (verso le diciotto), l’ombra indicherà l’Est poiché il sole tramonta a ponente cioè a Ovest. L’ombra a mezzogiorno indicherà esattamente il Nord[7]. Lo stesso processo serviva ugualmente alla fondazione degli edifici di cui Vitruvio Pollione (26 a.C.) ci lascia una descrizione completa.
 
Figura 3. Orientamento in base al Sole                                                                                                                                                                               
                
     

                                               
... al centro della città va collocata una tavoletta di marmo perfettamente in piano (se ne può fare a meno qualora il terreno risulti opportunamente spianato con riga e livella) e in mezzo si ponga uno gnomone di bronzo che segni l’ombra. Sul far del mezzogiorno si segni con un punto il limite estremo dell’ombra indicata dallo gnomone, quindi si tracci col compasso una circonferenza di raggio pari alla distanza tra il centro della tavoletta e il punto indicante la lunghezza massima dell’ombra dello gnomone. Si osservi in maniera analoga il progressivo allungarsi dell’ombra pomeridiana e si segni il punto in cui essa sarà tangente alla circonferenza e di lunghezza pari a quella del mattino. Da questi due punti si tracci col compasso un arco di circonferenza e, passante per il punto di intersezione di questi due archi e per il centro del cerchio, si conduca una linea fino all’estremità opposta, così da ottenere i quadranti meridionale e settentrionale. Si prenda poi ad apertura di compasso la sedicesima parte dell’intera circonferenza fissando il centro nel punto di intersezione tra questa e la linea meridiana e si segni un punto sulla circonferenza a destra e a sinistra rispettivamente in corrispondenza dei settori nord e sud. Da questi quattro punti si conducano quindi da un estremo all’altro della circonferenza due linee intersecanti al centro. Avremo in questo modo ottenuto la delimitazione dell’ottava parte dell’Ostro e del Settentrione. Il resto della circonferenza, a destra e a sinistra, dev’essere suddiviso rispettivamente per ogni lato in tre parti uguali così da ottenere nel disegno le otto regioni dei venti. Allora il tracciato delle piazze e dei vicoli sarà orientato secondo un’angolazione compresa tra due settori di vento”[8].
 
La radice della parola Decumano si può identificare nel sanscrito “Dac” che vuoi dire “venerare la divinità“. Dalla radice “Dac” deriva il termine greco “Deca”, il numero 10, il quale era considerato un attributo alla divinità e ne rappresentava la sua gloria e potenza. Il Decumano è legato al simbolismo del numero 10 che rappresenta la completezza della creazione. In ambito latino il numero 10 s’indica con una X, la figura di una Croce che trova riferimento con il taglio a croce operato dall’àugure sul terreno e nell’aria per esorcizzare e consacrare lo spazio sacro, spazio definito dal cerchio in precedenza tracciato nel cielo come sulla terra. La X è il Decumano, una Croce sulla Terra (il piano orizzontale) che taglia, organizza e orienta il tempo, lo spazio e la materia, ossia ordina il Caos in Cosmos, secondo il mistero del numero 4, il sigillo della creazione. Detta struttura geometrica indica pertanto le 6 direzioni celesti: Est-Ovest: l’asse equinoziale; Nord-Sud: l’asse solstiziale; Zenit-Nadir: l’asse polare, la linea attorno alla quale tutto ruota; più il centro, il punto fisso, l’Uno immutabile, da cui dipartono queste sei direttrici dello spazio e del tempo, quindi origine e causa dell’Universo, il tutto creato[9].
 
Determinato l’asse Nord-Sud, occorre determinare l’asse Est-Ovest. Si tracciano due archi sull’asse NS equidistanti dall’asse, attraverso le loro intersezioni, si determina l’asse EW. Per tracciare il Quadrato, dai punti sulla circonferenza della Croce individuata con gli assi cardinali, si tracciano archi di circonferenza che individuano nei quadranti gli altri quattro punti dello spazio, si traccia infine il Quadrato. Le pietre di base sono cubiche. Le Quattro pietre cubiche poste ai quattro angoli del Tempio ne delimitavano i confini inviolabili. Nel mondo classico venivano adoperate le erme, pietre quadrangolari, per delimitare i confini (pubblici e privati).
 
Da questo momento comincerà la costruzione vera e propria della struttura: Tra le tante pietre che costituiscono l’edificio sacro, Sei erano le Pietre sacre che trovavano posto nel tempio ebraico e poi in quello cristiano. Si comincia con le 4 pietre di fondazione che sono cubiche e poste ai quattro angoli dell’edificio che rappresentano il mistico Quattro; si chiama generalmente pietra di fondazione o “prima pietra” quella che è situata sull’angolo Nord-Est. Le altre due pietre sono disposte in posizione assiale, la quinta per gli ebrei era la Pietra Shethiyah, al centro del quadrato o al centro della croce delle diagonali.
 
Figura 4. Modulo “ad quadratum” del Tempio
 
  
Il Quadrato ottenuto con il rito dell’orientazione, che delimita la pianta del tempio, in India prende il nome di Vāstu-Purusha-Mandala, simbolo grafico di Purusha, l’Essere Primordiale, dal cui Sacrificio ha avuto origine l’universo e che è personificazione dell’universo stesso.  
     
  • La testa del Vastu Purusha è a Nord-Est, che quindi è una direzione fondamentale
  • Le ginocchia e i gomiti (parti delicate del corpo) sono a Nord-Oves ovest e Sud-Est.
  • Il cuore è al centro della figura, sicuramente una zona da considerare con attenzione.
  • I piedi, sostegno e chiave del movimento del corpo, sono a Sud-Ovest, radice e stabilità di ogni edificio
 
La prima pietra che è posata nel quadrato che delimita il Tempio occidentale è a N-E, la testa di Purusha è collocata a N-E.
 
Figura 5. Vāstu-Purusha-Mandala
 
 
La Quinta Pietra fondamentale (shethiyah), è quella che si trova al centro della base dell’edificio. La posizione della pietra fondamentale corrisponde a quella dell’altare.  
 
La sesta Pietra era chiamata Pietra angolare caput anguli, o anche Pietra d’apice perché era l’ultima pietra a essere messa in opera. La “pietra d’apice”, o “vertice dell’angolo” è propriamente quella che, all’estremità opposta della pietra fondamentale sullo stesso asse verticale, costituisce la chiave di volta. La pietra angolare o di apice ha una forma speciale e unica, tale che non può trovare posto nel corso della costruzione, al punto che “i costruttori la rigettano”; ne comprendono la destinazione solo i Costruttori che sono passati “dalla squadra al compasso”, cioè dal quadrato al cerchio, cioè dalla Terra al Cielo.
 
Figura 6. Muratori medievali che posano la Pietra di Vertice
 
 
La pietra Shethiyah è posta nello stesso punto del luogo dell’altare. Ciò è riscontrabile molto chiaramente nelle chiese come Santo Stefano Rotondo a Roma o Neuvy Saint-Sépulcre in Francia, cioè negli edifici a pianta circolare; mentre nelle chiese a pianta cruciforme la pietra era inserita all’incrocio del transetto o al centro del semicerchio del santuario. Lungo l’asse altare-volta trovano posto due pietre: la prima è la pietra shethiyah, la seconda è la chiave di volta, entrambe sono situate lungo una stessa linea (colonna assiale) virtuale, cioè immateriale; questo asse cosmico gioca un ruolo d’importanza primaria, intorno ad esso ruota l’immagine di tutta la struttura simbolico architettonica. La colonna virtuale che unisce le due pietre è la via salutis, la via di salvezza che esplode in cielo; la chiave di volta è “la Porta del Cielo” (Janua Coeli) come il vertice della Scala di Giacobbe. Cosmologicamente è l’Asse del Mondo, e teologicamente è la Via cioè lo stesso Cristo che ha detto: “Io sono la Via”.

Terminus, il dio tutelare delle pietre di confine nell’antica Roma, era venerato sul colle Capitolino sotto forma di una pietra squadrata che se ne stava in un tempio dal soffitto bucato affinché il dio potesse estendere il suo potere all'Universo, o ponesse un limite all'ignoto. Gli Dei Termini erano divinità romane che presiedevano ai confini e alle frontiere; si dice che il culto fosse stato istituito da Numa che aveva ordinato a ciascun cittadino di segnare i confini della proprietà con pietre consacrate a Giove. Ad esse erano dedicate le feste annuali dette Terminalia, durante le quali si offrivano focacce, carne e frutti, essendo sacrilego macchiare le pietre con il sangue. Secondo alcuni storici, gli Dei Termini erano i simboli di Hermes - Mercurio, posti lungo le grandi strade, e alle loro svolte avevano forma di croce. Ogni sette giorni i sacerdoti ungevano questi simboli con olio ed una volta l'anno vi appendevano ghirlande. Per questo motivo si chiamavano anche "unti". Poiché in alchimia Mercurio è il principio umido, l'acqua primitiva che contiene il seme dell'universo, fecondata dal Fuoco solare, la croce, unione del verticale (maschile) e dell'orizzontale (femminile), esprimeva il principio fecondatore.  
 
Figura 7. Templum romano
 
Il Templum romano risultava diviso in quattro parti o regioni: sinistra, destra, antica (sud), postica (nord). La planimetria di molte città e lo stesso accampamento romano, quadripartito secondo il cardo (asse nord-sud) e il decumanus (asse est-ovest), rispettava l’antica ubicazione direzionale che si richiamava ad una funzione sacra. Il Quadrato era poi suddiviso in Nove quadrati uguali, dove il quadrato centrale rappresenta l’asse del mondo, gli otto quadrati, le otto direzioni, le zone cardinali e le zone intermedie. I vertici di quattro quadrati sono posti ai quattro angoli del Tempio. Questi quadrati generano figure chiamate gammadia, squadre, la cui forma richiama la lettera greca gamma (Γ). Le quattro squadre disegnano la base quadrata dell’edificio e, più in particolare, corrispondono ai quattro angoli, alle pietre di base, che devono appunto essere tagliate perpendicolarmente a squadra. La parola araba di angolo rukn designa le estremità di una cosa, cioè le sue parti più remote e di conseguenza più nascoste, assumendo il significato di “segreto” o di “mistero”; il suo plurale arkân si avvicina al latino arcanum. Inoltre, rukn ha anche il senso di “base” o di fondamento.
 
Quando i gammadia, gli angoli dei quattro quadrati, le squadre, sono ribaltati in senso assiale, le figure disegnano due percorsi verticali e orizzontali equivalenti alle linee verticali e orizzontali delle lettere I e H rispettivamente. La lettera Γ è la Terza lettera dell’alfabeto greco e richiama il concetto di Trinità. La lettera H (eta) è l'ottava lettera dell’alfabeto greco. Rappresenta quindi l’ottavo giorno, quello della Resurrezione. La lettera I (iota) rappresenta l’iniziale del nome di Gesù. Il percorso verticale rappresenta il canale di comunicazione tra il Nord (Yin) e il Sud (Yang), le profondità terrestri e le altezze celesti. Il Cristo occupa una posizione centrale tra le influenze celesti e terrestri rappresenta il vero mediatore tra Cielo e Terra. Il percorso orizzontale rappresenta il canale di comunicazione tra Ovest (Yin) e a Est (Yang), il mondo sotto e il mondo di sopra, oscurità e luce. Distruggere l’oscurità (tsin), ripristinare la luce (min) costituisce uno dei motti di alcune società cinesi. Il percorso orizzontale è Yin mentre il percorso verticale è Yang. La verticalità del percorso centrale che si riferisce all’Asse del Mondo, ai percorsi ascendenti e discendenti tra Cielo e Terra. Il modello del tempio è l’universo, il mondo manifestato.
      
Figura 8. Quadrato e croce a bracci uguali
 
 
    All’interno dei quattro quadrati una croce che rappresenta i quattro percorsi che partono dal centro e tornare a esso. Questa figura evoca anche il disegno primordiale dell’ideogramma cinese “hing” del numero di elementi o stati del mondo materiale nella tradizione cinese (i Cinque Elementi). Il numero cinque è la somma del numero della Terra (2 il principio dei numeri pari) con il numero del Cielo (3 il principio dei numeri dispari) cioè: 5 = 3 + 2. Il numero 5 rende pari i numeri dispari e dispari i numeri pari, cioè cambia Yang in Yin e viceversa. Il numero del mutamento, che viene simbolizzato dai cinesi con una croce a bracci eguali. Il Quinto Elemento corrisponde alla proiezione dell’ultima pietra della costruzione, la chiave di volta posta alla sommità dell’edificio. Nel simbolismo cristiano, la chiave di volta rappresenta Cristo e le pietre angolari dei Quattro Evangelisti. Le figure nel loro insieme descrivono Cristo in mezzo ai quattro animali della visione di Ezechiele e dell’Apocalisse.
 
La chiesa romanica a pianta quadrata, si richiama alle misure dell’Uomo inteso come Microcosmo cioè l’uomo quadrato.
 
Figura 9. Basilica di Santa Sophia
 
 
La pianta a croce greca è tipica dell’arte bizantina: il prototipo è la distrutta chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli. Nel VI secolo a Costantinopoli, fu costruita la basilica di Hagia (Santa) Sophia (Sapienza), edificata da un cubo sormontato dall’immensa cupola celeste: la cupola su un cubo, con vertici Quattro torri, in essa fu ripetuta il modello del cosmo che si ergeva dall’originaria Forza Creativa, appunto la Santa Sapienza.
 
La divisione in un coro adyton, accessibile ai soli sacerdoti, e una navata naos, in cui si raccoglie tutta la comunità, determina il piano delle chiese bizantine: il coro è relativamente piccolo e non forma un unico corpo con la navata, che abbraccia senza discriminazioni tutta la folla dei credenti in piedi dinanzi alla scena dell’iconostasi[10]. Questa ha tre porte, da cui entrano ed escono gli officianti per annunciare le diverse fasi del dramma divino. I diaconi si servono delle porte laterali. Solo il sacerdote recante può varcare la Porta regale, quella di mezzo, che è come un’immagine della Porta solare o divina. Il naos avrà di preferenza una forma quasi concentrica, che corrisponde al carattere contemplativo della Chiesa d’Oriente: lo spazio è come raccolto in se stesso, esprimendo al contempo l’illimitatezza del cerchio o della sfera.
 
Figura 10. Pianta a Croce greca Basilica di San Marco
 
 
In Italia, un famoso esempio di chiesa a croce greca d’ispirazione bizantina è la Basilica di San Marco di Venezia. La pianta della Basilica è a croce greca, caratterizzata da quattro bracci di uguale lunghezza. Le facciate di San Marco sono orientate a Nord, a Ovest e a Sud, a Est l’abside è stata inglobata nel palazzo ducale. Il braccio superiore termina con un’abside semicircolare (il presbiterio) sotto la quale vi è la cripta dove è custodito il corpo di San Marco. Ognuno dei bracci, tranne il presbiterio, è suddiviso internamente in tre navate (una maggiore centrale e due minori laterali) delimitate da pilastri e colonne che sorreggono le cinque cupole situate in corrispondenza di ogni singolo braccio e al centro della croce. La basilica di San Marco è segnata dalla Croce a bracci uguali e dal numero Cinque: cinque cupole, quella centrale (4) di diametro maggiore è del Cristo. L’atrio (3) non fa parte della pianta a croce. Il presbiterio (5), in stile bizantino, si trova dietro un’iconostasi marmorea. Il numero Cinque compare anche sull’ingresso (1), posto a Ovest sulla piazza principale, attraverso le cinque grandi arcate di cui la centrale maggiore e le quattro laterali minori. L’urna di San Marco è custodita nell’altar maggiore (6), dietro il quale si può notare la magnifica pala d’Oro, realizzata in argento e oro.
 
Un piccolo dodecaedro stellato[11] si trova sul pavimento prima della porta principale d’ingresso alla Basilica, sotto l’iconostasi e sul coro. Il dodecaedro stellato è all’interno di un cerchio la cui circonferenza è composta di 16 settori (4x4) contenuti in due quadrati. Il primo quadrato è composto di quattro squadre a gammadia. Tra i due quadrati un motivo floreale destrogiro e sinistrogiro tipicamente medioevale, una simbologia molto cara ai Cavalieri del Tempio. Per la sua bellezza, quest’opera è tradizionalmente attribuita a Paolo Uccello, che per qualche anno lavorò nella città lagunare. Il Dodecaedro per Platone era il simbolo dell’Universo.  
 
Figura 11. Dodecaedro stellato Basilica di San Marco
 
 
La Cattolica di Stilo in Calabria è un tempio del X secolo di architettura bizantina a forma cubica (7,40x7,50 m). La chiesa è inscritta in un Quadrato diviso in nove quadrati uguali sorretti da Quattro Colonne.
 
Le quattro colonne interne, associate alla croce greca delle volte a botte sovrastanti, delimitano centralmente l’Asse del Mondo, l’Omphalos. Solo dall’interno, è possibile osservare contemporaneamente le quattro bifore della copertura centrale: direzionate ai quattro angoli della terra, ma permeate di luce dalle otto aperture situate sul tamburo centrale, il numero otto segno di nuova creazione.
 
La campata centrale è sormontata da una cupola poggiata sulle quattro colonne. Le quattro campate rettangolari che si dipartono da essa sono normalmente coperte da una volta a botte; queste sono le braccia della “Croce” che è inscritta nel “Quadrato” del naos. Il centro della Croce, è sovrastato da una Quinta cupola che sovrasta in altezza le altre Quattro cupole. Che il “cubo complessivo” dell’edificio contenga elementi di carattere circolare, ricondotti in pianta entro una forma quadrata ripartita dalle cruciformi volte a botte, costituisce, simbolicamente, una “quadratura del cerchio”.
 
Figura 12. Chiesa a croce inscritta, Cattolica a Stilo

 
L’iconostasi, divide l’ambiente in due parti, il presbiterio adibito al culto e la navata destinata all’accoglienza dell’assemblea. Sei delle nove “porzioni” di spazio calpestabile (in greco naos), sono destinate al popolo, ancora “imperfetto”. Tre spazi, ciascuno dei quali “esteso” da un’area semicircolare concessa dall’aggetto degli absidi, ospitano i veri luoghi del culto e determinano la parte più propriamente sacra “riservata” della Cattolica. Tre absidi si trovano sul lato orientale, quella centrale (il bema) conteneva l’altare vero e proprio, quella a nord (il prothesis) accoglieva il rito preparatorio del pane e del vino, mentre quella a sud (il diakonikon) custodiva gli arredi sacri e serviva per la vestizione dei sacerdoti prima della liturgia.
 
Il sovrapporsi, alla parte bassa dell’edificio, al Cubo, dei cinque tamburi a sezione circolare che la sormontano mediati dalla “croce” delle coperture di volta, costituisce una “struttura cosmologica”, determinata da un’assialità verticale che unisce Cielo e Terra, visualizzata dalla Quinta cupola centrale che sovrasta le altre. È l’Epifania della divinità si manifesta per degradazioni progressive e gerarchicamente ordinate tra loro dall’alto verso il basso. In senso inverso, il fedele sperimenta la progressiva “spiritualizzazione” della materia verso l’alto nel passaggio dalle forme più pesantemente cubiche a quelle più leggere della sfera. Il Cubo del volume basso della Cattolica nella parte alta, sul timpano, è dotato di quattro finestre che unite, tracciano una Croce. La parte bassa è la Madre che accoglie il Divino; i tamburi cilindrici, presenti in numero di “Cinque”, rappresentano il Figlio, il mediatore tra l’orientamento terrestre della struttura e il suo asse verticale. La Cattolica officia volta ad oriente con Tre absidi, che all’interno ospitano i tre luoghi funzionali al culto, ma ha l’ingresso a sud. Il lato sud costituente il fronte d’ingresso, simbolicamente rappresenta la sovranità mondana è il segno di regalità.
 
Osservando la facciata sud si vedono solo tre tamburi con Quattro finestre che diventano Cinque con quella sul Cubo. Le cinque finestre della parte aerea si conformano così, al simbolismo pitagorico del Figlio. Il lato ovest, qui diretto verso la montagna (sacra), ha solamente tre aperture una sul timpano della volta a croce, più le due che costituiscono la bifora centrale del tamburo rialzato. Il simbolismo numerico delle aperture, nella parte aerea del lato est dell’edificio, ricalca perfettamente quello del lato sud; la parte inferiore è contraddistinta invece da tre monofore (finestre), una per ciascuno delle tre absidi.
 
La struttura a Quadrato con i Cinque punti nelle Chiese Ortodosse d’Oriente, si sviluppa verso l’alto attorno ad un corpo assiale ed è completata dalla presenza di quattro grandi torri disposte secondo i quattro punti cardinali.  
 
Figura 13. Chiesa a croce Ortodossa
 
Il canone di queste Cinque torri a bulbo è quello di numerose chiese russe, come quella dei santi Pietro e Paolo di Iaroslavl (7, D), che raggiunge il massimo dell’espressività. La cattedrale di San Dimitri (fine sec. XII) a Vladimir (7, E) non presenta campanili laterali, ma il suo piano centrale fa dell’edificio una sorta di Cubo le cui quattro facce appaiono suddivise in triplice arcata il che non manca di evocare la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse. Le cinque cupole delle basiliche di tipo bizantino sono state realizzate in un gran numero di esempi; la sagoma di Santa Sofia di Costantinopoli è sufficiente a evocare da sola.

[1] Vitruvio III, 1.
[2] Il maestro di bottega è il Maestro d’Opera!
[3] Louis Charpentier, I Misteri della cattedrale di Chartres.
[4] Plutarco, Rom., 11, 1-5.
[5]Un oggetto rarissimo, il lituo, finora documentato in Italia da soli due esemplari (anche se effigiato in molte rappresentazioni funerarie e monete) che era custodito in una tomba del V secolo a.C. appartenuta ad una dinastia regale. Il lituo era anche una tromba ricurva usata nell’esercito Romano.
[6] Il moderno biosensore utilizzato dai rabdomanti assomiglia al lituus.
[7] Vedi Marco Virgilio Fiorini, Nel cantiere della Grande Piramide, scoprire il Nord. Ediz. Ananke.
[8] Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, Libro primo VI. 7.
[9] A seconda della data scelta per questo rito, è possibile derivare dell’asse in relazione alla bussola magnetica. La data scelta segna nel ciclo stagionale il giorno cui è dedicata la cattedrale ad esempio, il 15 agosto per Notre Dame de Paris.
[10] L’iconostasi, divide l’ambiente in due parti, il presbiterio adibito al culto e la navata destinata all’assemblea dei fedeli.
[11] Il piccolo dodecaedro stellato ha come facce 12 Pentagoni stellati, 12 vertici e 30 spigoli, 5 lati per ogni faccia e 5 spigoli per ogni vertice. Si chiama stellato si chiama stellato perché su ogni faccia del dodecaedro è costruita una piramide regolare. La stellazione del dodecaedro e dell’icosaedro attribuita a Keplero è ottenuta estendendo i vertici del dodecaedro. Keplero pubblicava nel 1619 le prime rappresentazioni prospettiche di due dodecaedri regolari stellati. Tuttavia una delle due forme ottenute da Keplero compare, realizzata a mosaico, sul pavimento della basilica di San Marco a Venezia; è attribuita dal Muraro a Paolo Uccello che la realizzò mentre si trovava a Venezia negli anni 1425-1430, cioè molti anni prima della scoperta matematica ufficiale, nulla vieta che questa forma fosse conosciuta in un periodo più antico.
ARE - ALTARI
 
L’altare è la chiesa stessa. Senza di esso nulla esiste. Tutto sarebbe semplicemente architettura priva di qualsiasi messaggio. La pietra del rito può esistere senza il suo contorno, ma l’edificio è nulla senza altare.
 
Gli altari derivano dalle “Pietre Cubiche” simbolo della divinità manifestata. È noto che Teone di Smirne, citando Eratostene, riporta che gli abitanti di Delo, avendo interrogato l’oracolo di Apollo sul modo di liberarsi dalla peste, avessero ricevuto l’ordine di costruire un altare, di forma cubica, dal volume doppio rispetto a quello esistente. Mercurio e Apollo erano rappresentati da cubi e quadrati oblunghi. I latini chiamavano Ara gli altari di forma cubica e oblunga, il più famoso è l’Ara Maxima. Nel Lazio, ad Ostia si possono vedere i resti del Tempio di Ercole orientato esattamente verso est, con sei colonne sulla fronte e pronao profondo quattro colonne. Su una faccia dell’altare cubico si legge l’iscrizione “Dio Invincibile, Ercole, Padre”. L’autore degli Inni Orfici[1], nell’Inno XII descrive Ercole come il Sole, “Padre di tutte le cose, nato da se stesso, Dio generatore del Tempo ... valoroso Titano”. Porfirio nato in Fenicia, ci assicura che al Sole fu dato il nome di Ercole. Il poeta Nonno designa il Dio-Sole adorato dai Tiri (Fenici) col nome di Ercole Astrochyton, cioè Ercole dal manto di stelle.
 
Figura 1. Ostia Antica Pietra Cubica Tempio di Ercole
 
 
Giano era anche chiamato Deus Quadratus, Quadriceps, Quadriformis. Nell’attuale Via dell’Ara Massima di Ercole, a Roma (antico Foro Boario), si trovava il grandioso altare e la grande statua dedicata a Ercole Invicti, statua che oggi si trova in Campidoglio al Palazzo dei Conservatori. La ricostruzione grafica successiva mostra il Quadruplice Arco di Giano, l’Ara Maxima, la statua di Ercole e il Tempio di Ercole. La pittura pompeiana (casa dei Vettii), conservata al museo di Napoli, che rappresenta Ercole bambino che strangola i “Due Serpenti” presso un’ara cubica che si presuppone essere l’Ara Maxima. Sul Cubo un’aquila, il più arcaico dei simboli, l’uccello di Zeus, l’uccello del Sole, è il simbolo di ogni veggente che guarda facilmente la luce spirituale tanto facilmente quanto l’aquila guarda il Sole. L’aquila è il simbolo di S. Giovanni, il veggente autore dell’Apocalisse.
 
 
Figura 2. Il Cubo e l’Ara Maxima
 
La pietra quadrata, la pietra sacra, la pietra santificata dall’unzione santa che solo lo Ierofante o l’Iniziato di più alto grado può toccare senza contaminazione e senza sacrilegio. Questa pietra è l’immagine sacra della Terra fecondata dai raggi del Sole; l’Ara Maxima era sovrastata dal sistema planetario degli antichi dominata dal Sole.  Sulla pietra quadrata erano posati la patena di forma rotonda e il calice, le oblazioni del Grande sacrificio, messis per gli Iniziati, missa per i profani[2]. La pietra cubica è orientata secondo i Quattro Punti Cardinali come é constatabile nel Tempio di Ercole a Ostia antica. Il Dio termine, il Quadratus Deus era venerato dai Romani sotto forma di pietra quadrata. Mercurio era rappresentato sotto forma di un cubo senza braccia Mercurio Quadratus e Quadrifrons. I sacerdoti ogni sette giorni ungevano di olio sacro i cubi di pietra, le pietre miliari, i Dii Termini cruciformi. Queste pietre divenute sacre e inviolabili furono collocate sui confini per servire da limiti o termini.
 
Non lontano da Uppsala, c’è una grande pietra grezza che serviva alla consacrazione dei re di Svezia circondata da 12 pietre cubiche più piccole. L’immagine è di un Re in mezzo a 12 assistenti, quella del Re Artù e dei 12 cavalieri della Tavola Rotonda, a simbolizzare il cerchio celeste con il Sole al centro. Questa pietra cubica è lo sgabello del trono del Re, a immagine del Re Lucis. Questa pietra sgabello del Principio Luce è la Terra Madre, l’antica Cibele fecondata dai raggi del Sole.
 
Nel tempio di Gerusalemme esistevano diversi altari: l’altare degli olocausti, l’altare dei profumi, la tavola dell’offerta ed, infine, una pietra particolarmente sacra, la pietra shethiyah, sulla quale era appoggiata l’Arca dell’Alleanza. La tradizione ebraica racconta che, al momento della Creazione, il Signore Iddio gettò dal Suo Trono una Pietra preziosa nell’Abisso; un’estremità si conficcò nell’abisso e l’altra emerse dal caos. Questa estremità formò un punto che cominciò a estendersi, creando così la distesa al disopra di cui fu stabilito il mondo. Ecco perché questa pietra si chiama shethiyah, che vuol dire pietra fondamento.
 
Il Tempio di Salomone, cui dimensioni erano state dettate direttamente dal Signore Iddio a Mosè, era: 60 cubiti di lunghezza, 30 di altezza (rapporto 1/2) e 20 di larghezza, con il Sancta Sanctorum, la cella sacra dove dimorava l’Altissimo era un Cubo perfetto di lato 20 cubiti.
 
Quando il Signore mostrò a Mosè il modello della “Dimora”, costituito di due parti: un recinto sacro o atrio, e una tenda sacra dentro lo spazio racchiuso da questo recinto. Il recinto era rettangolare con i lati che misuravano cubiti 100 × 50 (un cubito circa 0,50 m) con un rapporto 2/1 di ottava. infine, veniva la tenda sacra. Questa era considerata come la dimora di Jahvè. Consisteva in un luogo coperto, con una superficie di cubiti 30 × 10 e con un’altezza di cubiti 10. L’entrata, che guardava a oriente, era protetta da una cortina. L’interno della tenda era diviso in due parti da un velo, su cui erano raffigurati cherubini ricamati: la sua parte più interna, lunga 10, larga 10 e alta 10 cubiti, un Cubo perfetto, era detta il “Santo dei Santi”, e al cui interno era riposta l’Arca dell’Alleanza; la parte anteriore, lunga cubiti 20 dalla cortina d’entrata fino al velo, era chiamata il Santo.
 
Nella dimora c’erano due altari: uno per gli olocausti, collocato al centro del recinto del tempio, dove erano sacrificati gli animali; il secondo per l’incenso, collocato davanti alla tenda del “santo dei santi” che nascondeva l’Arca dell’Alleanza. Entrambi questi altari erano costruiti con legno di acacia. Il primo, per gli olocausti, era rivestito di bronzo, mentre il secondo era tutto ricoperto di oro puro.
·   L’altare per gli olocausti era quadrato e misurava 5x5 cubiti e 3 cubiti in altezza. Era concepito come una grande graticola chiusa sui quattro lati, proprio perché su di essa le vittime sacrificate dovevano essere completamente bruciate (Esodo 27, 1-8).
 
·   L’altare per l’incenso anch’esso quadrato era invece di piccole dimensioni di 1x1x2 cubiti; su di esso mattina e sera veniva offerto l’incenso (Esodo 23,1-10).
 
Nel tempio cristiano col tempo l’altare maggiore è la sintesi degli altari ebrei. Esso è l’altare degli olocausti, dove è sacrificato “l’Agnello di Dio”, la tavola dei pani dell’offerta e l’altare dei profumi in cui si brucia l’incenso. Infine, poiché sostiene il tabernacolo, l’altare maggiore ricopre il ruolo della pietra shethiyah che sosteneva l’Arca. Il tabernacolo ricorda per le sue dimensioni ristrette e per il suo ruolo, l’Arca (arca = cassa). L’Arca dell’Alleanza conteneva le Tavole della Legge, la Verga di Aronne e una porzione di manna; nel tabernacolo cristiano è conservata l’autentica Manna, il “Pane vivo disceso dal cielo”.
 
L’altare per i primi Cristiani l’altare era di forma cubica. La forma dell’altare antico era preferibilmente quadrata e l’iconografia presenta sempre l’altare coperto da magnifiche tovaglie che scendono solitamente fino a terra, conferendo così all’altare la forma di un Cubo. Un mosaico del VII secolo sopra un’arcata di Sant’Apollinare di Ravenna mostra Melchisedech barbuto e con i capelli lunghi con Abele e Abramo davanti a un altare cubico su cui è posata una candida tovaglia. La mensa è quadrata, perché da essa si sono nutrite e sempre si nutriranno le quattro parti del mondo; alta e rivolta verso il cielo, perché il suo mistero è alto e celeste e del tutto trascendente la terra” (Simeone di Tessalonica).
 
Figura 3. SANT’APOLLINARE – ALTARE CUBICO
 
 
L’altare dovrebbe essere quadrato e non rettangolare: a S. Sofia di Costantinopoli c’era un cubo d’oro regalo dell’imperatore Giustiniano di un metro di lato, cosparso di pietre preziose. Il quadrato è rivolto ai quattro venti, alle quattro parti del mondo; da qualunque lato si veda, accoglie tutti, da dovunque provengano. Deve quindi essere piccolo, ci deve andare un massimo di tre celebranti, gli altri devono stare ai lati[3].          
 
In Turchia a Myra nell’attuale città di Demresi trova la Basilica di S. Nicola eretta nel III secolo. L’altare è un Cubo ai cui lati vi sono 2+2 colonne, conteggiando anche le due colonne prima dell’altare abbiamo il numero 4+2=6, come le facce del cubo.
 
Figura 4. Myra Altare Basilica S. Nicola
 

[1] Orfeo, come Pitagora, Buddha, Gesù, Ammonio Sacca ecc., non scrisse mai nulla, l’Insegnamento doveva essere tramandato solo oralmente ed in segreto.
[2] J.M. Ragon, I Misteri Antichi e la Messa.
[3] Contro a forma cubica tonano alcuni prelati cattolici: “L’altare cristiano deve essere a forma di mensa come la tavola dell’ultima cena : il cubo annulla il concetto di mensa e il richiamo alla tavola del giovedì santo”.
TEMPLI A CROCE LATINA
 
I Benedettini sin dalle loro origini ripresero molte idee dall’antica architettura romana per la progettazione e costruzione dei loro edifici sacri. Non è una semplice coincidenza che vi siano alcune analogie fra la cerimonia etrusco - romana di fondazione di una nuova città e quella, ovviamente molto più cristianizzata, della fondazione di una cattedrale o di un’abbazia da parte dei monaci cistercensi. Il Cristianesimo occidentale con l’avvento del romanico adotta per i suoi templi la pianta rettangolare a croce latina.
      
Sin dagli albori del cristianesimo era diffusa la tradizione di orientare i templi o più in generale i luoghi di culto verso la direzione cardinale est (Versus Solem Orientem) Gesù Cristo aveva come simbolo il Sole (Sol justitiae, Sol invictus, Sol salutis). Orientando il Quadrato in Terra, cioè il modulo geometrico ad quadratum, verso Est si traccia e si ordina la zona del coro, la traslazione della figura direttrice (modulo) lungo il Cardo nel senso Nord-Sud, determina le proporzioni del transetto. Allo stesso il movimento del quadrato della crociera (modulo) lungo il Decumano Est-Ovest organizza e determina la lunghezza della navata, facendo assumere alla pianta la forma di croce latina distesa al suolo. I due assi orizzontali dell’edificio formanti la croce cardinale, ossia la navata (l’asse solstiziale), e il transetto (l’asse equinoziale), si congiungono al centro del tempio, formando la citata croce tridimensionale, concretando il concetto ed il valore espressi dal Cardine e Decumano.
Figura 1. Brunelleschi - Pianta della Chiesa dello Spirito Santo - Firenze

Una tradizione che risale ai primi tempi del cristianesimo ha messo in rapporto questa figura con il nome generico dell’uomo: Adam. In effetti, le quattro lettere della parola Adam sono in greco le iniziali delle parole che designano i quattro punti cardinali: A = Anatolé (Oriente), D = Dysme (Occidente), A = Arctos (Settentrione), M = Mesembria (Meridione). È d’altro canto ugualmente curioso costatare che i due gruppi formati da queste lettere nell’ordine in cui si presentano corrispondono esattamente alle linee rispettive dei due assi AD-AM cioè: AD = Oriente-Occidente, AM = Settentrione-Mezzogiorno.
 
È utile ricordare le divisioni architettoniche dei tempi antichi.
 
1. Il vestibolo, il nartace, uno spazio separato intorno all’ingresso dove si poneva un recipiente, cui si attingeva acqua lustrale, divenuta nel Cristianesimo acqua benedetta. Gli antichi pagani si servivano dell’acqua santa o lustrale per purificare le loro città, i loro templi ecc. Le fonti battesimali si trovavano alla porta di ogni tempio, piene di acqua benedetta e si chiamavano favisses et acquiminaria divenute acquasantiere, perché il popolo si purificasse prima di entrare.
2. La navata dove tutti i fedeli, gli iniziati minori potevano entrare, suddivisa da due file di colonne in una navata centrale che presenta la caratteristica struttura a vascello e due laterali o minori.
3. Il “luogo santo”, il luogo del Logos dove il popolo dei non iniziati non poteva né entrare né guardare. Dietro l’altare troviamo il coro. Il coro della Cattedrale è paragonabile al Santo dei Santi, è la testa, è l’Oriente. Nel coro è posta la cattedra del Vescovo (figura che ha sostituito lo Ierofante), esattamente ad est dove nasce la luce. Nell’antica Grecia il coro dei felici rappresentava gli Iniziati.
4. Sacristia (sagrestia, sacrestia) è un luogo annesso alla chiesa, quasi sempre presso il coro e comunicante con esso per mezzo di porte interne. La sacristia è composta di uno o più locali, con uno o più piani. Nella sacristia si conservano gli arredi, i paramenti sacri e i libri liturgici, e in essa i sacerdoti indossano le sacre vesti prima di celebrare le funzioni ecclesiastiche. È il sacrarium dove i pagani deponevano le cose sacre.
 
Nel tempio cristiano di stile romanico a ogni entrata del pubblico vi è un nartece, in origine un semplice porticato che collega l’esterno con la navata. Il nartece aveva la funzione di ospitare catecumeni e soprattutto pubblici penitenti. È un luogo di sosta, un luogo di raccoglimento, di purificazione che l’uomo deve compiere su se stesso, con sforzo. Un luogo non ancora sacro, ma non più appartenente al mondo profano.             
      

      
Figura 2. Pianta Cattedrale a Croce Latina

Il termine nartace deriva dal greco, “bastone, flagello”, simbolo di pentimento e punizione. Osiride è raffigurato con il flagello e il bastone pastorale. Il faraone l’incarnazione della Luce Ra in terra è il pastore del suo popolo, lo punisce con il flagello a occidente e lo guida a oriente con il pastorale.
 
Figura 3. Osiride con  il flagello e il pastorale
 
 
Anticamente chi doveva ricevere il battesimo doveva voltarsi verso Occidente, ossia il luogo, dove tramonta il sole e nasce la tenebra. Quindi, dopo aver sputato in terra in segno di disprezzo del male e del peccato, il cristiano si convertiva ossia cambiava direzione, altro gesto simbolico, e si volgeva ad Oriente. In quella direzione trovava il fonte battesimale e riceveva il battesimo e quindi s’incamminava sempre verso est verso la cattedrale e la comunità che lo attendeva rivolta verso l’altare. Le navate della chiesa non servivano per contenere l’assemblea ma per dirigerla verso Oriente. L’abside, il presbiterio e l’altare sono rivolti verso il luogo dove sorge il sole
 
Gli antichi pagani usavano l’acqua santa o lustrale per purificare le loro città, i campi, i templi e gli uomini, proprio come si fa oggi nei paesi Cattolici. Con l’acqua lustrale si aspergono anche i defunti, le campane ecc. Per i greci la privazione dell’acqua lustrale equivaleva a una scomunica. I Greci e poi i Romani usavano purificarsi prima di accedere in un luogo sacro, aspergendosi con acqua lustrale, di cui erano ripiene vasche e collocati presso i templi. I labrum[1] degli antichi Romani divengono le acquasantiere per le abluzioni purificatrici poste all’ingresso delle Chiese e in particolare il fonte battesimale. Il vaso sostituì la piscina di acqua lustrale, dove i fedeli si lavavano per purificarsi.
 
Prima di penetrare in questo mondo sacro del tempio, l’uomo deve subire una mondatura mediante il battesimo, e in un certo qual modo, ogni volta che entra in chiesa, egli è invitato a riattualizzare questa purificazione, purificandosi con l’acqua dell’acquasantiera. L’area che una chiesa delimita è uno spazio sacro, a partire dal senso etimologico dei termini templum in latino, e temenos in greco, entrambi derivanti da una radice comune che significa tagliare, separare. Il recinto del tempio delimita e separa nettamente dall’ambito profano, racchiudendo un ambiente sacro riservato alla Divinità.
 
Nelle vicinanze delle chiese antiche vi erano delle fontane destinate a questo uso, come quella che san Paolino fece costruire a Tiro, quella della vecchia basilica del Vaticano, di Notre-Dame a Parigi (in quest’ultimo caso le fontane, oggi scomparse, si trovavano sul sagrato). Questa vasca è rotonda oppure ovale, o ancora ottagonale. Ovunque ci si lavavano le mani e la faccia, come testimonia un’iscrizione greca sull’acquasantiera della chiesa abbaziale di Saint-Mesmin – vicino a Orlèans – così concepita: “Lava qui i tuoi peccati e non solamente il tuo volto”. L’acquasantiera sostituì le fontane, di cui è un ricordo. Venne posta in un primo momento all’esterno, davanti alla porta; poi nell’atrio, e infine all’interno, vicino all’entrata. L’acquasantiera e il battistero sono costituiti essenzialmente da una vasca d’acqua. La piscina fu sostituita dapprima con due piccole vasche, dei lavabi. Vi sono in Francia alla fine del XII secolo molte piscine di questo tipo incassate in doppie nicchie separate da un piccolo pilastro. All’interno delle nicchie si trovano due lavabi (dualità della manifestazione) di sezione quadrata, o più generalmente circolare, con un foro al centro per penetrare il deflusso dell’acqua. Infine, nel caso dell’acquasantiera, la vasca è frequentemente rimpiazzata da una conchiglia. La Sainte-Chapelle a Parigi, presenta a sinistra dell’altare una doppia conchiglia molto bella con alzatina sopra diviso in quattro scomparti.
 
 
Figura 4. Doppio lavabo e doppia conchiglia

Nel simbolismo tradizionale ogni vasca rituale rappresenta l’Oceano Primordiale, le Acque della Genesi sulle quali lo Spirito si muoveva lo Spirito di Dio. Ed è con riferimento a queste Acque che il battistero o l’acquasantiera possiedono il potere di operare una rigenerazione, una nuova creazione. La conchiglia, ancor più della vasca, richiama l’utero e soprattutto l’utero universale che è il contenitore delle Acque originali e dei germi degli esseri. Essa evoca in maniera sorprendente questo abisso oscuro dell’energia creatrice. Si spiega così come la conchiglia sia diventata l’emblema della seconda nascita.
 
La lunga cerimonia dell’iniziazione cristiana, fino a quando non decadde in seguito alla consuetudine di battezzare i bambini appena nati, fu il rito più solenne della liturgia primitiva. I catecumeni, dopo essersi fisicamente mondati se il battistero era munito di bagni, si sottoponevano dapprima alla pratica dell’esorcismo per essere liberati da ogni maleficio, quindi pronunciavano la rinuncia a Satana rivolti a Occidente, sede del peccato e della morte, e la professione di fede rivolti a Oriente. Compiuti questi preliminari, si spogliavano in un ambiente apposito e, unti con olio consacrato, entravano nella vasca per la triplice immersione o effusione; poi, dopo il battesimo, ivi stesso o in altro ambiente, erano unti sulla fronte e sugli organi dei sensi con olio (crisma) e con ciò stesso cresimati. Ammessi allora nella comunità dei fedeli, i neofiti indossavano il rituale camice bianco, simbolo dell'avvenuta rigenerazione, ricevevano la benedizione del vescovo e potevano finalmente passare nella chiesa per accostarsi all'Eucarestia.
 
La sacralità del passaggio e della Porta assume tutto il suo valore quando si tratta del tempio, ed ecco perché all’entrata degli edifici sacri si piazzavano dei Guardiani di Soglia, statue di arcieri, draghi, leoni o sfingi, personaggi semidivini oppure divini come il Giano dei Romani, il dio della Porta e del primo mese dell’anno, quello che apre l’anno: januorius. Questi guardiani della soglia avevano per compito quello di ricordare, a chi si disponeva per entrare, il carattere temibile del passo che stava per compiere nel transitare all’interno dell’ambito sacro. Nel sacro recinto che separa il luogo santo dal mondo profano, vi è questo vuoto attraverso di esso si passa da un mondo all’altro. La Porta, l’ingresso nella Caverna Cosmica, si presenta come una nicchia a base rettangolare sormontata da un arco a tutto sesto oppure spezzato, e cioè essa ripete molto semplicemente l’Abside della chiesa, il quale è anch’esso una grande nicchia uscita dalla caverna sacra delle origini di cui si trovano ancora oggi delle forme viventi nelle sacre nicchie dell’India o nell’Islam (il mihrab delle moschee).
 
La pianta del tempio è una proiezione orizzontale dell’universo ordinato. Il Sole attraversa la navata da Est a Ovest, mettendo in moto il tempo nella cattedrale. L’asse Decumano caratterizza la condizione umana dell’edificio, vale a dire che il destino dalla nascita alla morte, rispettivamente, associato con l’Oriente e l’Occidente. L’ingresso attraverso la facciata Ovest permette di tornare indietro nel tempo dalla morte alla vita, cioè il profano, che si trova al di fuori del recinto sacro, verso Est, verso le origini. Il Cardo Nord-Sud è l’asse di eternità e l’intersezione del tempo e dell’eternità si svolge sotto la chiave di volta. Il calendario liturgico utilizza lo spazio dinamico, secondo il periodo dell’anno rituale, alcune porte si apriranno e altre chiuse. Ad esempio, a San Giacomo di Compostela, i pellegrini entrano in luglio dalla facciata Sud. A causa dell’orientamento solare, ogni punto cardinale indica una posizione estrema del ciclo stagionale e giornaliero. Il percorso della cattedrale riproduce l’anno solare, scandito dalle facciate. Questo è il percorso che porta dalle Tenebre alla Luce. L’autunno, il tramonto è a Ovest, l’inverno o mezzanotte a Nord; la primavera o l’alba, a Est, per concludere l’estate o mezzogiorno, a Sud.
 
La forma della Chiesa è di una nave che porta un uomo disteso con i piedi rivolti all’ingresso e la testa rivolta verso l’abside, il cuore è posto all’incrocio del transetto. Il percorso o sviluppo longitudinale del Tempio che dall’ingresso giunge all’altare è chiamato navata, uno spazio delimitato ai lati da muri o file di colonne, che costituisce una struttura simile a una nave.
 
Percorrendo la navata, dirigendosi verso oriente, prima ancora dell’altare, s’incontrava un altro elemento di grande importanza: esso era l’iconostasi[2], una struttura che tagliando orizzontalmente la navata, la separa dal presbiterio, cioè la zona riservata al clero cioè ai “presbiteri”. Si tratta di un recinto posto a separare, e a nascondere alla vista, la zona dell’altare dal resto della chiesa. I fedeli riuniti nella navata non potevano quindi assistere direttamente alle funzioni celebrate nel presbiterio, “misteri” cui solo pochi avevano accesso, secondo il principio che le cose sante non potevano essere svelate immediatamente e completamente, perché esiste una gradualità con la quale l’uomo viene educato e si avvicina alla fede. Il sacerdote si affacciava dalla porta dell’iconostasi per offrire l’Eucarestia e non era quindi oltrepassata dai fedeli.
 
Il transetto, negli edifici di culto cristiani, s’intende indicare il braccio che interseca trasversalmente quello longitudinale, la navata centrale, all’altezza del presbiterio. L’incrocio fra transetto e navata dà forma a un cubo, è la rappresentazione del cosmo per l'uguaglianza dei suoi quattro lati e dei suoi Quattro Elementi simboleggiati dai Vangeli. Il Transetto è un perfetto Quadrato delimitato da Quattro colonne che sovrasta l’altare e il cui centro è l’incrocio delle due direzioni della Croce l’orizzontale e la verticale.
 
Figura 5. La barriera dell’iconostasi L Santa Maria delle Grazie – Grado
 
 
Il ciborio, o baldacchino è una parte costituita da una cupola sorretta da Quattro colonne e deve, di principio, coprire l’altare maggiore (molte chiese sono ancora fedeli a questa regola del baldacchino). Lo schema del ciborio è un Cubo (le quattro colonne) sormontato da una semisfera, cioè lo stesso schema del santuario, di tutti i templi e dell’universo (il cielo al disopra della terra). Non è possibile suggerire meglio di così che l’altare è il centro del mondo.
 
Nell’opera “Specchio del Mondo”, Onorio d’Autun stabilisce le seguenti corrispondenze: il coro rappresenta la testa di Cristo, la navata, il corpo propriamente detto, il transetto, le braccia e l’altare maggiore, il cuore, cioè il centro dell’essere. Da parte sua, Durando di Mende scrive: “La disposizione materiale della chiesa rappresenta il corpo umano perché il cancello, o il luogo in cui si trova l’altare, rappresenta la testa, e la croce, da una parte all’altra, le braccia e le mani; infine, l’altra parte che si sviluppa a Occidente rappresenta il resto del corpo”. Esiste una certa divergenza fra Durando e Onorio, il quale segue San Massimo a proposito del senso dell’altare e, di conseguenza del luogo in cui porlo nel coro o nel transetto. In ogni modo, la separazione della navata e del santuario (iconostasi), è obbligatoria, divide gerarchicamente l’assemblea: nella parte alta - dove si trova il santuario, corrispondente alla testa - siedono i chierici, la frazione pensante dell’assemblea; nella parte inferiore il popolo, la frazione attiva.
 Procedendo verso Oriente verso l’abside, si giunge alla conca absidale, con il suo essere concava ed essere che altro non è che un quarto di sfera, di per sé rimanda all’immagine antica del cielo e delle sfere celesti. Il coro è la testa della Cattedrale comprende il santuario che è la versione al Santo dei Santi. Nel coro verso l’apside è posta la cattedra del Vescovo, esattamente a Est, dove nasce la luce. Possiamo quindi considerare l’abside come una “Porta del Cielo” visualizzata dalle finestre poste nella parte elevata.  

[1]Con il termine labrum i Romani indicavano bacini e vasche circolari per contenere acqua. Le numerose fontane, che si incontrano passeggiando per le vie e le piazze di Roma, riutilizzano per la maggior parte di esse vasche e bacini antichi. Alcune di queste vasche sono state reimpiegate nelle Chiese, come preziose basi di altari o come fonti battesimali.
[2] L’iconostasi era il luogo ove erano poste le immagini sacre, in altre parole le icone (iconostasi = luogo ove sono poste le icone).
LE ABBAZIE CISTERCENSI - AD QUADRATUM

Le prime manifestazioni dell'architettura cistercense in Francia si ebbero in Borgogna nella prima metà del sec. XII. Rimane come testimonianza l’abbazia di Fontenay, edificata dal 1139 al 1147, durante il periodo di maggiore attività di San Bernardo.
 
 
Figura 1. Planimetria Abbazia cistercense di Fontenay
 
La caratteristica dell’architettura cistercense consiste in un rigore razionale e di un ordine logico. Lo schema delle abbazie cistercensi è realizzato in suddivisioni di spazi ad quadratum in modo da avere proporzioni perfette tra il piano e l’alzato. Il Quadrato assume notevole importanza come modulo costruttivo delle abbazie cistercensi. Il rapporto costruttivo è del Quadrato 1:1 oppure quello armonico 1:2, che regola non solo la divisione in pianta, ma anche quella dell’alzato. I rapporti proporzionali tra pianta e alzato sono sempre gli stessi, regolari e chiari.
 
Il tipo di progettazione ad quadratum, che era praticata dai cistercensi, e che diventerà un elemento importante dell’architettura gotica, da vita a uno spazio che nel quale esiste un’idea, il Quadrato come pianta della Città Celeste.
 
L’ordine Cistercense nasce e si sviluppa dal ceppo benedettino. Perciò sia la spiritualità sia la struttura urbanistica delle abbazie hanno come punto di riferimento l’ordine Benedettino. L'anno 1073, Roberto di Molesme, monaco benedettino, fondò una nuova abbazia a Molesme cercando un ascetismo rigoroso, che poi perse il rigore iniziale. Nel 1098, Roberto e vari monaci escono da Molesme, scontenti della mancanza di osservanza della Regola di san Benedetto, per fondare un nuovo monastero a Citeaux (in latino chiamata Cistercium) dove adempiere più strettamente la regola, facendo nascere l'Ordine cistercense.
 
È stato accertato dagli storici che i Benedettini sin dalle loro origini ripresero molte idee dall’antica architettura romana per la progettazione e costruzione dei loro edifici sacri. Si può dire con sicurezza che i classici latini che trattavano della fondazione di Roma sopravvissero oltre che nelle biblioteche dell’Impero Bizantino anche in quelle delle maggiori chiese e cattedrali, specialmente a Roma. È vero che nei monasteri dell’ordine di San Benedetto, di cui i cistercensi sono una ramificazione, inizialmente non vi fu alcuna attività di copia e raccolta dei testi antichi, come rilevano gli studiosi di paleografia. Fu solo nell’VIII sec. che in Italia i monasteri, ad esempio di Nonantola e Montecassino iniziarono quella loro attività archivistica.  
 
L’ordine cistercense si diffonde grazie agli sforzi di Bernard de Clairvaux (Bernardo di Chiaravalle) che teorizzava una struttura architettonica sacra meno addobbata e povera, priva di mostruosità plastico-decorative. Con questa tendenza si oppone alla visione dell’Abate Suger di Saint Denis, il quale è invece tipicamente gotico. L’ordine cistercense nacque dunque come una riforma di quello cluniacense, con il desiderio di eliminare tutto il peso che esercitavano nella vita temporale.
 
Le costruzioni dell’architettura cistercense prescindono dagli ornamenti, in obbedienza ai precetti di rigoroso ascetismo e povertà dell’ordine. Il suo stile si iscrive nella fine del romanico, con elementi del gotico iniziale. L’ordine, seguendo la Regola benedettina, osserva l’isolamento e la clausura, per cui quest’arte si sviluppa in costruzioni interne per l'uso dei monaci: chiesa, chiostro, refettorio o sala capitolare. Questi ambienti si trovano disposti generalmente nella stessa maniera. nell'abbazia viveva una seconda comunità, quella dei conversi. Vivevano la loro consegna spirituale nel lavoro giornaliero nel campo nei campi, nelle fucine e nei mulini, non sapevano leggere e non mantenevano nessun contatto con la comunità dei monaci.
 
Nella visione religiosa e trascendente dell’ordine benedettino-cistercense, ogni abbazia o cattedrale da loro edificata doveva riflettere simbolicamente la nuova Gerusalemme Celeste, ad quadratum (di forma quadrata), come descritta nell’Apocalisse di San Giovanni. Questa forte simbologia si rifletté nei monasteri nella ricerca di una città di Dio ideale, basata sull’organizzazione in quadrati delle distinte zone. Il Quadrato è la figura geometrica più frequente e più universalmente usata nel linguaggio dei simboli costruttivi insieme al Cerchio e alla Croce. Il Quadrato è il simbolo della Terra, in opposizione al Cielo, ma anche, ad un altro livello, è il simbolo dell’universo creato, cielo e terra, in opposizione all’increato e al creatore. Il Quadrato implica un’idea di stabilizzazione nella perfezione, come nella Gerusalemme Celeste. Villard de Honnecourt, che nel secolo XIII compose una raccolta di numerosi disegni stilizzati, ci dà la pianta di una chiesa cistercense del XII secolo, tracciata ad quadratum. La pianta della Chiesa cistercense tramandataci da Villard de Honnecourt ha “dodici misure uguali (il modulo) nel senso della lunghezza e otto nel senso della larghezza” (Padre Goffredo Viti, La Gerusalemme celeste, p. 8). Sappiamo solo che egli nacque in Piccardia, regione situata nel nord della Francia, a Honnecourt-sur-Escault, e che ricevette la sua educazione nella vicina abbazia cistercense di Vaucelles. È molto probabile che Villard de Honnecourt abbia annotato nel Taccuino alcuni dei segreti costruttivi che aveva appreso presso i cistercensi e che ad essi egli abbia aggiunto quelli appresi recandosi a visitare i cantieri delle cattedrali allora in costruzione.
 
Dal lato est del chiostro si accede alla sala capitolare, quadrata con la volta è a crociera a tutto sesto, con nervature che nascono in quattro piccole colonne centrali e in mensole distribuite per le pareti laterali. Questa volta classica cistercense si ripete in altre stanze ed è una delle caratteristiche di questi monasteri.
 
 
Figura 2. Sala Quadrata capitolare Abbazia di Sainte-Marie di Fontfroide
 
In questa sala si riunivano tutti i monaci con l’abate tutte le mattine, leggevano la regola, ogni monaco poteva riconoscere personalmente inosservanze della regola o poteva essere accusato di ciò da un altro monaco.
 
Nell’iconografia della Città Celeste è presente anche la fontana di acqua pura e cristallina che sgorga dal trono di Dio. L'acqua aveva una simbologia speciale: l’acqua del battesimo rappresenta la purificazione e la rinascita spirituale della persona nuova e cristiana, l’acqua della Genesi è l’origine del mondo, la fonte della vita significava l’immortalità. Il rifornimento d'acqua dell’abbazia era doppio: per lo scarico delle latrine, gli usi agricoli e industriali, se deviava parzialmente il corso del fiume di modo che passasse per un estremo del monastero; per l'acqua da bere e l'uso liturgico, si canalizzava acqua pura da una sorgente vicina fino al lavatoio, mediante impianti idraulici di una certa complessità per conservare la pressione.
 
La fonte si trova in un piccolo portico coperto, addossato al chiostro, di fronte al refettorio. Secondo il programma dell'ordine doveva essere una costruzione molto semplice e di aspetto gradevole. Questa struttura, chiamata lavatoio o, in latino, lavatorium, è una sala quadrata o esagonale con due porte, i monaci entravano in fila da una di esse, si lavavano in gruppi di 6 od 8 e uscivano dall'altra, per entrare nel refettorio. Si impiegava anche per la cura personale. Liturgicamente, si impiegava per le abluzioni e i sabati si lavavano i piedi gli uni agli altri. Risulta un piccolo tempietto quadrato o esagonale dove si notano in scala ridotta volta, arcate, contrafforti e facciate.

Figura 3. Pianta del Lavatoio di Fontenay
 
I Cistercensi seguivano un ordine sacro per creare il loro complesso monastico: si canalizzavano le acque stagnanti così che la terra si asciugasse; si livellava e fissando con la corda le dimensioni del complesso monastico, si orientava la chiesa e gli altri edifici con la luce dell’alba. A partire dal momento dell’alba per individuare esattamente durante gli equinozi l’Est, l’abate seguito dai monaci in processione che recitavano preghiere e benedizioni, procedeva a misurare con un bastone il perimetro della nuova struttura, progettata seguendo una precisa simbologia numerica.
 
Nell’architettura cistercense questa simbologia numerica ritorna puntuale, e abbiamo infatti le 12 porte, quattro per ogni lato, i 12 basamenti o 12 ambiti dove si svolge la vita del monaco, e le restanti misurazioni seguono i numeri ricorrenti nell’Apocalisse il 3, il 4, il 12, 144=122. Il numero 12 era fondamentale ai fini della fondazione della comunità, infatti, una nuova fondazione di un’Abbazia era eretta con l’elezione dell’abate, con un nucleo di 12 monaci e con tutto il necessario alla vita monastica; quindi si dirigeva verso il punto esatto in cui doveva sorgere l’altare, perfettamente orientato verso Oriente, e vi piantava una croce. La Chiesa cistercense spicca per il rigore del suo reticolo e per la costruzione modulare che pertanto sviluppa una visione sintetica. La chiesa era costruita sulla parte più elevata del terreno in forma di croce latina, con una zona sacra sollevata di 12 gradini di vaste dimensioni. Era il centro della vita di un monastero.
 
I luoghi regolari (il refettorio, il dormitorio, i locali della foresteria e della portineria), sono quelli raggruppati intorno al chiostro che è Quadrato secondo la tradizione della villa romana e, ed è considerato il cuore del monastero. Organizzato secondo un'idea distributiva, esso è misura delle singole parti che formano un compatto nucleo di edifici rettilinei disposti ai quattro lati. Il chiostro è in realtà costituito da due quadrati: uno piccolo (parte scoperta, giardino e aiuole), e uno più grande (tutti i locali coperti e le gallerie) che ha l’area doppia del piccolo.
 
Il chiostro come edificio specializzato non è esplicitamente menzionato dalla regola di San Benedetto, al contrario della maggioranza degli edifici che compongono un monastero. L’identificazione del claustrum (serratura separazione) con il termine italiano moderno chiostro, cioè un cortile attorno cui si dispongono tutti gli altri elementi costituenti l'abbazia, chiesa, sala capitolare, lavabo, è posteriore. Il chiostro è il centro della vita monastica e dallo stesso si accede a tutti gli ambienti dei monaci. Si tratta di una galleria coperta, che forma il perimetro di un quadrato da 25 a 35 metri di lato. Il chiostro è generalmente a sezione quadrata con un giardino quadrato che ha al centro una fontana. La tipica disposizione a quadrato fa in modo che la superficie del giardino sia la metà di quella comprensiva del camminamento del chiostro più il giardino. Veniva scelto anche il luogo dove doveva essere collocata la fontana, che in tutte le planimetrie è al centro dell’intera struttura monastica, anche se non al centro del chiostro.
 
La pianta delle Basiliche cistercensi, è sempre a croce a bracci disuguali, preferibilmente con abside quadrata. Il rapporto costruttivo è quello armonico del Quadrato 1:1 oppure 1:2, che regola non solo la divisione in pianta, ma anche quella dell’alzato.
 
La forma base, è sempre il modulo “ad quadratum” che viene usato piccolo nella crociera delle navate laterali, nelle cappelle del transetto e, grande, nella navata centrale, nel coro e nell'incrocio della navata con il transetto. In molte chiese abbaziali ritroviamo anche il doppio quadrato cioè il rettangolo 1 x 2 che si ottiene unendo le due crociere delle navate laterali, corrispondenti a un lato della crociera della navata centrale. L’abbazia di Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra è un perfetto esempio della progettazione ad quadratum.
 
      
                                                                                            Figura 4. Pianta dell’abbazia di Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra  
 
Anche per l’alzata dell’abbazia i cistercensi utilizzarono il modulo ad quadratum nel rapporto 2:1. Le ogive e le arcate del Gotico Cistercense spianano la strada al Gotico della Cattedrali Gotiche. Le ogive conferiscono una straordinaria leggerezza alla struttura, e paiono quasi imprimere uno slancio verso l’alto. La volta della Sala Capitolare dell’abbazia cistercense di Casamari merita uno sguardo attento, soprattutto per l’arcata centrale con strombature profondissime.
 
L’Abbazia di Casamari è uno dei monumenti italiani più antichi dell’arte gotico - cistercense. Il complesso si trova nel territorio di Veroli in provincia di Frosinone, dove un tempo sorgeva la cittadina romana di Cereatae Marianae, luogo di culto della dea Cerere ma anche luogo in cui nacque e crebbe il condottiero Caio Mario. Casamari infatti  vuol dire casa di Mario.
 
Figura 5. Ogive abbazia di Casamari
 
                                    
 

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