Monte Sant'Angelo Grotte di S. Michele - Sapienza Misterica

SAPIENZA MISTERICA
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Monte Sant'Angelo Grotte di S. Michele

Lo spazio sacro > Sacri Luoghi di energia

Ci sono dei luoghi in cui alita lo spirito dei luoghi in cui l’uomo si può impregnare di spirito. Questo spirito si può designare con nomi particolarmente saccenti, ma sarebbe un vero peccato non chiamarlo con il suo antico nome gallico: Wouivre.

La Grotta richiama simbolicamente le viscere della terra, è ombelico del mondo, luogo oscuro, pericoloso. Ha un rapporto con le forze negative demoniache che l’Angelo Michele sconfigge o doma, la grotta si erge sul Promontorio proteso verso il mare e sulla Montagna, immagine della tensione verso il cielo, verso il Divino. Un’immensa caverna calcarea, oggetto di culto misterico già in età greca e romana. Lo storico Strabone parla, riferendosi probabilmente ad essa, di un tempio dedicato al dio Calcante, mitico indovino, sacerdote di Apollo. Qui accorrevano i fedeli per chiedere i responsi, spesso trascorrendo le notti avvolti nelle pelli degli animali sacrificati. E’ probabile che vi si adorasse anche lo stesso Apollo, poi si adorò Mitra il dio nato da una roccia infine l’Angelo Michele.
 
MONTE SANT’ANGELO
 
I santuari dedicati all’Arcangelo, i Michaelion, erano spesso ricavati all’interno di grotte: la più famosa e forse antica in Italia è di Monte Sant’Angelo in Puglia, sul Gargano. Il santuario di Monte Sant’Angelo è situato in un promontorio montuoso, uno sperone, denominato Gargano, che si estende nella parte settentrionale della Puglia. Tutto il Gargano è terra di mistero. Si respira nella luce che si riflette nelle grotte che si aprono a fior d’acqua o che trapassa gli archi di roccia lungo il perimetro che da Lesina a Manfredonia disegna lo sperone d’Italia. È la natura che respira all’unisono con una sacralità ancestrale che percorre e fa vibrare il suolo di questa montagna sul mare. Un’onda geo-energetica che dall’antichità si protrae fino al presente. È un senso tellurico di mistero. Vi sono indubbie corrispondenze tra Gargano, Gargantua, San Galgano, San Gorgonio, il cavaliere Galvano della Tavola Rotonda e altri personaggi legati alle mitologie dell’Europa occidentale.
 
 
Figura 1. Veduta aerea Monte Sant’Angelo

Sullo sperone meridionale del promontorio del Gargano, la città di Monte Sant’Angelo costruita attorno al Santuario di San Michele Arcangelo è il centro abitato è il più elevato del Gargano (843 m), da questo promontorio si apre una bellissima vista sul Tavoliere della Puglia e sul golfo di Manfredonia. Il luogo è talmente intriso di energia, che i re Longobardi fecero della grotta di San Michele Arcangelo il loro santuario nazionale.
IL GARGANO NEL NEOLITICO

Il Gargano è stato un centro di numerosi insediamenti neolitici, il periodo storico è quello che precede quello greco-romano sul Monte Gargano. La Puglia è caratterizzata da antichissimi segni sul suo territorio menhir e dolmen, vi sono ancora ben 79 menhir astronomicamente orientati sparsi su tutto il territorio. Il più importante Dolmen in Puglia si trova in località Chianca, sulla strada per Corato, scoperto nel 1909. Consta di una cella quadrangolare con un’altezza di 1.80 metri, formata da tre lastroni in verticale a formare le pareti su poggia il lastrone più grande a formare il tetto. Un altro noto come Tavola dei Paladini si trova nel quartiere di Cimadomo. Altri due si trovano lungo la strada che collega Bisceglie a Ruvo, quello di Molinella a Vieste distrutto da uno sbancamento nel 1981. Il dolmen era costituito da tre grandi lastre emergenti verticalmente dal terreno e ravvicinate all’estremità, ricavate dal medesimo calcare nummulitico eocenico che costituisce l’altura di Molinella.

Figura 1. Dolmen di La Chianca

Fino a oggi momento la comunità scientifica ha riconosciuto nel Gargano la presenza di due dolmen risalenti al II millennio a. C., a Madonna di Cristo, nel Comune di Rignano Garganico, e a Pulsano, nei pressi di Monte Sant’Angelo. L’architetto Raffaele Renzulli negli anni scorsi ha fatto una serie di studi e ricerche sul sito dolmenico di Valle Spadella, riportando alla luce alcuni importanti monumenti megalitici. Una grotta risalente all’era preistorica e protostorica è stata trovata nelle montagne di Monte Sant’Angelo. Ci sono delle nicchie con immagini di volti sacri e c’è anche un’antefissa, una pietra con l’effige di una dea a dimostrare la forte vocazione religiosa del sito.

La cappella di San Michele a Puy en Velay situata in cima a uno sperone lavico, si trova anch’essa in una zona della Francia ricca di menhir e dolmen. Su un altro picco sorge il santuario della Madonna Nera di Puy su un luogo, dove vi era un antico dolmen, dalle proprietà taumaturgie. La grande pietra nera che copriva il dolmen è ancora conservata all’interno della chiesa. San Michele che sconfigge il Drago e la Vergine che calpesta il Serpente sono sovente appaiati[1]. Louis Charpentier scrive che la cattedrale di Chartres dove si venera una Madonna Nera è collegata alla presenza di un antico dolmen. Sotto le cripte di Chartres vi sono antiche grotte e cunicoli. Sia Le Puy nota come Chartres Meridionale, sia Chartres avevano un pozzo le cui acque sacre guarivano. L’acqua stillante dal soffitto della grotta di San Michele nel Gargano era ritenuta miracolosa. Non vi sono notizie dell’antica presenza di un dolmen a Monte Sant’Angelo, ma poiché su tutto il territorio della Apilia (Puglia) vi sono menhir e dolmen e ora si scoprono tracce anche sul Gargano, anche  se di questo monumento megalitico non vi è alcuna memoria storica o di leggenda. È ipotizzabile una sua presenza nel sito nell’antichità precristiana, visto la scoperta di piccoli dolmen e menhir e cerchi di pietre in quell’ampia conca sottostante il centro abitato della città micae­lica ai piedi della montagna di San Michele Arcangelo. Nulla vieta supporre che anche sul Monte Sant’Angelo vi fosse un dolmen come quello di La Chianca, e in seguito distrutto in epoca precristiana per far posto ad altre forme di culto.

Dove sorgono gli antichi luoghi di culto, è facile trovare ancora oggi chiese dedicate a San Giorgio o a San Michele, coloro che vinsero il drago, emblema delle forze caotiche della terra e, accanto a queste chiese, esiste sempre un pozzo o una sorgente, come se, nell’azione di questi santi, vi fosse l’esigenza della purificazione che l’acqua portava. Più di trecento centri dell’antica Grecia, dedicati al dio Esculapio, che ha come simbolo i Due Serpenti che si avvolgono più volte come la doppia spirale del DNA, furono eretti accanto a sorgenti d’acqua: in loro vi si svolgevano complessi rituali in cui s’invocavano le proprietà magiche di questo elemento.

Il culto di San Michele nel mondo occidentale è illuminante. Dal III al IV secolo l’arcangelo avrebbe fatto una serie di apparizioni collegate ai miracoli quali il salvataggio di persone travolte dall’acqua e all’improvvisa comparsa di fonti dal sottosuolo. L’Arcangelo Michele era conosciuto come patrono dell’acqua fluviale, medico, psicoterapeuta e guerriero. I santuari dedicati a San Michele sono per la maggior parte situati su alture in prossimità di acque, mare, in una grotta, in luoghi già oggetto di culti pre-cristiani facilmente collegabili alla Madre Terra, ed ecco il collegamento con la Vergine Nera. In Germania e in Francia, dove si diffuse il culto di San Michele Arcangelo, fu grazie soprattutto ai monaci celti.

I Druidi e i Celti ereditarono menhir e dolmen e altri luoghi sacri da popolazioni ben più antiche, anche se al tempo dell’antica Roma i Celti cerano ben presenti in Europa. Gli scrittori romani ricordano il Gargano coperto da un’unica immensa distesa di foreste, il “Nemus Garganicum” e Virgilio cita il Gargano e lo definisce “Nemetun Garganum” foresta Garganica. Per i Celti il bosco sacro era il nemeton, termine che deriva dalla stessa radice di nemus. Questo nemeton celtico era il “drunemeton”, il boschetto sacro di querce, luogo di riunione e di culto. Più in generale era il “tempio druido” in mezzo alle foreste, appartato dal gruppo sociale del quale era tuttavia il completamento spirituale indispensabile. Quelle popolazioni scesero dal Nord fino allo Jonio, rasentando i grandi boschi di quercia del Gargano, fossero antichi abitatori del Gargano, forse gli aborigeni italici che Virgilio poeticamente fa nascere come le driadi (ninfe) delle querce. A una trentina di chilometri in linea d’aria dal Monte Sant’Angelo, questi boschi prendono il nome di Foresta Umbra, cioè ombrosa. È il cuore del Gargano, una foresta millenaria che si estende per 11.000 ettari con altissimi faggi e oltre 2500 specie selvatiche.

Lo storico gallo-romano Pompeo Trogo (Storia universale, XXIV, 4, 1), racconta che 300.000 Celti, spinti dalla fame e seguendo il volo degli uccelli, migrarono, alcuni diretti in Pannonia (Ungheria), altri verso le Alpi stabilendosi in Italia. Una volta stabilitisi nella pianura padana, essa assunse il nome di Gallia Cisalpina in contrapposizione con la Gallia Transalpina (cioè di là dalle Alpi). I Galli (latinizzazione di Galati) terminarono l'occupazione dell’Italia del nord sottomettendone i precedenti abitanti e scacciando gli Etruschi dalle loro propaggini più settentrionali. I Celti non si fermarono all’Italia centro settentrionale, arrivarono in Campania e Puglia. I Celti con i caratteristici elmi “cornuti”, chiamati dai Greci Keltòi o Galatài, giunti nelle terre d’Apulia, cioè in Puglia già 400 anni avanti l’era cristiana divennero presto i primi nemici dei romani, contro i quali entrarono in guerra in varie occasioni. La presenza di segni runici, il linguaggio dei Druidi, è stata riscontrata anche nel santuario di San Michele sul Gargano[2].

Secondo un antico racconto orale apparso in stampa, a quanto pare per la prima volta, a Lione nel 1532 con il titolo Les Grandes et Inestimables Chroniques du grand et énorme Géant Gargantua (Le grandi e inestimabili Cronache del Grande ed enorme gigante Gargantua), Belisama una vergine, sotto il nome di Carmel, la “portatrice di pietra” fecondata dallo spirito divino di Belenus, generò un figlio, che fu “Quello della Pietra Gigante”. La pietra è Gar; l’essere è Tua, e quello della pietra gigante, è Gar-gant-tua. Al plurale, avrebbe dato i Gargantuata, la tribù delle pietre giganti. Questo gigante buono Gargantua, percorreva il mondo, come Apollo sul suo carro, da Est a Ovest, al ritmo delle stagioni dissodando le foreste, prosciugando le paludi era un grande trasportatore di pietre giganti: lastre, scalee, menhir. Questi racconti celtici si riferiscono a tempi remoti, preistorici, al periodo neolitico.

L’Angelo Michele della tradizione cristiana incarna le caratteristiche celtiche del dio luminoso Lugh-Belenos, un dio che esprimeva la funzione guerriera e sacerdotale. Tra l’altro vi è un’analogia molto stretta fra il testo dell’Apparitio sancti Michaelis e quello della leggenda della fondazione di Mont Saint-Michel detto “au péril de la mer”. Il celebre Mont Saint-Michel fino al XIII sec portava ancora il nome di “Mont Gargan” (all’epoca il Gargano era individuato con lo stesso nome Monte GARGAN o Monte Gargano) e la roccia vicina si chiama ancora oggi Tombelaine, ossia tumba Beleni, la tomba di Belenos. È stato posto nel folklore francese in rapporto con un mitico figlio del dio Belenos cui si attribuiva appunto quel nome, e che è divenuto poi il gigante Gargantua. Così non vi è stato bisogno di un gran cambiamento, in un periodo di conversione dei tempi pagani in luoghi di culto cristiani, per farne di queste divinità celtiche come BELENUS GARGAN un San Michele Ministro delle collere divine in un tempio sacro ai Druidi il cui nome si collega etimologicamente a quello italiano del territorio “GARGANO”.

Il complesso abbaziale (XII secolo) di Mont Saint-Michel in Normandia era sacro per i Druidi con il nome di Mont Belaine, il monte di Lugh-Belenus il dio luminoso dei Celti che, come Michele era rappresentato con una lancia in mano. Belenus è il dio del Fulmine ed è una divinità collegata al binomio fuoco e acqua. Baleno o Beleno è anche simbolo della guerra, Michele è l’Arcangelo guerriero per eccellenza, da Beleno deriva bellico.

Il territorio francese, per limitarci a questo, è costellato di luoghi il cui nome si collega etimologicamente a quello di Belenus (o Belen in francese) o di GARGAN. Sappiamo ben poco dell’antico Gargantua. Dovette essere un personaggio di una certa importanza se, come nota Markale, la toponimia francese presenta una gran quantità di luoghi detti «passo di Gargantua», «poggio di Gargantua» e simili. Gargantua era un gigante buono; in tutte le tradizioni egli appare sempre benvoluto, simpatico e le cristianizzazione non è mai riuscita a intaccare questa reputazione di Dio bonario e allegro.


[1] Vincenzo Pisciuneri  Wouivre - San Michele e il Drago - La Vergine Nera  http://www.sapienzamisterica.it/-wouivre---san-michele-e-il-drago---la-vergine-nera.html
[2] Antonio Romano https://gargano.wordpress.com/2013/04/22/il-mistero-del-nome-gargano/

IL PERIODO GRECO
 
Fu la zona della Frigia, e precisamente a Colosse e a Galgara, a veder fiorire forse il più antico luogo di culto, caratterizzato dallo scaturire di una fonte miracolosa, le cui virtù terapeutiche si manifestarono per esempio su di una fanciulla muta dalla nascita. A Pythia, in Bitinia, le acque termali attiravano stormi di malati già secoli prima del cristianesimo. Luoghi di culto micaelici sorsero lungo la valle del Nilo, lungo torrenti e ruscelli dell’Asia Minore. Sulla sponda europea del Bosforo, al nord della città, è attestata, nel IV secolo, l’esistenza di un michaelion, un santuario già dedicato alla dea Vesta, riconsacrato da Costantino all’Arcangelo Michele e divenuto famoso per le apparizioni e i miracoli. A San Michele guaritore furono consacrati a Costantinopoli ben 16 luoghi di culto. Sozomeno testimonia che, nel V secolo, vi si praticava il rito dell’incubatio, i fedeli avvolti nelle pelli degli animali sacrificati conseguivano la guarigione. Il V secolo registra un’attestazione romana, una basilica sulla Salaria, e una chiesa in grotta sul Gargano.
 
La mitologia e la tradizione narrano che il luogo oggi chiamato Monte Sant’Angelo fu zona di culto a Calcante, sacerdote di Apollo a Pilunno, a Podalirio. Il luogo boscoso, cosparso di anfratti e caverne, ben si prestava al raduno di piccole comunità dedite al culto dell’indovino Calcante e del medico Podalirio. Lo storico Strabone nel volume VI della sua “Geografia” afferma che erano venerati Calcante, Podalirio, Giano e Vesta, attesta inoltre la presenza di due luoghi di culto: “Nel territorio della Daunia, su un monte chiamato Drion esistono due templi: uno sulla sommità, dedicato a Calcante, e l’altro, sulla parte più bassa, a cento stadi dal mare, dedicato a Podalirio”.
 
Calcante, sacerdote di Apollo, risiedeva in una grotta eremitica della vicina Pulsano, dove proferiva i responsi del dio. Lo storico greco di Siracusa Timeo, nei suoi scritti del IV secolo, tramandò che i nativi usavano recarsi nella spelonca del Gargano per ottenere guarigioni. Podalirio (Podalèirios) è un personaggio della mitologia greca compare nell’Iliade di Omero, figlio di Asclepio ed Epione, era tra i pretendenti di Elena. Celebre medico imparò le sue arti guaritrici dal padre Asceplio e dal maestro Chirone.
 
A Calcante, figura divinatoria dell’Iliade, sarebbe dedicata la parte anteriore del santuario che, per altro, in epoca Paleolitica era già sede d’insediamenti umani che beneficiavano del volere divino attraverso riti sacri. Il santuario si colloca sul monte Drion, monte delle querce che, se rimanda da un lato all’influsso di correnti celtiche, dall’altro ricorda il culto del Podalirio. Uno specchio etrusco trovato a Vulci della fine del V sec a.C. raffigura un vecchio aruspice intento ad esaminare il fegato di un animale sacrificato per trarne auspici. L’iscrizione etrusca lo qualifica come Calchas, il mitico indovino greco Calcante qui rappresentato barbuto con l’attributo delle ali, chiara connotazione che sottolinea la sua funzione di tramite tra la realtà terrena e il trascendente. Da notare il piede poggiato su una roccia, azione fondamentale nel processo divinatorio da parte dell’aruspice che così facendo istituisce un contatto con il terreno, quale sede della sfera naturale e del mondo infero. Calcante è come l’Ermes greco, il Mercurio romano, messaggero degli dei, alias San Michele Arcangelo. Il culto locale verso Calcante essendo ancora forte nel V secolo d.C., non fu difficile sostituirlo con quello dell’Angelo.
 
La città di Monte Sant’Angelo si è sviluppata sul luogo in cui si trovava il tempio di Calcante, mentre la basilica e la grotta di S. Michele furono ricavate utilizzando le pietre del tempietto di Podalirio, figlio di Asclepio e medico dai poteri prodigiosi, presso il cui tempio vi era una fonte con acque dotate di poteri terapeutici ed utilizzate per medicare anche il bestiame.
 
IL PERIODO CELTICO
 
Una fonte con acqua miracolosa come a Monte Sant’Angelo si trovava anche a Le Puy en Velay, e a Chartres, anch’esse regioni con la presenza di dolmen e di menhir, anticamente abitate da popolazioni celtiche della Francia. Le ultime due fonti di acque terapeutiche hanno cessato di fornire il loro contributo benefico. Sulla collina di Chartres, i costruttori megalitici all’interno di un tumulo, avevano in tempi remoti innalzato un grande dolmen dentro il quale si credeva riposasse una potente energia risanatrice, proveniente dalle correnti telluriche, dalla Madre Terra. In virtù del potere magico della zona i Druidi, (sacerdoti dei Celti) scavarono vicino al dolmen un pozzo e fondarono un centro sacro.  Una volta c’era un bosco sacro sulla cima della collina, dove ora sorge Chartres. Secoli prima la collina era conosciuta come Carnute, dove - secondo Giulio Cesare – i Druidi svolgevano le loro cerimonie. Un vecchio pozzo dietro la cattedrale si ritiene sia stato usato dai Druidi a fini di divinazione. I Druidi studiarono il gorgogliare di acqua quando era stata vigorosamente agitata da un’asta di quercia”.  L’antico pozzo celtico detto dei Possenti, quadrato e orientato secondo i punti cardinali, situato nella cripta dell’ala Nord-Ovest della cattedrale, nel 1645 per ordine del Capitolo fu fatto sparire e fu ricoperto da terra, con la motivazione che la devozione popolare era rivolta più al pozzo che ai canonici. Il pozzo fu ritrovato e portato alla luce nel 1904 da René Merlet.
 
Il dolmen è pietra di religione. È situato in un luogo, dove la corrente tellurica ha un’influenza spirituale sull’uomo; è situato in un luogo, dove soffia lo spirito. Esso ricrea la caverna, ed è nel seno stesso della terra, nella camera dolmenica, che l’uomo ricerca il dono terrestre.                                                                                                                                                                                                
Figura 1. Dolmen pietra di religione
 
 
A Le Puy en Velay dove si venera la Madonna Nera e San Michele Arcangelo, anticamente vi era sulla cima del monte Anicium o Anis, Rocher Corneille, un antico dolmen druidico: una grossa lastra di pietra nera che lo sormontava divenne preziosa. Le Puy che significa “il Picco” è cresciuto alla base di due masse sostanziali di basalto, coni di antichi vulcani. accanto a un antico dolmen, si trovavano un albero di biancospino e una sorgente di acqua che aveva potere di guarigione. Le virtù curative del luogo sacro pozzo e dolmen furono riconsacrati a Maria, che secondo la tradizione ha curato malattie col contatto con la pietra. Le Puy-en-Velay è con Chartres, il più antico santuario mariano della Gallia cristiana. Le Puy era un grande centro sacro druidico del Sud della Francia e Chartres quello del Nord. Il pozzo sacro fu posto sul retro della cattedrale, dalla parte dell’abside, e si legge: “FONS OPE DIVINA LANGUENTIBUS GRATIS MEDICINA SUBVENIENS UBI DEFICIT ARS HYPOCRATIS”. “Questa fontana con la forza divina, è utilizzata per curare malati in modo gratuito quando fallisce l’arte di Ippocrate”. La leggenda dice che si è prosciugata, ma deve riemergere e segnare “l’inizio di una nuova era”.
 
Il pozzo del medico Podalirio a Monte Sant’Angelo non esiste più, nella grotta dell’Angelo, l’acqua miracolosa continuava fino al 1980 a trasudare dalla roccia, e per tale motivo fu chiamata “Stilla”. Non era una sorgente di grandi dimensioni, non produceva grossi effluvi. La sorgente si trovava accanto al presbiterio, dietro l’altare di S. Maria del Perpetuo Soccorso (uno dei più antichi altari della Celeste Basilica), un piccolo pozzo chiamato, il “pozzillo”, riceveva acqua “da una fontanella” che sgorgava dalla rupe della spelonca.  
 
L’acqua, secondo gli antichi, era dotata di caratteri e virtù eccezionali: i pozzi sacri, architetture religiose e simboliche dedicate al culto e all’adorazione dell’acqua sorgiva, essenziale per la vita, erano mete di pellegrinaggi. Le sorgenti, i fiumi e i laghi, erano considerate sacre, diretta emanazione della Dea Madre portatori di potenza e di fertilità; rievocavano la peculiarità del ciclo materno, capace di generare la vita e nutrirla. La presenza di pozzi o di corsi d’acqua è il motivo dominante dei culti misterici.
 
Il culto di San Michele, in effetti, raccoglie in sé molti elementi ed aspetti simbolici dei culti che hanno preceduto il Cristianesimo, in particolare la figura mitologica di Ercole, di Mercurio, e del Mitra dei Persiani, il cui culto è stato ampiamente diffuso nell'impero romano fino al III-IV sec. d.C. prima di essere spodestato dal Cristianesimo.
DAL CULTO DI MITRA AL CULTO DI MICHELE ARCANGELO
 
Al tempo dell’impero romano il celeberrimo santuario-grotta del Gargano, fu dedicato a Mitra divinità iranica venerata dagli imperatori romani. Essendo il dio nato da uno spuntone roccioso, si venerava una roccia conica dalla cui sommità sporgeva un giovane con il berretto frigio. Vincitore delle forze del male, benefattore dell’umanità, fu portato in cielo su di un carro di fiamme, ma sarebbe ritornato dopo un lungo ciclo di anni e avrebbe dato ai suoi fedeli una bevanda che li avrebbe resi immortali.
 
La liturgia mitraica comportava sette gradi d’iniziazione: si cominciava con la partecipazione a un banchetto costituito da pane e acqua tinta nel vino. Le cerimonie avvenivano in una cripta, percorsa da acqua proveniente da una fonte sacra nel mezzo o di lato, indispensabile per le abluzioni e le immersioni purificatrici. Dietro l’ara vi era sempre un bassorilievo rappresentante Mitra in atto di uccidere il toro sacro, il cui sangue simboleggiava la vita dell’universo; non mancava poi la statua del Tempo infinito. Mitra all’origine era una divinità indiana vedica, risalente al periodo indo-iranico. Assunse poi alcune caratteristiche del dio Sole e di Apollo, acquistando molta importanza durante l’impero romano e contendendo addirittura il primato al cristianesimo. Come Apollo, vincitore nell’antichità del serpente Pitone, figlio della Terra, così Michele trionfa sul drago. Il nome ebraico di Michele è Mika el, ossia il grido di battaglia “chi è come Dio?” Nella Bibbia Michele viene in aiuto a Daniele e vigila sui giudei perseguitati da Antioco.
 
La cristianizzazione e l’occultamento dell’origine del nome del luogo cioè Gargano, avvenne quando fu creata ad arte da un autore anonimo all’inizio del IX secolo la prima leggenda: Liber de apparitione santi Michaelis in Monte Gargano. Si narra che nell’8 maggio del 490, un pastore del posto, Elvio Emmanuele nome poi tramutato appositamente in Gargano, rientrando la sera con il suo numeroso gregge al recinto di custodia, si accorge che manca un toro. Stanco per la ricerca ed irato, quando lo scorge inginocchiato all’ingresso di una grotta, lo saetta con una freccia che, però ritorna su se stessa e lo colpisce a una gamba, e subito dopo gli appare l’Angelo munito di spada. Grande è l’impressione, tanto che la notizia arriva agli orecchi del Vescovo di Siponto Lorenzo Maiorano, il quale, dopo tre giorni di digiuno e di orazione, ha la prima apparizione di S. Michele che gli rivela di essere stato lui l’autore del gesto misterioso per evidenziare che sarà il patrono e il custode di quella terra. Ci voleva un segno divino, solo così la gente avrebbe iniziato a credere. In questo racconto il ricco ed irascibile Gargano, era il paganesimo, che cadde colpito dalla sua stessa freccia, per intervento dell’Angelo. In questa narrazione Gargano, è descritto come un pastore forte, rissoso, quasi una divinità pagana simile ad Ercole, come pure è evidente la somiglianza tra la narrazione del Liber che si riferisce a Gargano e due episodi riferito ad Ercole: quello che lo vede alla ricerca della mandria rubata, riportato nell’VIII libro dell’Eneide, e quello narrato da Apollodoro che lo vede alla ricerca di un toro che, tuffatosi in mare, si allontana da Reggio e raggiunge la Sicilia, dove il semidio lo ritroverà fra gli armenti di Erice, figlio di Poseidone.
 
La definitiva sostituzione del paganesimo con il cristianesimo fu sancita da una seconda apparizione dell’angelo al Vescovo nel 492. La grotta dove secondo la tradizione cristiana apparve Michele era in origine dedicata al culto del dio Mitra. Si trattò di una cristianizzazione di luoghi di culto dedicati a Mitra, detti Mitrei. La leggenda di Gargano sembra sottolineare l’imposizione di questo cambiamento. Gargano cerca di uccidere un Toro, così come fece Mitra su comando del dio Sole. L’apparizione dell’Arcangelo che impedisce l’uccisione del toro ritorcendo le azioni in merito contro Gargano, l’arciere, segna il nuovo corso, il cristianesimo, che deve soppiantare il paganesimo.
 
Il Gargano, la propaggine più avanzata del suolo italiano verso l’oriente, grazie anche alla fama acquisita per queste apparizioni, fu gelosa custodia dei Bizantini che tenevano sotto il loro dominio tutte le regioni costiere adriatiche, segnatamente quella a loro più vicina, cioè la Puglia. In questa fase il Santuario era ben diverso da come ci appare oggi. All’immensa caverna si accedeva in salita dalla valle chiamata “di Carbonara”, attraverso un porticato ed una galleria che sbucavano letteralmente nell’irregolare e profonda caverna. San Michele, in questa fase storica, era venerato come il guaritore delle malattie colui che presenta le anime dei defunti al trono divino. Famosa la cosiddetta “stilla”: un’acqua miracolosa che, secondo i racconti, stillava dalle rocce della caverna e guariva ogni sorta di mali.
I LONGOBARDI E MONTE SANT’ANGELO
 
Il secondo episodio della storia moderna del santuario racconta la vittoria dei Longobardi di Benevento contro i Bizantini nel 650, ottenuta per la protezione dell’Arcangelo; in ossequio al voto fatto furono eseguiti vari lavori di ristrutturazione all’interno della grotta. Lo scontro per il possesso dell’Italia Meridionale tra Longobardi e Bizantini sfociò in una battaglia vinta dal duca di Benevento, ma fu alquanto trasfigurata ed arricchita in senso religioso popolare. Quando nel IX secolo, accanto alla data tradizionale del 29 settembre, cominciò a comparire l’8 maggio come dies festus della dedicazione della chiesa micaelica, la storiografia longobarda datò proprio a quel giorno l’apparizione di Michele al Vescovo e la vittoria del re Longobardo Grimoaldo sui Bizantini, contribuendo a creare una tradizione che si è perpetuata ininterrottamente nei secoli. La storia moderna del santuario inizia dunque il 490 d.C. con la prima apparizione dell’Arcangelo Michele, poi Bizantini, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e fino al Regno d’Italia. I re di Savoia, per sancire il loro diritto di possesso sulla Basilica, riconosciuta fino al Concordato del 1929 come Palatina, cioè di proprietà del re alla stregua del suo palazzo reale, la impreziosirono di una nutrita serie di piviali e pianete in giallo oro, tutte segnate dallo scudo bianco crociato della dinastia.
 
I Longobardi si convertirono al Cristianesimo grazie all’opera di papa Gregorio Magno, che mirava all’alleanza per contrastare le sempre più forti ingerenze da parte dei Bizantini. L’opera di conversione fu sostenuta dalla regina Teodolinda che a sua volta si avvalse dell’opera e della predicazione di uno dei più famosi santi/taumaturghi della chiesa celtica irlandese, San Colombano. I Longobardi scelsero San Michele come loro protettore, perché era tra le figure cristiane quella che meglio ricalcava le virtù e le caratteristiche del dio Odino, figura principale del culto delle popolazioni di origini germaniche.
 
L’angelo Michele il principe guerriero di Dio protegge un popolo di guerrieri convertiti e quindi appartenenti al popolo di Dio. E fu il re longobardo Cuniberto (667-687) a sancire questa conversione facendo dipingere l’effige di San Michele Arcangelo sulla bandiera longobarda. A Lui dedicarono una Basilica a Pavia dove furono incoronati vari Re d’Italia e a Lui, dedicarono quasi tutte le chiese che costruirono.
 
In ragione del fatto che il Santuario convogliava l’interesse delle diverse forze che agivano nell’Italia meridionale, tra il VI e il VII secolo, esso assunse una precisa connotazione che si intrecciò strettamente con la storia dei Longobardi. Il Santuario di San Michele si caratterizzò per un preciso ruolo di mediazione tra la promozione di una fede popolare e il consolidarsi di una politica religiosa: divenendo il sacrario nazionale dei Longobardi che vedevano nell’Arcangelo la figura ideale di dio guerriero protettore. La Basilica fu oggetto di imponenti lavori di ristrutturazione ed ampliamento che abbellirono e resero più funzionale la sua struttura.
 
Il santuario fa parte del sito seriale “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”, comprendente sette luoghi densi di testimonianze architettoniche, pittoriche e scultorie dell’arte longobarda. Nella basilica di San Michele a Monte Sant’Angelo sulle iscrizioni sulle mura, l'analisi dei nomi, fatta dagli studiosi dell'Università di Bari, denota una netta prevalenza di popolazioni longobarde. Vi sono tuttavia anche iscrizioni incise nell’antico alfabeto runico che tramandano nomi dell'area britannica. La funzione delle rune è ben diversa da quella delle lettere dell'alfabeto comune. Esse non servivano per scrivere testi o come elementi minimi di un significato più vasto, avevano carattere molto spesso iniziatico o un utilizzo magico sacrale. Certo è che tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, la grotta del Gargano era già sede di culto, come attestano alcune iscrizioni dalle quali si ricava che già esisteva al riguardo un pellegrinaggio di una certa portata. Il Gargano diventa così crocevia dei pellegrini provenienti anche dalle regioni più settentrionali dell’Europa, come è testimoniato dalle diverse iscrizioni incise sui muri degli ingressi, alcune a carattere “runico”, che percorrevano la “Via Sacra Longobardorum”, considerata al pari di quella che portava i pellegrini a Santiago di Compostela, un vero e proprio centro spirituale.
 
LE CRIPTE LONGOBARDE
 
La parte più suggestiva delle antiche costruzioni del santuario risalenti al tempo dei Longobardi sono le Cripte, dove si trova conservato sulle strutture murarie, il corpus epigrafico, costituito da circa duecento iscrizioni, incise o tracciate a sgraffio, l’unico corpus epigrafico longobardo sinora rinvenuto in Italia. Ora fanno parte del museo Lapidarium o Lapidario.


Figura 1. Monte Sant’angelo - Cripta Longobarda
 
Questi ambienti sono ritornati alla luce in seguito agli scavi promossi da Mons. Nicola Quitadamo negli anni 1949-1960. Una volta servivano come l’ingresso alla Grotta e furono definitivamente abbandonati nel secolo XIII, all’epoca delle costruzioni angioine. Numerose iscrizioni lungo le pareti delle “cripte”, talune a caratteri runici, testimoniano il notevole afflusso dei pellegrini provenienti da tutta l’Europa fin dall’epoca longobarda.
 
Le cripte si sviluppano in due ambienti e in due fasi che fanno datare le costruzioni tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo. Le cripte, lunghe circa 60 metri, si sviluppano fin sotto il pavimento della Basilica. L’ambiente giunge fino al possente muro di sostegno sul quale, nella parte superiore, sono poggiate le famose Porte di bronzo. La prima parte delle cripte ha la forma di una galleria porticata, articolata in otto campate rettangolari. In quest’ambiente sono stati esposte sculture provenienti principalmente dagli scavi del santuario. La seconda parte delle cripte è di epoca longobarda e presentava due scale (una delle quali è andata distrutta) che terminavano con una piccola platea con un'abside e un altare con numerose iscrizioni.
 
Al Lapidarium si accede dopo aver disceso tutta la monumentale scalinata angioina, con i suoi sarcofagi sormontati dagli arcosoli (sepolcri arcuati), fino all’atrio inferiore. Qui si svolta subito a sinistra, lasciando sulla destra l’ingresso alla Basilica-Grotta, e si percorre l’intero corridoio portandosi in prossimità dell’ingresso della Cappella Penitenziale (1999). Quasi di fronte ad esso, attraverso una porta di ferro battuto e vetro, si accede alla scalinata che conduce al Lapidarium.

PERIODO MEDIOEVALE

Tra la fine del IX e gli inizi del X secolo, si registrano vari attacchi da parte dei Saraceni, il più grave dei quali condotto nell’869. Probabilmente in seguito a tale incursione, il Santuario fu seriamente danneggiato. Più tardi, tra il X e l’XI secolo, il Santuario si trovò ad essere nuovamente sotto il dominio Bizantino (seconda ellenizzazione). I primi Normanni venuti in Italia, ben presto, si spinsero verso il Gargano e qui strinsero alleanza con il condottiero Melo da Bari per scacciare nuovamente i Bizantini dalla Puglia. Cominciò, così, il periodo normanno durante il quale la Città di Monte Sant’Angelo ricevette un singolare privilegio: fu definita “Signoria dell’onore” e godette d’innumerevoli esenzioni. Lo svevo Federico II venne spesso a dimorarvi nell’omonimo castello con la sua corte fastosa e la sua prediletta, la contessa Bianca Lancia di Torino. La leggenda vuole che nell’imponente castello di Monte Sant’Angelo il “Puer Apuliae” abbia generato Manfredi da Bianca Lancia. Tale sito religioso assunse un’importanza tale che Federico II di Svevia di ritorno dalla crociata del 1228, vi donò un frammento della “Vera Croce”, incastonata in una croce di cristallo.
Tra la seconda metà del XIII secolo e i primi decenni del xiv, il complesso di San Michele Arcangelo subì un’imponente opera di trasformazione promossa e realizzata dai sovrani angioini che avevano il Santuario sotto la loro speciale protezione. Per volontà di Carlo I d’Angiò il collegamento tra la Grotta e il centro abitato di Monte Sant’Angelo, dominato dal gruppo di edifici attorno a Santa Maria Maggiore, venne reso più agevole ampliando e prolungando di alcune rampe la scalinata in parte già esistente. A lui si devono l’attuale sistemazione del Santuario (con un’ardita operazione che tagliava a metà la grotta, relegando nel sottosuolo gli antichi ingressi bizantini-longobardi) e l’accesso “in discesa” dal lato sud attraverso un’ampia scalinata segnata da grandi arcate laterali.
IL SANTUARIO
 
La chiesa micaelica è posta sulla sommità della montagna, scavata nel cuore della roccia, in una grotta naturale che si addentra per circa ventiquattro metri nelle viscere della terra. All’esterno, la sommità della montagna è in parte ricoperta da un bosco di cornioli (cornea silva) e in parte degrada verso un altopiano verdeggiante.
 
La struttura del Santuario è costituita da un livello superiore e da uno inferiore. Al livello superiore sono presenti il portale romanico e un campanile ottagonale risalente al 1273. In principio alto ben 40 metri, poi ridotto a 27 metri, 27 è multiplo di 9 e numerologicamente è 9, come 3 al quadrato ha significato di perfezione superiore, e come 8+1 indica il gradino più in alto verso il divino, la torre segnala da sempre la posizione del santuario. Il campanile è chiamato anche torre angioina perché fu eretta da Carlo d'Angiò come ringraziamento a San Michele per la conquista dell’Italia meridionale ed è modellato secondo lo schema delle torri di Castel del Monte.

In fondo al piazzale in pietra si apre con due arcate ogivali l’ingresso superiore della Basilica, e in alto sul portale destro vi si legge l’iscrizione: “Terribilis est locus iste – Hic domus Dei est et porta coeli”, cioè “terribile, è questo luogo, questa è la casa di Dio e la porta del cielo”. Le parole che accolgono il visitatore annunciano la bellezza e la potenza spirituale particolare del luogo. La frase è tratta dall'Antico Testamento (Genesi, 28; 17). In questo passo si racconta come Giacobbe, fermatosi per riposare nella città di Beth-El (che in ebraico significa casa di El) ebbe in sogno la visione di una scala che saliva dalla Terra al Cielo. Al risveglio eresse in quel luogo una stele che consacrò con queste parole: “Questo è un luogo terribile! Questa è la casa di Dio e la porta del Cielo”. Beth-el che significa “Casa del dio” ed è il nome che veniva dato ad alcune pietre considerate sacre dai Semiti. Erano intese come Pietre magiche cui si attribuiva anche spirito profetico, dono della parola. Non è un caso che nell’antichità a Calcante, figura divinatoria, sarebbe dedicata la parte anteriore di quello che sarebbe diventato il santuario di Monte Sant’Angelo.
 
Sotto l’iscrizione nella lunetta del portale la raffigurazione della madre divina seduta sul trono con il Bambino in braccio. La cornice o arco più esterno del portale nord è decorata con un motivo formato da 29 tessere. L’importanza del numero 29 è legata ai numeri primi, infatti è il decimo numero primo, chiude la decade dei numeri incorruttibili.  
 
 
Figura 1. Santuario Monte Sant’angelo - Portale destro
 
Una scala di 89 gradini distribuiti in cinque rampe, scende dal vestibolo d’ingresso all’atrio interno; si accede poi alla chiesa attraverso un portale romanico con magnifiche imposte di bronzo, eseguite a Costantinopoli nel 1076. Il numero 89 degli scalini rappresenta il 24° numero primo. È la somma delle sue cifre sommata al prodotto delle sue cifre: 8+9+(8x9)=17+72=89. Il pitmene di 89 è il numero otto: 8+9=17=1+7=8. L’ottagono espressione geometrica del numero otto, visualizzato nel campanile ottagonale, nel Castel del Monte di Federico II, anch’esso ottagonale, rappresenta la forma ideale del battistero, l’equilibrio tra lo spirito e la forma. La scala, intagliata nella viva roccia, ha volte ogivali ed è racchiusa tra le pareti nelle quali sono scavate nicchie ad archi gotici con sepolture di nobili famiglie. Come nella Sacra di San Michele, anche questo tratto era chiamato “Scalone dei Morti”.
   
Il livello inferiore comprende la grotta, alla quale si accede direttamente dalla scalinata angioina, il museo devozionale e le cripte. La grotta presenta al suo interno, oltre la statua del Santo, la cattedra episcopale e la statua di San Sebastiano. Le cripte si trovano in ambienti di età longobarda e servivano da entrata alla grotta. Vengono definitivamente abbandonate nel XIII secolo. Le iscrizioni lungo le pareti delle cripte, in alcuni casi a caratteri runici, testimoniano il notevole afflusso dei pellegrini provenienti da tutta l'Europa fin dall'epoca longobarda.
 
Anticamente l’ingresso della grotta celeste dove è custodita l’impronta dell’Arcangelo Michele, era collocato sotto l’attuale pavimento dove oggi, attraverso un percorso ascensionale, si può rivivere il Santuario dell’epoca longobarda e bizantina verso le cui pareti ancora tuttora sono evidenti grafiti e simboli risalenti al VI e VII secolo dominato dai Longobardi. Nel 1274, fu chiuso il vecchio ingresso e costruita la Basilica superiore da Carlo D’Angiò che inaugurò l’attuale ingresso della Basilica superiore. Sotto la statua di San Michele Arcangelo posta sull’altare della grotta, è custodito l'altare originario in pietra, dove è impressa un’impronta di piede di un fanciullo attribuita all’Arcangelo Michele.
 
Il santuario è composto di due parti: la prima in cui si accede è la Basilica Palatina che Carlo I d’Angiò fece aggiungere nel 1273, una navata a costoloni, dotata di tre campate coperte con volte a botte. La seconda parte è invece costituita dalla chiesa ricavata nella roccia, che si addentra nella montagna.
 
Nel luogo dell’Angelo, non era consentita la presenza dei cadaveri. Tuttavia i notabili più importanti ed abbienti forti del loro potere non rinunciarono comunque alla sepoltura almeno nei pressi della dimora di S. Michele che dalla Bibbia viene identificato anche come Colui che presenta le anime al tribunale di Dio.
LA GROTTA DELL’ANGELO
 
Definita cripta e domus angulosa, per le pareti irte di sporgenze e rientranze, con la volta rocciosa irregolare, che in qualche punto ancora oggi si sfiora con la testa, in qualche altro a mala pena si tocca con le mani. La caverna dei primordi sarebbe stata costituita da due cavità: una più piccola e avanzata, chiamata “apodanea”, dall’impronta dell’Angelo lasciata sulla pietra; l’altra più grande, dove si sviluppò il luogo di culto. Con il vescovo Leone Garganico, a partire dall’XI secolo il luogo di culto ha occupato la parte superiore terminale dell’ampia caverna.
 
                                                                        
 
Figura 1. Monte Sant’angelo - Grotta di San Michele Arcangelo
 
L’interno della grotta è a una navata con volte ogivali poggianti su mensole. Sulla destra si apre la suggestiva grotta dell’Arcangelo, sul cui fondo si staglia l’altare con la statua di S. Michele in alabastro, cinquecentesca: a sinistra dell’altare una cattedra episcopale del XII secolo. Nella cavità a sinistra si apre l’altare della Madonna, e appena dietro, fino a 40 anni fa circa, si poteva raccogliere l’acqua miracolosa stillante dalla roccia. L’acqua stillante dal soffitto della grotta era ritenuta miracolosa. All’interno dell’antro in passato continuava a sgorgare dalla roccia una stilla, che, raccolta dai fedeli in recipienti di vetro per motivi terapeutici, si rivelava particolarmente efficace contro le febbri. Secondo antichissimi racconti popolari varie persone, dopo aver passato qualche notte nel tempio, accanto alla statua dell’Arcangelo e bevuto di quell’acqua, mediante sogni ricevevano istruzioni sui modi e cure da seguire per propiziare guarigioni che avevano del prodigioso.
 
Alla sinistra del presbiterio si trova un baldacchino ligneo, che ospita l’altare della Madonna del Perpetuo Soccorso, dietro il quale si trova un piccolo vano chiamato Pozzetto oppure, con un altro nome, la Stilla.  E’ questa la grotta “del pozzetto” (o pozzillo) dove prima dei lavori del 1978-1980 era raccolta l’acqua della “Stilla”, che era il luogo delle guarigioni già in epoca precedente al culto micaelico.

 
LA GROTTA DELLE PIETRE
 
Un misterioso antro, chiuso da cancellata, rimane sempre al buio: solo una bellissima scultura Madonna è illuminata. Si accede salendo sei gradini scavati nella roccia, e l’ingresso è quasi sempre impedito da una cancellata, che è aperta solamente nelle giornate di grande afflusso dei pellegrini, data la sua funzione di uscita di emergenza. La fase più arcaica conosceva l’antro denominato “Cava delle pietre” quasi come una naturale cappella laterale della Grotta principale. Troneggia nel buio, sulla parete frontale, un’antica immagine della Vergine seduta sul trono col divino Bambino, circondata da quattro angeli tra una possente cornice di foglie di acanto e, a sinistra, ciò che rimane del rilievo di un Santo pellegrino, identificato come San Giacomo di Galizia. Questo particolare collega la Via dell’Angelo, con la Via verso Santiago di Compostela.
 
Originariamente la Madonna Nera, rappresentazione della materia prima nascosta nel ventre della terra, era installata nelle cripte degli edifici sacri. Si chiamava Nôtre Dame de dessous terre, Nostra Signora di sotto terra. Collin Plancy (1866), nella “Leggenda della Vergine”, si riferisce a un boschetto intorno a Puy, dove i Druidi veneravano una “futura Dei Virgo nascitur” una Vergine prima di dare alla luce un Dio. All’inizio a Le Puy, c’era la pietra nera del dolmen che guariva, meta di pellegrinaggi. Poi ci fu il culto della Vergine Nera sotto forma di statua antica.
 
 
Figura 1. Santuario Monte Sant’Angelo Madonna con Bambino
 
Si tratta della cosiddetta “Grotta delle Pietre” (o Cava delle Pietre votive): qui i fedeli venivano a staccare o raccogliere dei frammenti di roccia come reliquie, perché considerati intrisi dei poteri di guarigione. Si portavano addosso come elementi magico-religiosi contro i mali dell’anima e del corpo. Provenivano da qui le pietre che il vescovo Puccinelli segnò nel 1656, eseguendo un comando dell’Arcangelo Michele, invocato affinché sconfiggesse la peste dalla città di Monte Sant’Angelo (come abbiamo già visto). Con queste pietre si consacravano anche altari e chiese dedicate all’Arcangelo Michele. Le sacre pietre erano distribuite ai fedeli durante la solenne processione che si teneva la Domenica dopo Pentecoste. Il clero aveva deciso, infatti, che in tale data si dovesse celebrare in tutta la diocesi un Te Deum di ringraziamento, in ricordo dell’intervento miracoloso di San Michele. Le sacre pietre erano trasportate su appositi piatti durante tutta la processione. Queste pietre hanno anche proprietà taumaturgiche, come quelle di lenire reumatismi e dolori in genere. Le pietre sono da sempre considerate le “ossa della Madre Terra”, come l’acqua ne è il sangue, e non sono altro che connettori naturali che attingono alle correnti telluriche sotterranee e le accumulano come condensatori, irradiandone all’esterno i loro benefici influssi.
SAN MICHELE ARCANGELO E LA VERGINE
 
La porta destra dell’ingresso del santuario e segnata dalla presenza della Madre sul trono col Bambino. La Cava delle pietre è anch’essa segnata dalla scultura della Madre sul trono col Bambino. Lo storico Giovanni Tancredi ci informa che alla destra del rilievo della Madonna vi fosse un tempo situata l’icona di rame dorato dell’Arcangelo Michele, la più antica conservata nel Santuario e quella destinata al culto, ora esposta nel Museo Devozionale. Il pezzo più prezioso di questo Museo è l’Icona in rame dorato di San Michele Arcangelo. Rinvenuta agli inizi del 1900 nella Cava delle pietre, luogo per sua natura capace di passare inosservato durante i saccheggi, l’Icona è probabilmente un dono votivo.
 
San Michele è ritratto frontalmente con aureola, ha tunica corta con motivi decorativi incisi e ali spiegate. La mano destra è alzata e in origine reggeva, forse, un’asta con la punta rivolta verso il basso; la mano sinistra regge il globo su cui è raffigurata la mano di Dio benedicente alla greca. Il volto tondeggiante ha occhi a mandorla, naso affilato, bocca sottile e lunghi ricci. Sul suppedaneo è incisa l’iscrizione dedicatoria, in cui sono ricordati Roberto e Balduino, due personaggi con nomi di origine franca committenti dell’opera che gli studiosi datano all’XI secolo per cui essa si pone come la prima immagine dell’Arcangelo ora presente nel suo Santuario.
 
San Michele che sconfigge il Drago e la Vergine che calpesta il Serpente sono sovente appaiati. Il Drago è un animale ctonio: lo denotano come tale il suo strisciare, il suo abitare in grotte sotterranee, la sua attitudine a custodire tesori nascosti. Le ricchezze, i tesori, si trovano sovente sottoterra; ma anche i cammini che conducono all’Aldilà sono, in numerose mitologie, collegati a un viaggio che l'eroe deve percorrere fra grotte e sentieri sotterranei; e sovente questo viaggio è segnato dalle pégai le oscure e silenziose acque di sottoterra che è necessario attraversare su ponti pericolosi. Il corpo flessibile e sinuoso sembra alludere all’andamento labirintico del cammino verso il Potere, la Conoscenza o la Liberazione; esso mima il tormentoso sviluppo dei sentieri e dei fiumi sottoterranei. Nell’iconografia medievale, la bocca dell’inferno ha spesso l’aspetto di un enorme mostro dalle fauci spalancate. La discesa del Cristo agli Inferi, e poi la Resurrezione, adempiono le Scritture là dove esse ci forniscono il “segno di Giona” inghiottito dalla balena. Il drago tellurico ci si presenta con due volti che sono, a loro volta, due “segni” rivelatori: da una parte è il custode del segreto, del luogo sacro, della ricchezza nascosta, e come tale il divoratore di chi tale segreto vuol profanare e di tale ricchezza si vuole appropriare; dall’altra è il rivomitatore dell’eroe, quindi il suo Iniziatore.
 
Ci sono dei luoghi in cui alita lo spirito dei luoghi in cui l’uomo si può impregnare di spirito. Questo spirito si può designare con nomi particolarmente saccenti, ma sarebbe un vero peccato non chiamarlo con il suo antico nome gallico: Wouivre. Questa corrente energetica tenebrosa terrestre era dai Celti chiamata Wouivre, Serpente, una forza sotterranea cui quando si giunge a un luogo sacro per domandare qualcosa, bisogna presentarsi di fronte. Il vecchio nome gallico, Wouivre, è stato dato ai Serpenti che scivolano, ai fiumi che serpeggiano attraverso il paesaggio, alle correnti telluriche che come serpenti sotterranei dalle profondità degli strati terrestri: le Wouivre portano vita che fruttifica Terra e Uomo. La corrente d’acqua sotterranea è stata sempre rappresentata dal simbolo del serpente, cui San Michele immobilizza la testa con la sua lancia e, la Madre Divina, Notre-Dame, posa il suo tallone. La rappresentazione simbolica di queste correnti è San Michele Arcangelo che pianta la sua lancia della testa del Drago-Serpente: significa che pianta la sua lancia in un flusso rappresentato dal Wouivre, serpente o drago.
 
Nel corso dell’VIII secolo, vennero in Puglia alcuni pellegrini per prelevare dalla grotta garganica dei pignora, cioè oggetti-reliquie, da portare in Francia per fondare altri santuari micaelici a imitazione di quello garganico. Il più famoso di questi santuari è quello normanno di Mont Saint-Michel, nel quale alcuni monaci, inviati in Puglia nel 708, portarono frammenti di roccia garganica e, brandelli del mantello che, secondo la tradizione, l’Angelo avrebbe lasciato nella grotta pugliese in occasione di una delle sue apparizioni. Il fine era quello di mutuare, per il tramite di questi pignora, le virtù taumaturgiche dell’Angelo e ricreare il modello garganico in Normandia o altrove.
GROTTE E SANTUARI DI SAN MICHELE

Molti degli antichi culti pagani della Grande Madre erano celebrati in grotte, anfratti o fenditure della montagna; essi, poi per sincretismo furono riconvertiti in santuari di santi cristiani, in primis la Vergine Maria e San Michele. La presenza dell’acqua è elemento terapeutico per eccellenza, di purificazione, fondamentale nei culti pre-cristiani e cristiani; la natura rigogliosa, incontaminata, predisposta al contatto divino. La Grotta richiama simbolicamente le viscere della terra, è ombelico del mondo, luogo oscuro, pericoloso. Ha un rapporto con le forze negative demoniache che l’Angelo sconfigge o doma, la grotta si erge sul Promontorio proteso verso il mare e sulla Montagna, immagine della tensione verso il cielo, verso il Divino. San Michele Arcangelo e il Gargano sono un binomio noto soprattutto grazie al famoso santuario situato a Monte Sant’Angelo, meta da secoli di pellegrinaggi, ma nel parco nazionale del Gargano vi è anche un secondo piccolo santuario, molto meno noto: una grotta di S. Michele che si trova nella località di Cagnano Varano (Foggia). Si tratta di una cavità di origine carsica, lunga 52 metri, larga tra i 6 e i 15,60 m ed alta fra i 3 ed i 7,20 metri. L’ingresso della grotta è rivolto a sud verso la Valle dell’Angelo, attraversata dal canale di S. Michele. La grotta è situata in contrada “Puzzone”, a 900 metri di distanza dalla costa meridionale del Lago di Varano. Secondo una delle leggende locali che ricalca quella di Monte Sant’Angelo tramandate dal clero, San Michele Arcangelo, sceso dal cielo, entrò in questa grotta sul proprio cavallo e anche un grosso Toro che aveva visto la scena volle fare lo stesso rimanendo però con le corna incastrate nella roccia, a causa dell’ingresso troppo angusto. Quando il padrone del toro riuscì a liberarlo, costui rimase abbagliato da un’enorme fonte luminosa entro cui gli apparve l’Arcangelo. Subito dopo l’accaduto, l’uomo corse a comunicare la notizia agli abitanti del luogo che vi si recarono in massa alla grotta dove, però non videro l’Arcangelo ma solo le sue ali e le orme del suo cavallo impresse nella sabbia umida. Seguendo le orme del suo cavallo, che li condusse alla Fontana di San Michele, dove all’Arcangelo che aveva sete, avvicinò la bocca alla parete rocciosa e da questa zampillò improvvisamente acqua fresca e pura. Tutti i cagnanesi ebbero poi modo di attingere acqua alla sorgente Fontana di Sa Michele fino a che fu realizzato l’acquedotto pugliese. Dopodiché l’Arcangelo peregrinò ancora a lungo sul Gargano fino a quando non trovò nella grotta di Monte S. Angelo la sua definitiva dimora. I segni presenti nella grotta attestano frequentazioni ininterrotte dal Paleolitico ai nostri giorni, lì nel passato si sono recati gli uomini in ogni tempo per chiedere responsi e guarigione ad Asclepio, per tributare onori a Mithra, prima della sua conversione al culto di San Michele, avvenuta nel Medio Evo.

Dietro l’altare maggiore, è presente una conca calcarea piena di acqua prodotta dal continuo stillicidio dal soffitto della grotta, dove è ancora possibile raccogliere l’acqua che sgorga in una pozza, ad esempio in una piccola bottiglia. La conca è chiamata la pila di santa Lucia. Secondo la tradizione locale quest’acqua possiede proprietà curative della vista. Pochi pellegrini conoscono la presenza di questa grotta, ma chi vi si reca ha spesso la brutta “sorpresa” di trovarla regolarmente chiusa, anche in orari di apertura. La conca d’acqua è chiusa da una cancellata arrugginita.

FIGURA 1. ACQUA SACRA GROTTA DI SAN MICHELE CAGNANO VARANO

In altri santuari micaelici l’acqua miracolosa continua a sgorgare come ad esempio a Liscia (Abruzzo, Chieti), al confine tra Abruzzo e Molise, nel santuario di San Michele Arcangelo si perpetua il rito antichissimo dell’acqua. All’interno della chiesa vi è la grotta originaria, qui l’acqua si raccoglie in una vasca vigilata dalla scultura dell’Arcangelo.

FIGURA 2. GROTTA DI SAN MICHELE LISCIA (CHIETI)

Sulla destra si può vedere una cavità con una conca naturale che raccoglie l’acqua che cola da alcune curiose formazioni rocciose, modellatesi nel corso del tempo attraverso la lenta erosione delle gocce d’acqua che scendono lentamente e continuamente dalla roccia, che poi formano piccole pozze dove i fedeli prendono l’acqua servendosi di un mestolo di rame. Su di un’altra parete vi sono due bassi cunicoli, che oggi sono stati chiusi ma che in tempi lontani, probabilmente, portavano a degli angusti vani abitati da eremiti. Al centro della grotta vi è un piccolo altare che fa capolino tra due pilastri di origine naturale. L’8 maggio e il 29 settembre, giorno in cui è celebrata la festa, i pellegrini si recano al santuario per rinnovare antichi rituali: si strusciano contro le pareti e bevono l’acqua della sorgente ritenuta miracolosa. Al loro arrivo s’inizia un solenne rito religioso molto emozionante che segna il culmine della celebrazione: i fedeli si recano nella grotta per rendere omaggio al Santo si mettono in fila per bere e per riportare a casa l’acqua prodigiosa; mentre camminano strofinano lungo le pareti della grotta fazzoletti, pezzi di stoffa, mani ed oggetti sacri come segno di devozione al Santo o per ricevere protezione. Questo rituale si ripete anche l’ultimo venerdì di maggio quando arrivano diversi fedeli da Vasto e poi il 29 settembre.
La Grotta di San Michele Arcangelo di Sant’Angelo in Grotte (Isernia), è il più importante santuario a Lui dedicato del Molise. La tradizione tramandata dal clero vuole che San Michele Arcangelo, attratto dal sito, volesse rimanervi per farne dimora, ma il Signore aveva previsto per Lui altra destinazione: Monte Sant’Angelo sul Gargano in Puglia. L’Arcangelo Michele percorrendo un tunnel nella roccia della montagna giunse ad un’apertura che dava su un pauroso strapiombo, chiamato in dialetto santangiolese “uato delle zeppe”. Da qui San Michele prese il volo per raggiungere il luogo dove gli sarebbe stato eretto un grandissimo santuario: Monte Sant’Angelo sul Gargano.

FIGURA 3. SANT’ANGELO IN GROTTA (ISERNIA)

Ai piedi una scalinata adiacente al campanile del Santuario di San Michele Arcangelo sono posti spessi portoni di bronzo, con bassorilievi finemente e artisticamente lavorati, che sbarrano l’accesso alla Grotta di San Michele, tra le più belle chiese rupestri del Molise e uno dei più interessanti santuari d’Europa legati al culto micaelico. La roccia, con fessure e incavi, sovrastando il tutto incute timore. Le stalattiti con riflessi verdi e rosa richiamano il silenzio. Nell’ambiente completamente ricavato nella roccia sgorga acqua da una sorgente benedetta.

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